Cambiare sguardo diventa un passaggio necessario anche per immaginare la pace

Il 22 aprile, a Ivrea, si è parlato di pianeta, ambiente e pace. Ma non nel modo in cui ce lo si aspetta.

Niente slogan, niente urgenze gridate. Piuttosto un invito, lento e radicale: rivedere il nostro rapporto con il mondo.

L’intervento di Elena Camino, del Centro Studi Sereno Regis di Torino, già docente di Fondamenti di Sostenibilità, dal titolo “Pianeta, Ambiente e Pace – uno sguardo femminile”, organizzato dal Circolo Legambiente Dora Baltea, si muove proprio da qui. Da una presa di posizione disarmante nella sua semplicità: il problema non è solo quello che facciamo al pianeta, ma il modo in cui lo guardiamo. E, ancora più a fondo, il tipo di relazione che costruiamo con ciò che ci circonda.

Camino lo dice senza giri di parole: la relazione dominante che abbiamo instaurato con la Terra – fatta di controllo, sfruttamento, separazione – è incompatibile con la pace. Cambiarla è una condizione necessaria. Ma non sufficiente.

E qui il discorso si fa interessante.

Perché non basta “fare meglio”. Non basta essere più sostenibili, più attenti, più responsabili. Serve un cambio di sguardo. Un passaggio da una logica di dominio a una logica di relazione.

Nel suo intervento, Camino non costruisce un’argomentazione lineare. Fa qualcosa di diverso: intreccia voci. Parole di donne, soprattutto, ma non solo. Citazioni che non vogliono spiegare, ma aprire. Piccoli frammenti che, messi insieme, creano una specie di mosaico.

L’effetto è quello di un invito più che di una lezione.

Un invito a riconoscere che non siamo fuori dal sistema naturale, ma dentro. Che la separazione tra umano e non umano è una costruzione fragile, e forse anche pericolosa. Che la pace non è solo assenza di conflitto tra persone, ma armonia più ampia, che riguarda anche il modo in cui abitiamo il pianeta.

C’è un passaggio, tra i tanti, che resta addosso: l’idea di “ricucire”. Ricucire ciò che è stato separato. Ricostruire legami. Ritrovare un senso di appartenenza che non sia basato sul possesso, ma sulla relazione.

 Lo sguardo femminile: una pratica, non un’etichetta

È qui che lo “sguardo femminile” evocato nel titolo prende forma concreta.

Non come qualcosa di astratto o identitario, ma come una costellazione di pensieri e pratiche che, nel tempo, hanno messo al centro la relazione, la cura, l’interdipendenza.

Nel corso dell’intervento emergono voci diverse: da chi ha intrecciato ecologia e giustizia sociale, come Vandana Shiva, a chi ha riflettuto sul rapporto tra esseri umani e natura in termini di appartenenza e reciprocità, come Joanna Macy. E ancora, prospettive che hanno messo in discussione il paradigma della separazione, come quelle di Carolyn Merchant o Val Plumwood.

Non sono citazioni decorative. Sono punti di appoggio.

Quello che accomuna questi pensieri è uno spostamento: dall’idea di un essere umano al centro, separato e dominante, a quella di un essere umano situato, in relazione, parte di una rete più ampia.

Uno sguardo che riconosce la vulnerabilità come dato condiviso, non come debolezza da eliminare. Che vede nella cura non un compito marginale, ma una competenza fondamentale. Che non cerca di “gestire” il mondo, ma di stare dentro relazioni complesse.

In questo senso, “femminile” non indica chi parla, ma come si guarda.

È una postura. E, forse, una possibilità.

Per approfondire

L’intervento di Elena Camino è attraversato da molte voci. Alcune, tra le più riconoscibili:

  • Vandana Shiva
  • Joanna Macy (Active Hope, con Chris Johnstone)
  • Carolyn Merchant (The Death of Nature)
  • Val Plumwood (Feminism and the Mastery of Nature)
  • Rachel Carson (Silent Spring)
  • Donna Haraway (Staying with the Trouble)
  • Wangari Maathai (Green Belt Movement)

(Non una bibliografia completa, ma una traccia per orientarsi dentro il pensiero che sostiene l’intervento.)

mp