La sanità pubblica e quel condimento indigesto.

Intervento di un nostro lettore. Una riflessione lucida, e amara, sulle cause storiche del declino del nostro sistema sanitario, tra logiche aziendali e la progressiva demolizione del servizio pubblico.

Ho letto l’articolo di Cadigia Perini sul “bluff” delle Case di Comunità (da non confondere il termine “Comunità” con quello perseguito da Adriano Olivetti, che nulla ha a che vedere con le nuove strutture finanziate dal PNRR) e ho trovato la sua analisi più che veritiera.

Suggerisco di andare a ritroso per fare chiarezza sulle cause che hanno determinato, e determinano, la scarsissima disponibilità di personale sanitario. Cause che risalgono all’assoluta latitanza dei servizi preposti, i quali si sono dimenticati per anni di sostituire il personale dipendente o convenzionato alla soglia dell’età pensionabile. Questa carenza non è sorta ieri mattina: sono anni che il personale è in continua e forte diminuzione, per cui la fotografia dell’oggi era assolutamente prevedibile da quasi un ventennio.

Inoltre, negli anni ’90 le politiche regionali, di tutte le Regioni, si sono assunte l’onere della scelta del “trittico” – direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo –, condendo tali nomine con l’olio dell’amicizia, con l’aceto pungente della rivincita e con il sale del “che Dio me la mandi buona”. Il sapore di questo condimento oggi sa di liste d’attesa, di demolizione del servizio sanitario pubblico a favore dell’antagonista privato, e di mancanza di rispetto verso le fasce più deboli della popolazione, che hanno sempre più bisogno di assistenza sociale e sanitaria.

Non è certamente facile dirigere un’Azienda Sanitaria, dove il filo conduttore è insito in una complicatissima struttura a vasi comunicanti. Per farlo occorrono esperienza, onestà intellettuale e concretezza nell’agire, pennellate di empatia in tutti i gruppi di lavoro e la fatica di costruire, tutti i santi giorni, un granello di attività in cui riconoscersi; qualcosa che possa poi determinare passione e, perché no, anche bellezza.

Probabilmente vivere in trincea la prima parte della vita lavorativa è un ingrediente quasi essenziale per capire il mondo sanitario, e un alto grado di umiltà può generare una reale aggregazione tra le disparate figure professionali. Non è poca cosa la sorgente di un modo d’essere “vivo”, dove nella grande stanza della salute ci siano quadri alle pareti in cui sono rappresentate la gentilezza, l’armonia e la solidarietà comunitaria. I valori della convivenza di ieri sono stati messi in una centrifuga e sono usciti da quel lavaggio bagnati dalla volgarità, dalla violenza sadica e gratuita, dalla creazione del nulla. Ma forza, andiamo avanti, perché nei cuori c’è ancora il desiderio di autenticità e di vivere meglio.

Giancarlo Canil
Loranzé 19.6.2026 

P.S.: Mi sono sempre chiesto chi sia quel soggetto – altamente pensante come Einstein – che è riuscito ad attribuire alla sanità l’appellativo di “AZIENDA”, lasciando noi pazienti nel ruolo di umili azionisti, costretti a subire la prepotenza gestionale di professionisti ultra-rigorosi verso gli altri, che dai loro consigli d’amministrazione guidano il comparto sanitario nazionale, regionale e locale.