Inaugurata in fretta e furia per rispettare le scadenze del PNRR, la nuova Casa della Comunità di corso Nigra accoglie pazienti e operatori tra impalcature, detriti e lavori in corso.
La corsa contro il tempo per rispettare le scadenze del PNRR del 30 giugno ha prodotto a Ivrea il risultato che in molti temevano: un’inaugurazione frettolosa, piegata alle scadenze dei cronoprogrammi ministeriali e alle esigenze di vetrina istituzionale, ma drammaticamente distante dalle reali necessità dei cittadini e dalla sicurezza di chi la sanità la vive ogni giorno. La nuova Casa di Comunità di corso Nigra ha aperto i battenti, ma le modalità con cui è avvenuta questa apertura hanno sollevato un coro di dure reazioni.
Muri aperti in mezzo al cantiere: la denuncia di Rifondazione
Il Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Ivrea ha espresso una condanna senza appello per quello che definisce un vero e proprio “schiaffo ai cittadini”. Al centro della denuncia c’è lo scenario paradossale che si presenta all’interno della struttura: pazienti, operatori e muratori si trovano a condividere gli stessi spazi.
“Denunciamo con forza questo scenario di totale precarietà che si presenta nella Casa in corso Nigra”, attaccano gli esponenti di Rifondazione. “Pazienti, operatori e muratori condividono gli stessi corridoi, polvere, rumori all’interno di una struttura pubblica sanitaria che dovrebbe garantire sicurezza, igiene, accoglienza. La Casa di comunità è stata aperta con i lavori ancora strutturalmente in corso, e non certo per semplici rifiniture! Un’apertura-farsa utile solo a tirare a lucido i bilanci burocratici, sulla pelle e sulla sicurezza degli utenti, delle lavoratrici e dei lavoratori”.
Il partito ricorda come i dubbi sulla reale efficacia dell’operazione fossero stati sollevati fin dall’inizio: senza un piano straordinario di assunzioni di medici, infermieri e personale amministrativo, i nuovi presidi finanziati dall’Europa rischiano di rivelarsi “scatole vuote” o, peggio, contenitori riempiti artificialmente a discapito di ciò che già funziona.
Il tradimento del DM 77: se la Casa di Comunità diventa un semplice poliambulatorio
Il rischio concreto, infatti, è lo svilimento profondo della riforma stessa. Le Case di Comunità non nascono per essere dei semplici poliambulatori dove effettuare visite specialistiche, ma dovrebbero rappresentare una rivoluzione culturale e organizzativa. Come chiaramente indicato dal DM 77/2022, il decreto ministeriale che ridisegna la sanità territoriale, queste strutture nascono per essere veri e propri centri multidisciplinari in cui “la medicina si fonde con il sociale per garantire una presa in carico globale e continuativa dei cittadini”.
Senza una reale integrazione tra medici di medicina generale, pediatri, infermieri di famiglia, specialisti e assistenti sociali – e soprattutto senza il personale necessario a far funzionare questa rete – l’idea di una sanità di prossimità integrata fallisce in partenza. Ridurre la struttura di corso Nigra a un mero condominio di ambulatori preesistenti significa tradire lo spirito e la lettera della riforma.
Il “gioco delle tre carte” logistico
La critica si sposta poi sulla scelta logistica, giudicata del tutto inadeguata. Per simulare la piena operatività della struttura, l’ASL TO4 ha avviato un trasferimento forzato di ambulatori precedentemente ospitati presso il Poliambulatorio di via Ginzburg. Un’area, quest’ultima, decisamente più funzionale e dotata di un ampio parcheggio gratuito. Il trasloco in corso Nigra – una delle arterie viarie più congestionate e prive di parcheggi di Ivrea – sta già creando pesanti disagi alla cittadinanza, in particolare alle fasce più fragili come anziani e persone con mobilità ridotta.
