Riceviamo e pubblichiamo l’intervento critico di Francesco Giglio sulla chiusura della scuola dell’infanzia paritaria dell’Opera Pia Moreno a causa dell’insostenibilità economica dovuta anche al calo demografico. Non tutti in città condividono però le doglianze di Giglio.
Quando il segno dei tempi è nella nostra testa, ed è la mancanza di coraggio nella ricerca di un mondo migliore
E così, insieme a tante altre cose, il 2026 sarà anche ricordato come l’anno in cui giunge a termine una delle più antiche istituzioni scolastiche della nostra città.
La chiusura della scuola dell’infanzia e della sezione primavera dell’Opera Pia Moreno rappresenta il vero segno di questa epoca, in cui solo il profitto guida le decisioni. Tempi in cui negli Stati Uniti se non hai l’assicurazione sanitaria puoi morire per strada, tempi in cui chi opera salvataggi in mare può essere imprigionato per il reato di immigrazione illegale, tempi in cui se sei un infermiere o medico che lavora in un ospedale palestinese puoi essere ucciso dalle bombe israeliane, e potremmo continuare ancora a lungo…
Ed il segno di questi tempi così tristi oggi arriva anche ad Ivrea, e ad arrendersi a questi sarebbe addirittura la nostra Diocesi.
Da più di 180 anni ad Ivrea esiste l’Opera Pia Moreno. Fu fondata dal vescovo Mons. Luigi Moreno, con l’aiuto dell’abate Don Ferrante Aporti. Fin dalla sua nascita l’istituto promosse il suo fine di essere un istituto educativo rivolto alle fasce più disagiate della popolazione. I fondatori sapevano che è solo attraverso l’istruzione che si possono migliorare realmente le condizioni di vita, e si impegnarono a questo fine.
Il Moreno arrivò ad essere un istituto scolastico che copriva il ciclo di studi dalla materna alle superiori. Scuola materna (allora si chiamava asilo), elementari, medie, e poi scuola magistrale rivolta unicamente alle studentesse. E anche in questa scelta, di avere la formazione magistrale nelle medie superiori (e non la classica scuola artigianale o professionale), ribadiva la convinzione del concentrarsi sull’istruzione come elemento fondamentale di progresso sociale.
Da molti anni, a causa di molteplici fattori, l’offerta scolastica si era molto ridotta. Resisteva la scuola dell’infanzia e la sezione primavera. La qualità del servizio offerto era, a giudizio di tutti, molto elevata. Aggiungiamo che il Moreno aveva mantenuto la sua impostazione “di carità”, ed era sempre molto attento ai bisogni dei più deboli, ad esempio accogliendo, anche solo per brevi periodi, bimbi che provenivano da famiglie in difficoltà.
Ora la glacialità dell’analisi dei bilanci dei superbi ragionieri da poco insediati nel Consiglio di Amministrazione ci dice che anche il poco che resta dell’offerta scolastica va chiusa. E notare: non va chiusa perché il bilancio dell’opera Pia è in negativo, ma perché è in negativo la sezione scolastica in se. In sostanza: il Moreno è in attivo, principalmente grazie agli affitti degli immobili, mentre la sezione scolastica è in perdita; e quindi va chiusa. Per fare un paragone sarebbe come se lo stato italiano decidesse di chiudere tutte le scuole perché il settore dell’istruzione pubblica è in perdita, e si mantiene solo grazie alle tasse pagate dai cittadini.
Ed allora con molta nostalgia ripensiamo a Monsignor Moreno e a Don Ferrante Aporti. Quale animo ci voleva 180 anni fa per avviare un’opera così coraggiosa? Quale spirito di iniziativa, quale senso della loro missione, quale visione del futuro, quale volontà di lottare per migliorare le condizioni di vita dei propri concittadini? 180 anni fa.
La città che dopo il vescovo Moreno ha avuto Camillo e Adriano Olivetti, che hanno mostrato al mondo quale può essere il ruolo dell’impresa nella società, la città che ha avuto Monsignor Bettazzi, voce importantissima del movimento per la pace italiano e costruttore di ponti fra le diverse culture sociali italiane, ora vede morire questa importante esperienza.
Queste persone ci hanno insegnato che se vogliamo un mondo migliore dobbiamo impegnarci, lottare al massimo e avere coraggio e visione.
Tutte cose che latitano, in questi tempi.
Francesco Giglio, Ivrea, 4 aprile 2026
Chiudere una scuola non è mai positivo ma le scuole private a cosa mirano?
La scuola italiana ha una lunga tradizione e ha punte di eccellenza riconosciute a livello internazionale. Seppure un po’ acciaccata fa parte, con la Sanità, la Previdenza e poche altre istituzioni, della struttura democratica del Paese. E proprio perché è ancora un presidio democratico l’Istruzione pubblica è diventata negli ultimi anni preda di appetiti politici che ne vorrebbero modificare i principi egualitari e laici. Le scuole private invece si ispirano ad altri principi, che nel caso del Moreno di Ivrea sono quelli della Chiesa Cattolica. Niente di male, è legittimo, se seguono i programmi ministeriali, ma lo Stato dovrebbe provvedere ad assicurare una buona istruzione senza ricorrere alle scuole private, o finanziarle.
L’istituto di Ivrea poi, anche se attualmente era limitato alla scuola dell’infanzia mentre all’inizio svolgeva anche una funzione sociale assicurando una formazione a bambini delle classi disagiate, nella seconda metà del ‘900 non era certo un esempio di educazione aperta e aconfessionale. La presenza ad Ivrea della unica scuola magistrale (per abilitare alla professione di maestra) ubicata al Moreno scoraggiava molti dall’iscriversi visto che per molto tempo tutte le insegnanti erano suore, con l’aggiunta di qualche prete. Altri tempi? Quelle che ci sono passate non li ricordano con piacere, anche per i metodi pedagogici molto punitivi quando non umilianti.
Sono altre le strutture in pericolo da rafforzare, non ultima la scuola dell’obbligo che anche ad Ivrea non gode di ottima salute.
Francesco Curzio
