Chi ce l’ha più grosso?

Un nuovo articolo della rubrica Contronatura a cura di Diego Marra

Non fraintendetemi causa titolo sibillino! Non intendo disquisire di “celodurismo” di non più recente memoria leghista e neppure dell’epigono vannacciano, sono questioni che non solleticano il mio interesse, solo un certo senso di disgusto. La politica (!?) in questo caso non c’entra; desidero, invece, trattare un argomento ben più nobile: l’incredibile varietà della Natura che si esplica nelle diverse strategie riproduttive delle piante con fiore.

Domanda: chi ce l’ha più grosso (il fiore)?

Rafflesia arnoldii

Bisogna, però, intendersi: intendiamo fiori singoli o infiorescenze, che sono un insieme di molti fiori?

Nel primo caso, il record spetta senza dubbio a Rafflesia arnoldii pianta originaria del Borneo e Sumatra che deve il suo nome generico allo scopritore, l’ufficiale inglese T.S. Raffles.

Il suo enorme fiore raggiunge il metro di diametro, ma esibisce altri aspetti singolari: è una pianta parassita (qualche similitudine con molti politici?) non ha clorofilla, né fusti, foglie e radici, vive a spese di piante rampicanti appartenenti alla famiglia della vite in cui cresce come una massa di filamenti di tessuto, completamente immersi e in stretto contatto con le cellule ospiti circostanti, dalle quali ricavano nutrienti e acqua, unica parte visibile è il suo spropositato fiore che emerge dalla pianta ospite quando la rafflesia è pronta a riprodursi; altro primato, non proprio fragrante, è il terribile fetore di putrefazione che il fiore emana, atto ad attirare mosche e coleotteri vettori del polline.

Aro titano

Nel secondo caso, ovvero infiorescenze, il primato incontrastato se lo aggiudica l’aro titano (Amorphophallus titanum) la cui infiorescenza a spadice può raggiungere i 3 metri di altezza. Appartiene alla famiglia delle Araceae, che sicuramente vi è nota poiché annovera graziose piante da appartamento e giardino come calle, spatifilli e anturii, in cui il fiore non è la vistosa brattea (foglia modificata che avvolge il fiore) bianca o rossa, ma l’infiorescenza similpenica (in termini botanici: spadice) che ne emerge, miniatura dell’infiorescenza dell’aro titano. Nella titanica infiorescenza dell’aro i fiori sono piccolini sistemati in due anelli alla base dello spadice protetti dalla grande brattea che somiglia a un grande petalo, verde all’esterno e rosso scuro all’interno. Queste due bizzarre piante hanno in comune l’ambiente in cui vivono, le foreste pluviali equatoriali del sudest asiatico; anche l’aro titano, come la rafflesia, emana un afrore di putrefazione per attirare insetti che si nutrono di carogne, per questo motivo sono volgarmente definite come “fiore cadavere” o “pianta cadavere” (in indonesiano: bunga bangkai, dove bunga significa “fiore”, mentre bangkai può essere tradotto come “cadavere” o “carogna”). Bunga? Phallus? Una bizzarra associazione mentale mi sovviene: bunga-bunga e organi sessuali, vi dice niente?

E chi ce l’ha più piccolo (sempre il fiore)? È una lenticchia d’acqua che vegeta in comunità numerosissime sulla superficie di acque stagnanti; l’epiteto scientifico è Wolffia arrhiza, ma non si offenderà se la chiamerete col suo simpatico nome volgare, che in realtà è attribuito soprattutto alla sua stretta parente Lemna minor, molto più comune e facilmente visibile anche al “Parco Lago di Città”, ma che è gigantesca in confronto a Wolffia arrhiza, poiché il suo corpo raggiunge i 4 mm contro un millimetro, spesso meno. Il fiore della Wolffia arrhiza è veramente microscopico, rappresentato da un solo pistillo e un solo stame risiede in una cavità all’interno della piantina e misura mediamente 0,3 mm, peraltro nei nostri climi non si riproduce, sarà per timidezza microdimensionale? Un tempo era piuttosto comune nelle risaie, prima dell’uso dissennato di erbicidi che l’hanno sterminata. Se qualcuno volesse prendersi affettuosamente cura di questa piccola timida pianta forse in futuro potrebbe decidere di riprodursi.

Diego Marra