La realtà è che in tutto il Piemonte, e il Canavese non fa eccezione, assistiamo a una carenza drammatica di personale sanitario. Senza assunzioni stabili e investimenti concreti sulle risorse umane, l’apertura della Casa di Comunità di Ivrea rischia di trasformarsi in una mera operazione di facciata. Non si creano nuovi servizi per il territorio spostando semplicemente il personale da una sede all’altra come nel gioco delle tre carte; in questo modo si finisce solo per impoverire le strutture esistenti, come il Poliambulatorio di via Ginzburg, aumentando i disagi per i lavoratori, già stremati da turni insostenibili, e per i cittadini che vedono allontanarsi il diritto a una cura di prossimità reale ed efficiente.
La Cgil: «Non basta un cartello apposto su di una rete di cantieri ad indicare l’apertura di una struttura sanitaria.»
A confermare la gravità della situazione e a dare manforte alle preoccupazioni degli operatori e degli utenti sono le dure dichiarazioni della Cgil, per voce di Giovanni Ambrosio, responsabile CGIL Ivrea e Canavese: «Come CGIL avevamo espresso, all’interno delle riunioni tenutesi con la direzione dell’ASL To4, tutte le nostre perplessità rispetto all’avanzamento dei lavori e alle tempistiche necessarie per la realizzazione della casa e dell’ospedale di comunità in corso di realizzazione ad Ivrea in Corso Nigra. Chiunque passi dinanzi alla struttura può ammirare come la stessa sia stata aperta, con tanto di cartello che recita “Casa di Comunità”. Tutto ciò nonostante il cantiere sia ancora operativo con la presenza di: ponteggi, macerie, assenza di parte degli infissi, operai che operano tra utenti e personale sanitario allacciando cavi, montando porte ecc. Tutto intorno alla struttura qualcosa non degno di un presidio sanitario che dovrebbe rappresentare il futuro della medicina di prossimità.
Nel cortile e sui lati cumuli di detriti e una situazione che parla da sola. Una domanda ci sorge spontanea, ma chi può autorizzare l’apertura di una struttura sanitaria in mezzo ad un cantiere aperto? E la salute e la sicurezza degli operatori sanitari,del personale delle ditte appaltatrici e dell’utenza, come può essere garantita in una commistione simile? Qualora si fosse trattato di un’attività privata l’ASL e l’ufficio tecnico comunale avrebbero rilasciato l’agibilità all’utilizzo della struttura? E lo SPRESAL cosa ne pensa? È tutto regolare?
Consci di tutto questo ribadiamo quali interessi rappresentiamo da sempre, e cioè il diritto ad una sanità che possa essere quanto più vicina alle esigenze dei cittadini e che permetta agli operatori di poter svolgere il proprio lavoro all’interno di locali sicuri ed in un contesto dignitoso e non nel bel mezzo di un cantiere.
Non basta un cartello apposto su di una rete di cantieri ad indicare l’apertura di una struttura sanitaria. Questa deve essere riempita di contenuti e professionalità mentre oggi possiamo dire che queste professionalità sono nascoste ed operano tra le macerie di un cantiere ancora lontano dall’essere ciò di cui i cittadini hanno diritto.»
Il silenzio della politica locale
Il quadro che emerge è quello di una sanità eporediese vittima di decisioni calate dall’alto, mirate a mostrare a Bruxelles che i fondi sono stati spesi entro i termini di scadenza, indipendentemente dalla qualità e dalla stabilità del servizio offerto. Un’operazione gravissima che, come sottolinea Rifondazione Comunista, sta avvenendo nell’assoluto “silenzio assordante della Conferenza dei Sindaci dell’ASL TO4”, accusati di aver abdicato al proprio ruolo di primi difensori del diritto alla salute delle comunità locali.
La battaglia per la sanità pubblica a Ivrea si preannuncia lunga: da un lato la fretta della politica regionale di mostrare i muri nuovi, dall’altro la mobilitazione di sindacati e forze politiche per chiedere che la salute torni a essere un diritto universale fondato sul personale e sui servizi, e non uno slogan elettorale pavimentato di polvere da cantiere.
cp
