Considerazioni di un’insegnante di lettere a margine di un controverso decreto scuola
Una ragazza che conosco da poco mi chiede: io ho la cittadinanza italiana: questi se la prenderanno pure con me, anche se ho la cittadinanza? Affogo nel mio imbarazzato silenzio. Non so che dire. Da un lato, vorrei rassicurarla, mentire. Dall’altro, mi pare ovvio: certo che se la prenderanno pure con lei. Anzi, è già un bersaglio, sono già riusciti a colpirla, altrimenti non sarebbe preoccupata. Su questa inquietudine che esprime con me, da quanto tempo ci rimugina?
Solo pochi giorni prima di questa conversazione, il consiglio dei ministri ha approvato un decreto scuola abbastanza controverso. Vediamone alcuni aspetti.
Una legge del 1975 già vietava di avere il viso coperto nei luoghi pubblici. Adesso, si sente il bisogno di vietare esplicitamente l’uso di burqa e niqab a scuola. Mi chiedo: quante studentesse in Italia vanno a scuola indossando un burqa o un niqab? Di quante scuole si starebbe parlando? Qualcuno si è preoccupato di misurare il fenomeno, prima di intervenire con un decreto legge? E se davvero ci fossero studentesse costrette a indossare burqa o niqab per andare a scuola, cosa sarebbe meglio per loro: continuare ad andare a scuola, o restare chiuse in casa? Quale effetto si vuole concretamente raggiungere, con questo decreto legge: favorire l’emancipazione delle donne o piuttosto mortificare le studentesse che, nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti di istituto, indossano il velo a scuola? Quanto è diffusa, nel senso comune, la distinzione tra burqa, niqab o hijab, se persino una studiosa attenta come Benedetta Tobagi fa confusione, in un video pubblicato proprio per esprimere un punto di vista critico intorno alle misure di
questo decreto?
Una circolare della ministra Gelmini già imponeva un tetto agli studenti stranieri, proprio per evitare di creare classi ghetto, per favorire l’integrazione. Di fatto, in alcuni contesti, era inapplicabile. Si sente il bisogno di intervenire in materia con un decreto, fissando il tetto massimo del 30% di presenza di studenti stranieri in classe, che non risolve nessuna delle contraddizioni già emerse; l’istruzione è un diritto costituzionale, anche nei quartieri più multietnici: se si supera il tetto, che si fa? Organizziamo un bel pulmino che accompagni tutti gli studenti stranieri in una scuola di un altro quartiere? Deve averci pensato anche il governo, che infatti, al di là delle dichiarazioni roboanti, ha introdotto nella norma criteri precisi: il provvedimento riguarda solo le future classi prime e gli studenti con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia, e che non abbiano frequentato due anni di scuola d’infanzia o tre anni di scuola dell’obbligo.
Stringi stringi, secondo le stime del Laboratorio di Politica sociale del Politecnico di Milano le classi eccedenti non dovrebbero più di 155 su tutto il territorio nazionale e gli studenti interessati non più di 300. Insomma, di che stiamo parlando?
Nemmeno il ritorno dell’insegnamento del latino alle scuole medie – un’ora a settimana facoltativa, a partire del secondo anno – riesce a suscitare il mio entusiasmo. Innanzi tutto, non è detto che un insegnante di italiano per le scuole medie abbia la formazione per insegnare latino (A-12 e A-11 sono due classi di concorso diverse. Certo, il proverbio dice: “chi sa, fa; e chi non sa, insegna”, però…) Inoltre, la convinzione che lo studio della grammatica e della sintassi del latino possa potenziare le competenze linguistiche in italiano è un’assurdità da troppo tempo diffusa nelle nostre scuole. Studiare qualsiasi lingua permette di allenare la riflessione metalinguistica: il latino non ha un potere magico particolare solo perché è una lingua morta. Temo, invece, che l’inserimento del latino nelle scuole medie finisca con alimentare proprio quel fenomeno delle classi ghetto, che, almeno a parole, si vorrebbe contrastare: dove si iscriverà la maggior parte degli studenti stranieri? Nelle classi con il latino facoltativo o nelle classi senza? Si istituiscono corsi di italiano obbligatori per i genitori stranieri di studenti stranieri in difficoltà.
Ora, chi sostiene che per imparare bene l’italiano sia necessario parlare italiano in famiglia, ignora le nozioni di base della glottodidattica. È vero invece il contrario: quando si censura la lingua madre, difficilmente si potranno imparare altre lingue. Ma chi si dovrebbe occupare di insegnare l’italiano ai genitori stranieri di questi studenti in difficoltà? I CPIA: Centri provinciali per l’istruzione degli adulti. I CPIA hanno sofferto particolarmente dei continui tagli all’istruzione pubblica e in molti casi hanno accumulato liste di attesa impressionanti. Insomma, invece di sostenere i CPIA, o di inviare mediatori culturali e insegnanti specializzati in italiano L2 in tutte le scuole, il decreto minaccia di multe e sanzioni famiglie già in difficoltà. Dovrei provare con i miei allievi: se non ti impegni, ti multo. Magari funziona.
Vi siete poi accorti di quanto questo ministro si diletti nel cambiare nome alle cose? Prima il Ministero dell’Istruzione è diventato dell’Istruzione e del Merito. Poi l’Esame di Stato è ritornato Esame di maturità. E adesso gli Istituti tecnici e professionali si chiameranno Licei. Basterà questo cambio di nome a far diventare il nostro sistema scolastico meno classista e gerarchico? Non so. E allora? Tanto fumo e poco arrosto.
Questo decreto rischia di rivelarsi inutile e pericoloso: non risolve davvero nessuna delle criticità che la scuola deve affrontare e finisce per alimentare polemiche sterili, che contribuiscono a sdoganare nel dibattito pubblico discorsi razzisti e nazionalisti.
Insegno italiano e storia in un liceo economico sociale. È un bellissimo contesto dove lavorare: le classi sono abbastanza miste, sia per genere, sia per provenienza sociale. Alcune classi sono particolarmente multiculturali. Alcuni appelli richiedono tutta la mia concentrazione per evitare gaffes: in questo periodo dell’anno mi sto sforzando di imparare i nomi, e di imparare a pronunciarli bene. Per me, i miei studenti sono tutti uguali e tutti diversi. Alla fine, nella maggior parte dei casi, io non ho idea di chi abbia la cittadinanza e chi no. Dovrei andare a scartabellare in segreteria. Fino alla prima gita all’estero non si pone il problema. In fondo, per me se la meriterebbero tutti. Non sarebbe un insegnamento meraviglioso, se attraverso la scuola si potesse ottenere la cittadinanza?
Da insegnante di italiano, sento il bisogno di ricordare che nella mia carriera ho conosciuto studenti – e studentesse! – con background migratorio che parlano e scrivono in italiano meglio di tanti italiani. In molti casi, non è nemmeno stato merito mio: erano già bravissimi quando ci siamo incontrati. Sconcertata dalle meschinità del dibattito pubblico, penso alla ricchezza multiculturale delle mie classi, credo sia mio dovere difenderla. Non vorrei mai che qualcuna/o tra i miei studenti vivesse le stesse inquietudini della giovane donna di cui ho raccontato poco fa: – Se la prenderanno anche con me?
Stringiamoci intorno all’articolo 3 e all’articolo 34 della Costituzione. Giù le mani dalla scuola.
Luisa Sarlo