Un nuovo articolo della rubrica Contronatura a cura di Diego Marra
Nel comun parlare non si costumano epiteti latini per indicare una qualsiasi pianta, ma si utilizzano nomi volgari italiani o dialettali, ciò genera una discreta confusione e fraintendimenti soprattutto tra territori con culture e tradizioni diverse.
Se ciò capita in Italia, immaginate quale fosse la babele linguistica tra botanici di mondi diversi e lontani quando dovevano confrontarsi su una determinata specie. Ma a metà del XVIII secolo apparve in Svezia un genio: Carl Nilsson Linnaeus, divenuto Carl von Linné in seguito all’acquisizione di un titolo nobiliare, latinizzato in Carolus Linnaeus e chiamato Carlo Linneo in Italia; nel cui orto botanico a Uppsala sono andato a prosternarmi alla memoria, poiché fa parte del pantheon dei miei dei.
Cosa fece il nostro? Una cosa semplice, ma geniale: nel 1753 utilizzò il latino che allora era lingua universale (bei tempi!), come l’inglese oggi, applicando una nomenclatura binomia latina a tutte le specie conosciute valida per tutti gli scienziati della Natura. Esempio: lupo = Canis lupus. Sono passati 300 anni e tuttora la regola è valida! Se non è stato un genio Linneo…
Ma torniamo alle denominazioni volgari in italiano delle essenze vegetali. Vi siete mai accorti di quanto si attinga all’agiografia cristiana per designare le specie?
Gli esempi sono cospicui, ve ne racconto alcuni.
A San Giuseppe sono attribuite alcune essenze che fioriscono intorno alla data della celebrazione del santo il 19 marzo: il gelsomino di San Giuseppe (Jasminum nudiflorum) arbusto a volte fiorito di giallo già in gennaio; la bergenia o giuseppina (Bergenia cordifolia) con fioriture rosa, originaria della Siberia e comunemente coltivata nei giardini; il bastone di San Giuseppe (Muscari sp.) piccola pianta con minuscoli fiori a orciolo blù/violetti e margine bianco in densa spiga.
I gigli per la loro bellezza sono spesso stati attribuiti ai santi, per loro presunta purezza: il bianco giglio di San Bruno (Paradisea liliastrum) fiorisce nei prati sul piano montano/alpino; l’altrettanto candido giglio di Sant’Antonio (Lilium candidum) pianta orientale da noi coltivata per la sua bellezza, presente anche in numerosi stemmi araldici come quello della monarchia francese; il giglio di San Giovanni (Lilium bulbiferum) produce grandi e appariscenti fiori arancioni che appaiono verso fine giugno in prossimità della festa del santo.
Qualcuno attribuisce a San Marco il lillà (Syringa vulgaris) arbusto di origine balcanica, ma coltivato per le fioriture color lilla e ormai spontaneizzato in Italia. Oltre a quelle elencate, note circa in tutta Italia, esistono alcune centinaia di specie riconosciute col nome di un santo solo in una ristretta zona del nostro paese, e magari con nomi di santi diversi da una regione all’altra, tanto per fare confusione!
Non potevano mancare attribuzioni a Cristo e alla Madonna. Due specie, nell’immaginario popolare, ricordano le spine che avrebbero cinto in capo di Gesù, denominate entrambe spina di Cristo:
Euphorbia milii, originaria del Madagascar e utilizzata come pianta da appartamento, e Paliurus spina-christi arbusto dell’areale intorno al Mar Nero, ma casualmente presente sul nostro territorio, ne ricordo uno alla base del castello di Montalto Dora.
La Passiflora, importata dal Messico, divenne il fiore della passione di Cristo: la raggiera di filamenti nella parte centrale è la corona di spine, lo stilo al centro rappresenta la colonna della flagellazione, gli stimmi i tre chiodi della crocifissione, gli stami la spugna imbevuta di fiele e aceto, le cinque macchie rosse sulla corolla le cinque ferite di Cristo (l’importante è crederci!). Occhi della Madonna (Veronica persica) è un comunissimo fiorellino celeste e bianco che rappresenterebbe gli occhi di Maria.
Non poteva mancare Giuda. Due alberi sono a lui dedicati: lo spino di Giuda (Gleditsiatriac anthos) originario dell’America settentrionale, ma subspontaneo, un esemplare è visibile sulla sponda del Lago San Michele; l’albero di Giuda (Cercis siliquastrum), originario del Medio Oriente coltivato per le splendide fioriture lilla-violacee che anticipano le foglie, un filare è presente nel giardino prossimo alla stazione di Ivrea. Secondo la tradizione sarebbe l’alberoa cui si impiccò l’apostolo dopo aver tradito Gesù.
Oggi i santi non ci sono più, pullulano, però, disgustosi politici e autocrati criminali che si ritengono credenti nel cristianesimo; avreste qualche pianta da dedicare loro? Qualche idea ce l’avrei, ma non vorrei passare per volgare.
Diego Marra

