La chiusura annunciata dell’Opera Pia Moreno a Ivrea ha fatto reagire tante ex bambine che han frequentato le classi di quell’Istituto vivendo una esperienza tutt’altro che positiva.
Al fin si festeggia: un brindisi gioioso dedicato a tutte quelle bambine che non dovranno frequentare il Moreno. Era ora!
A 8 anni la vita scorre lenta, un mese pare un anno e le facce accompagnano i sogni ancora dopo mezzo secolo.
Alla scuola femminile del Moreno si viveva male e si studiava il superfluo: più bella grafia che sincerità, più filastrocche che poesia vera, più far di conto che pensare, più preghiere che fede.
Il sistema puniva e umiliava: ricordo un quaderno sporcato da uno zero spaccato che non riuscivo a confessare ai miei, e il caminetto in cui lo gettai.
Le suore erano cupe, consumate dal dovere della sofferenza, impegnate a insegnare il dolore, a punire chi dimostrava gioia, a legare il braccio a chi usava la sinistra (“la mano del diavolo”) e riprendere chi osava esibire una chioma rossa “come il diavolo”, intente a celebrare le feste con testa china e sguardo basso.
Faceva eccezione solo suor Amelia, colei che portò allegria e gioia in un incubo di rimorsi e giganteschi sensi di colpa.
Suor Amelia – che, guarda un po’, durò un battito d’ali in quel luogo di reclusione – sorrideva, là dove le altre ammonivano e minacciavano. Suor Amelia saltava e giocava, mentre suor Josef, la vera capa, sorriso marrone e alito acido, interrogava col dito alzato e preconizzava l’inferno per te e tua madre che – aveva scoperto interrogando la mia ingenuità – al mare osava indossare addirittura il bikini “come le donnacce”!
E’ che a 8, 9, 10 anni sei piccola e stupida: scegli il vigliacco conformismo in luogo della sana ribellione, desideri ardentemente somigliare a tutte quelle altre un po’ più grigie, un po’ bionde, quelle che vedi normali e senti migliori di te con i tuoi capelli rossi e – orrore! – le lentiggini che forse aveva anche Giuda o comunque qualcuno di veramente cattivo.
E che poi quelli erano proprio gli anni del boom delle nascite, perciò alla scuola di Banchette toccavano i “doppi turni”: un mese al mattino, un mese al pomeriggio.
Perciò qualcuno aveva optato per quel Moreno che costava, sì, ma era gestito da brave donne e forniva pure una mensa.
La mensa del Moreno per noi faceva schifo, probabilmente a causa di quell’odore persistente e della tetraggine che vi regnava. Per fortuna il secondo piatto lo portavamo da casa. E fu proprio una caparbietà cattiva che spinse la direttrice suor Angela – una sadica – a farmi ingurgitare a forza la parmigiana di melanzane della mia mamma (senza dubbio ottima ma non stavo bene) e a farmela vomitare poi per molti anni. Anche lo stomaco non riusciva a dimenticare.
Decidemmo così di andarcene, io e la mia povera sorella mancina col braccio sempre legato. E ce la fecero pagare: esame puntiglioso delle conoscenze liturgiche con tanto di impetuoso ardore nella recita delle preghiere. “Non va bene, ripeti con più convinzione!”.
Alla fine uscimmo dalla gabbia. E da lì cominciammo a ricostruire la nostra vita.
Fu difficile, e alla fine non riuscimmo a perdonare le suore, né il Moreno (un nome che restò in noi come un’ombra scura), né chi aveva permesso tutto questo.
sire
