Konecta Ivrea e Asti, lo svuotamento silenzioso

L’azienda ritira il piano di accorpamento, ma impone il trasferimento a Torino per oltre 120 lavoratori part-time di Ivrea e Asti. Tra dimissioni forzate, il calato silenzio delle istituzioni e l’assenza di mobilitazione, le sedi locali rischiano la chiusura definitiva nell’indifferenza generale.

Dietro l’annuncio del “ritiro definitivo” del piano di accorpamento delle sedi piemontesi di Konecta si nasconde in realtà una manovra ben più cinica. Se da un lato l’azienda dichiara a parole di aver scongiurato la chiusura dei siti di Ivrea e Asti, dall’altro avvia provvedimenti che portano esattamente nella stessa direzione: lo svuotamento dei territori.

Il comunicato ufficiale e la mossa dell’azienda

Nell’ultimo incontro all’Unione Industriali di Ivrea tra la dirigenza aziendale, i rappresentanti sindacali regionali di Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilfpc, e le RSU di Asti, Ivrea e Torino, Konecta ha messo le ultime carte in tavola. Con la motivazione di persistenti “criticità” legate all’andamento delle attività di backoffice e documentale (GED), l’azienda ha deciso di accorpare queste lavorazioni in un unico polo.

Il risultato? Tutte le attività di backoffice e GED verranno spostate dalle sedi di Asti e Ivrea nella sede di Torino. Questo significa che i lavoratori attualmente allocati su queste mansioni, circa 50 a Ivrea e 76 ad Asti, subiranno un trasferimento forzato a Torino. La procedura di trasferimento collettivo prenderà il via già entro la prima settimana di giugno.

La smentita dei fatti: una chiusura mascherata

L’azienda si vanta di aver rinunciato all’accorpamento delle sedi, ma la realtà che vivono le lavoratrici e i lavoratori racconta tutta un’altra storia. È facile “rinunciare” ai piani iniziali quando l’obiettivo è già stato parzialmente raggiunto sulla pelle delle persone: nell’ultimo periodo si sono già licenziate tra Ivrea e Asti più di 200 persone. Tra i lavoratori che ha già rassegnato le dimissioni per il timore di un trasferimento che non avrebbero potuto sostenere e la quota di addetti al backoffice che ora verrà trasferita a Torino, le sedi di Ivrea e Asti di fatto si svuotano. L’impressione è che la chiusura formale sia stata solo temporaneamente congelata, ma che il destino dello stabilimento eporediese come quello astigiano sia già segnato a brevissimo termine.

Trasferimenti coatti per spingere alle dimissioni

I sindacati hanno espresso forti perplessità sul piano, ma bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Questo trasferimento non è una riorganizzazione strategica: è un incentivo al licenziamento.

Parliamo di lavoratori e lavoratrici per lo più assunti con contratti part-time, che percepiscono stipendi medi di 700 euro mensili.  Chiedere a queste persone di sobbarcarsi 140 km giornalieri per raggiungere Torino significa:

  • erodere completamente il salario, che verrebbe in gran parte fagocitato dai costi di carburante e autostrada
  • devastare la vita privata, allungando a dismisura il tempo fuori casa e mettendo in crisi i già precari equilibri della gestione familiare, ancora oggi soprattutto a carico delle donne.

Spingere un lavoratore part-time a fare il pendolare su una distanza simile equivale a dirgli: “Licenziati”. Ed è evidentemente questo l’obiettivo di Konecta.

L’assenza di mobilitazione: aziende con le mani libere

Di fronte a un sopruso di questa gravità, ciò che lascia perplessi è la mancanza di reazione.
Dov’è finita la mobilitazione? Com’è possibile che i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali accettino tutto questo senza un sussulto? L’azienda sta portando avanti un piano spietato avendo la strada completamente spianata, potendo agire a mani libere senza subire nemmeno il minimo fastidio o disturbo di uno sciopero, di un presidio o di una manifestazione di protesta. Questa rassegnazione rischia di essere la pietra tombale sui diritti. Di Asti almeno si legge sulla stampa, un articolo sull’ultimo incontro con l’annuncio della procedura di trasferimento e un altro con interviste alle lavoratrici. Di Ivrea nessuno ne parla.

Lo sappiamo, non è facile organizzare le mobilitazioni in aziende come Konecta: la frammentazione degli orari su più turni e il tipo di lavoro rendono più complicata l’azione sindacale, la speranza di una possibilità di salvezza individuale passivizza il lavoratore, la categoria, quella delle Telecomunicazioni non ha una storia di lotte collettive ad oltranza. Ma “il silenzio è uguale a morte”.

Il silenzio assordante della politica

Una passività che purtroppo fa il paio con quella della politica. Dove sono finite le istituzioni, da quelle locali fino alla Regione Piemonte, che nelle prime fasi della crisi avevano sbandierato un’attenzione e un impegno straordinario a tutela dell’occupazione sul territorio? Che fine hanno fatto i tavoli, le promesse di vigilanza e le dichiarazioni di solidarietà ora che l’azienda applica la strategia dello svuotamento silenzioso? Questo silenzio assordante suona come un via libera a un’operazione che impoverisce il nostro tessuto sociale.  Ad Asti l’assessora alle attività produttive Loretta Bologna è fortemente impegnata a gestire i ricollocamenti dei primi 93 fuoriusciti. «Ho preso contatto con il Centro per l’impiego che mi ha fornito dati e soluzioni», dichiara a La Stampa.  E a Ivrea? Lo consideriamo già un capitolo chiuso?

Cosa succede ora

Le organizzazioni sindacali hanno annunciato che, dopo l’invio formale della procedura da parte dell’azienda, si aprirà un tavolo di esame congiunto per discutere i dettagli dei perimetri e dei lavoratori coinvolti. Successivamente verranno calendarizzate le assemblee su tutti i siti piemontesi.

“Discutere dei perimetri” però vuol dire accettare la logica dei trasferimenti. Su varieventuali continueremo a seguire  la situazione, rifiutando la narrazione aziendale del “salvataggio” delle sedi. Quello in corso a Ivrea e Asti è uno svuotamento silenzioso che non può e non deve passare sotto silenzio.

Cadigia Perini