Il miraggio della sanità di prossimità: se le Case di Comunità nascono già vuote

Alla scadenza PNRR di fine giugno la Regione si prepara a inaugurare i nuovi presidi territoriali, ma senza assunzioni. Nelle ASL si profila un “gioco delle tre carte” che sposta servizi esistenti e accentra il personale, mentre la carenza cronica di medici e infermieri svuota la riforma alla radice. Anche Ivrea coinvolta le nuove strutture in corso Nigra.

Nuova Casa ed Ospedale della Comunità di Ivrea (Studio Plicchi)

La scadenza del 30 giugno 2026, termine perentorio imposto dal PNRR per la consegna e l’attivazione delle Case e degli Ospedali di Comunità, si sta trasformando in uno stress test per la sanità piemontese; anche a Ivrea dove in corso Nigra il cantiere è in piena attività per consegnare le strutture per tempo (costo totale del progetto a preventivo 3.680.746,96 euro, posti letto 20). Un test che, purtroppo, rischia di essere fallimentare non per i tempi dei cantieri, ma per l’assenza dell’ingrediente fondamentale: il personale. Poco importa quale sia l’effettivo stato di avanzamento dei lavori: per la fine del mese la macchina della politica regionali ha già programmato inaugurazioni in grande stile, utili a celebrare traguardi burocratici e a esibire sulla carta il raggiungimento dei target europei. Ma dietro i nastri tricolore e i muri freschi di vernice, la realtà della medicina territoriale racconta tutta un’altra storia.

Se a Torino la mobilitazione sindacale ha sollevato il velo sull’imminente apertura di strutture prive di organico, in periferia, nel Canavese il dibattito pubblico appare anestetizzato da un silenzio che comincia a farsi assordante. Le maggiori responsabilità di questo immobilismo preoccupante ricadono sulla Conferenza dei Sindaci dell’ASL TO4, l’organismo che avrebbe il dovere istituzionale e morale di incalzare la Direzione Generale sui bisogni reali dei cittadini. Nessuno, però, sembra voler porre la domanda più ovvia: con quale personale funzioneranno questi nuovi presidi?

Il gioco delle tre carte: spogliare il vecchio per simulare il nuovo

La risposta che si profila all’orizzonte ha la forma di un drammatico “gioco delle tre carte”: traslocare servizi e operatori attualmente attivi in altre sedi per dare una parvenza di vita ai neonati contenitori. Un esempio lampante è il destino che si profila per il Poliambulatorio di Ivrea. Per “riempire” le nuove Case di Comunità, il rischio concreto è che si sottrarranno risorse a presidi storici e funzionanti. Il paradosso è servito: si depotenzia l’esistente per inaugurare il nuovo, spostando semplicemente le pedine su una scacchiera sempre più sguarnita e generando inevitabili disagi sia agli utenti sia agli operatori.

Questo approccio puramente “immobiliare” non risolverà alcuna delle criticità che i cittadini scontano ogni giorno sulla propria pelle, a partire dal dramma delle liste d’attesa. L’impossibilità di accedere a visite ed esami strumentali nei tempi previsti nega nei fatti il diritto alla prevenzione. Il risultato è una sanità a due velocità che spinge chi ha disponibilità economica verso il mercato privato e condanna chi non può a rinunciare del tutto alle cure. Di fronte a questa emergenza, la risposta della Regione rischia di ridursi a passerelle su edifici privi di reali risorse aggiuntive.

Toppe peggiori del buco

Le soluzioni tampone pensate per rimediare a questo vuoto di organico e programmatico rasentano la disperazione strategica. Ne è un esempio il tentativo di richiedere ore aggiuntive ai medici di base, sebbene i numeri della Medicina Generale in Piemonte descrivano già un deserto: mancano circa 600 medici, e i pochi rimasti in servizio sono schiacciati da massimali di pazienti insostenibili e da una burocrazia asfissiante che rende impossibile qualunque ulteriore attività oraria all’interno delle mura del PNRR. E il quadro non migliorerà a breve: a fronte di 170 posti disponibili per i corsi regionali di medicina generale, si sono iscritti solo 60 giovani.

Altra toppa è l’ipotesi di accentrare gli Infermieri di Famiglia e di Comunità nei neonati hub regionali. Una mossa, quest’ultima, che snatura completamente il ruolo di queste figure, nate per muoversi capillarmente a domicilio e non per presidiare uffici. Allo stesso modo, il trasferimento programmato della Continuità Assistenziale (l’ex Guardia Medica) dentro le Case di Comunità ignora che il problema storico del servizio è anche qui la carenza di medici, non la qualità estetica o la sede dei muri. Non va meglio sul fronte infermieristico: la sede universitaria di Ivrea è nominalmente piena, ma i giovani fuggono verso i grandi poli ospedalieri torinesi subito dopo la laurea, confermando che queste ultime non usufruiranno di forze fresche, anche perché all’orizzonte non vi è un piano di assunzioni.

Senza un piano straordinario di investimenti sul personale, la medicina di prossimità disegnata dall’Europa è destinata a rimanere un miraggio. Se non si inverte urgentemente la rotta, a fine giugno non assisteremo alla nascita di una nuova sanità territoriale, ma all’ennesima operazione di facciata pagata sulla pelle dei pazienti piemontesi e degli operatori della sanità pubblica.

Cadigia Perini