In memoria di Elvio Fassone

Ci ha lasciato Elvio Fassone, magistrato che ha dedicato la sua vita alla difesa della dignità delle persone detenute e al superamento dell’ergastolo

A Spiranza

U carciri sinza spiranza è nu campu santu
A cunnanna nun avi sensu si u carciri è sinza spiranza
Pi canciari u carciratu avia canciari u carcereri
Insiemi a stissa strada annaffari e a spiranza i canciari tutte e dui anna desiderari
taliu la me vita chi passa e si ni va. I iorna ca passunu su tutti uguali. Si nenti cancia, chi campu affari
Cunti li iorna ntò calendariu, ma chi cuntu a fari, si pi tutta a vita cà aiu a stari
Spiranza, chianci stu cori ca soffri pi tia, ma lassatu sulu cu la malincunia
Carcerieri, si credi davveru o cambiamento, dammilla tu na spiranza
Senza spiranza intra nu carciri semu tutti morti, ntà nu campu santu 

Elvio Fassone è morto il 21 giugno.
Magistrato della Cassazione e Presidente della corte d’assise scrive per i tipi di Sellerio lo splendido “Fine pena ora”.
E’ una storia vera. 1985, Torino, maxi processo alla mafia catanese. Due anni. Tra i condannati all’ergastolo c’è Salvatore, giovanissimo, con cui Fassone, presidente della Corte d’assise, stabilisce un rapporto.
Il giorno dopo la sentenza il giudice gli scrive d’impulso e gli manda un libro. Ripensa a quei due anni e a una frase dettagli da Salvatore e che gli ha cambiato completamente  la vita “Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia“.
Il giudice non è pentito per la condanna inflitta, ma sente di dovere un gesto di umanità a un uomo che dovrà passare in carcere il resto della sua vita. E, soprattutto, si interroga sul senso della pena, del carcere, dell’ergastolo…
E da quel giorno inizia una corrispondenza fitta tra i due, che durerà ventisei anni. Ventisei anni senza incontrarsi mai.
Il carcere è stato per me il luogo (troppo spesso un non-luogo) dove a un certo punto della vita ho deciso di dedicare tempo, energie, idee e passione.
Perché non lo so. Forse perché è un luogo unico? Sono tanti i luoghi di sofferenza: un ospedale, un hospice, una casa di riposo, una comunità mamma-bambino…ma solo il carcere è il luogo di sofferenza dove sei anche privo della libertà.
Forse perché lì dentro ho incontrato una umanità unica e meravigliosa.
Forse perché ne uscivo ogni volta diversa, più ricca. Chissà.
A luglio 2023 inizio un laboratorio di lettura nel carcere di Ivrea con un gruppo di collaboratori di giustizia.
Sono uomini, ex mafiosi, colpevoli di crimini violenti, che vivono isolati e nascosti dagli altri detenuti. Sono siciliani, pugliesi, albanesi. Qualcuno ha finito le elementari. Uno ha il fine pena mai. E così propongo loro di leggere il libro di Fassone.
Iniziamo la lettura. Dopo i primi incontri in cui ci si annusa, c’è chi segue e chi no, chi va spesso fuori a fumare, chi interviene subito e chi parlerà dopo tanto, inizia a prendere forma una relazione. E la lettura prosegue sempre più a rilento, perché continuamente c’è chi interviene, chi ricorda, chi si riconosce in quelle pagine.
E a metà circa esce fuori una proposta: “facciamo il teatro”? Urca. Certo ragazzi che lo facciamo, il teatro.  I personaggi in realtà sono due: il giudice e Salvatore e troviamo quasi subito chi li interpreterà. Scegliamo insieme le scene da rappresentare (sarà uno spettacolo a quadri, in scena ci saranno la scrivania del giudice e il tavolo di Salvatore, libri, fogli, un Codice, una penna e poco altro). Tutti saranno comunque seduti in scena.
Cominciamo a lavorare, ogni lunedì mattina, tre ore. E a un certo punto mi viene un’idea: “ragazzi, ma se alla fine di ogni scena ognuno di voi , a turno, si staccasse  e andasse a leggio e leggesse un pezzo scritto da lui, su una scena, una pagina, che gli ha rievocato un pezzo di vita, passata o presente?” E loro accettano.
Lo spettacolo si intitola “Della mia anima ne farò un’isola” (una frase di uno di loro). I detenuti non possono uscire dal carcere. Facciamo quattro repliche, più altre quattro per le scuole che porteranno in carcere più di  quattrocento persone, nessuna delle quali uscirà uguale a quella che aveva superato i cancelli due ore prima.
Non è la bravura attoriale (“guarda che bravi, i detenuti…”) no. Sono quei pezzi. É quell’aver sentito risuonare dentro qualcosa, ascoltando la lettura, averlo guardato, essere riusciti a tirarlo fuori e a buttarlo su un pezzo di carta (preziosissimi quei fogli scritti a mano, che ho mantenuto intatti, errori compresi e tengo come un tesoro), e averlo condiviso con gli altri e con me. E poi con il pubblico. Ognuno che va a leggio condivide un imperdibile pezzo di vita. Che regalo pazzesco.
Da lì nasce un rapporto tra noi di grande, immenso affetto, complicità, rispetto che dura ancora oggi, se pure solo in forma epistolare. Abbiamo fatto anche un podcast che è possibile ascoltare .E nasce anche un video, meraviglioso, dove loro si fanno riprendere con una maschera che ne rende impossibile riconoscerli, purtroppo ancora fermo in attesa di autorizzazione.
Scrissi un paio di volta a Elvio Fassone per raccontargli questa esperienza, gli inviai il podcast, lo invitammo allo spettacolo, ma era già in condizioni di salute non buone e non gli fu possibile partecipare.
Credo che mai, un solo istante della sua vita, non abbia messo cura e attenzione al percorso umano di chi entra in carcere.
Per questo voglio ricordarlo. Perché un’altra giustizia è possibile. E per essere stato artefice di una storia meravigliosa.Simonetta Valenti