L’esito della vertenza Konecta segna un punto di svolta per i siti di Ivrea e Asti: le sedi non verranno chiuse. Un risultato positivo, ma il prezzo pagato è il licenziamento di 213 lavoratori attraverso un esodo incentivato che ha superato le previsioni aziendali.
Il caso Konecta, culminato nell’incontro del 16 aprile 2026 presso l’Unione Industriali di Ivrea fra azienda e sindacati, è lo specchio fedele di una crisi strutturale che sta travolgendo il settore delle telecomunicazioni. Sebbene il tavolo si sia concluso con il ritiro dell’ipotesi di accorpamento delle sedi di Ivrea e Asti su Torino, il prezzo pagato racconta una ‘vittoria’ mutilata da centinaia di licenziamenti.
I numeri di un ridimensionamento
L’azienda ha confermato che il mantenimento dei presidi territoriali è stato reso possibile solo da un esodo incentivato che è andato oltre ogni previsione: 213 lavoratrici e lavoratori hanno scelto il licenziamento (107 a Ivrea, 93 ad Asti e 13 a Torino).
Queste uscite di massa, che superano i 180 esuberi inizialmente dichiarati, evidenziano come la sopravvivenza dei “muri” non equivalga alla sopravvivenza dei posti di lavoro.
L’alibi tecnologico e la desertificazione
Le previsioni per il comparto delle Telecomunicazioni sono drammatiche: si parla di 15.000-20.000 esuberi potenziali a livello nazionale. L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione stanno rendendo “obsoleti” i compiti meno articolati, sostituendo le persone con software per l’automazione dei processi. Non è un caso che, nonostante il ritiro dei trasferimenti, Konecta segnali ancora forti criticità sulle attività di gestione documentale (GED) e di backoffice non telefonico, settori dove l’automazione morde con più forza (nelle prossime settimane ci sarà un nuovo incontro Konecta-Sindacati focalizzato su questi comparti). Questo significa che il cuore della crisi non è solo nel call center tradizionale, ma in tutti quei processi amministrativi che la tecnologia può “cannibalizzare” se non governata. Senza un piano di riqualificazione serio, questi comparti sono destinati a diventare i prossimi fronti di espulsione. D’altro canto le aziende non possono usare la tecnologia come alibi per smantellare i presidi territoriali. La responsabilità sociale dell’impresa non può limitarsi alla stesura del bilancio etico.
La “volontarietà” delle uscite registrate in Konecta è figlia della paura: molti scelgono l’incentivo oggi per timore di restare a mani vuote domani.
Si rischia così una desertificazione silenziosa: uffici che restano aperti, certo, ma sempre più vuoti. Un ufficio con metà del personale è, per logica industriale, un ufficio più facile da chiudere definitivamente in un secondo momento, poiché la massa critica di resistenza si è ormai dissolta con gli incentivi.
Diciamolo chiaramente: quando un’azienda “rinuncia” a una chiusura dopo aver ottenuto un numero di uscite superiore alle aspettative, non sta facendo una concessione, ma sta incassando un risultato.
La necessità di una regia nazionale
In questo contesto il “sistema paese” si è fatto trovare impreparato al cambiamento.
È per questo che la politica deve smetterla di intervenire solo a incendio divampato. Salvare le sedi di Ivrea e Asti è un risultato positivo che premia la tenacia di chi ha lottato, ma si resta su un crinale fragilissimo.
Servono interventi strutturali e un tavolo governativo di crisi permanente. Non si può chiedere ai lavoratori e ai sindacati di combattere questa battaglia da soli, una vertenza alla volta, territorio per territorio. Il mondo del lavoro nelle telecomunicazioni sta scivolando verso un declino che solo una regia nazionale forte può provare ad arginare, trasformando l’inevitabile evoluzione tecnologica in un processo di riqualificazione e non in una mera espulsione di massa.
Cadigia Perini
