Telecontact: la “ripicca” di TIM che toglie il sonno ai lavoratori

Dallo scampato pericolo della cessione di ramo d’azienda alla nuova minaccia del contratto CRM BPO. I lavoratori rispondono: mercoledì 1° aprile sciopero nazionale con adesione altissima.

Mobilitazione anche a Ivrea dove sono confluiti i lavoratori e le lavoratrici di Aosta. Presidio in via Jervis davanti alla storica ICO.

Non c’è pace per i lavoratori di Telecontact, la società al 100% del Gruppo TIM che gestisce l’assistenza clienti. Gli oltre 3300 lavoratori in Italia, dei quali circa 90 a Ivrea e 40 ad Aosta, dopo aver sventato a dicembre la cessione alla società DNA, si trovano oggi a fronteggiare una nuova, drastica decisione aziendale: il passaggio alla disciplina CRM BPO. Una sigla tecnica che, tradotta nella realtà quotidiana, significa una sola cosa: precarietà. “Non siamo un call center in appalto, siamo TIM a tutti gli effetti. L’azienda ci sta togliendo la serenità” è il grido di una lavoratrice.

Un successo oltre le aspettative: l’adesione allo sciopero

La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere. Lo sciopero del 1° aprile ha registrato un successo straordinario, confermando la compattezza della forza lavoro contro le scelte del Gruppo TIM. Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni sindacali, l’adesione media nazionale ha superato l’80%, con punte altissime che in alcuni siti hanno toccato il 95%.

I sindacati hanno definito questa partecipazione come un segnale “inequivocabile”: le lavoratrici e i lavoratori di Telecontact rifiutano in blocco la decisione unilaterale dell’azienda di applicare la “parte speciale” del CCNL Telecomunicazioni dedicata ai call center in outsourcing.

Una storia di passaggi e incertezze

Le storie raccolte tra le fila dei dipendenti in presidio in via Jervis a Ivrea sono lo specchio di una precarietà che dura da anni. Molti lavoratori hanno vissuto l’intera evoluzione del polo tecnologico locale: “Siamo partiti da Olivetti, poi Advalso, attraversando vari passaggi societari fino a Telecontact. Lavoriamo per TIM da una vita, ma oggi l’azienda non collabora; ci sentiamo traditi. La nostra vita privata è danneggiata: non si dorme più, non c’è più tranquillità”.

Per chi ha già subito il trasferimento forzato dalla sede di Pont-Saint-Martin a quella di Aosta, il rischio ora appare duplice: perdere i diritti acquisiti e vedere svanire definitivamente anche il presidio territoriale valdostano. “Abbiamo lottato per ottenere la sede di Aosta, ma i campanelli d’allarme dicono che potrebbero togliercela. Non molleremo“.

Il nodo del contratto: “Siamo una consociata, non un outsourcing”

Il cuore della protesta riguarda l’inquadramento contrattuale. Sebbene si resti nell’alveo delle Telecomunicazioni (TLC), l’applicazione della disciplina per i call center in outsourcing (CRM BPO) cambierebbe tutto.

“TIM considera Telecontact un outsourcing, ma è una follia”, spiegano i delegati a Ivrea. “Noi non partecipiamo a gare d’appalto per accaparrarci commesse, siamo parte integrante del Gruppo. Applicare quel contratto significa esporci alle logiche di mercato più selvagge, le stesse che nel territorio eporediese abbiamo già visto con il caso Comdata-Konecta“.

Le segreterie nazionali di SLC CGIL, FISTEL CISL e UILCOM hanno ribadito con forza che “accordi sindacali azzerati e applicazione incongrua del contratto non sono basi su cui può ripartire il confronto”. Per le sigle sindacali, il senso di responsabilità dimostrato in vent’anni non può essere ripagato con uno smantellamento dei diritti.

Il sospetto della “vendetta” aziendale

Tra i lavoratori serpeggia un sospetto amaro. La velocità con cui, dopo il fallimento della cessione a DNA, l’azienda ha presentato il nuovo piano contrattuale, la disdetta degli accordi sul lavoro agile e dei premi di secondo livello, sa di ritorsione.

Non abbiamo fatto in tempo a gioire per la mancata cessione di dicembre che è arrivata la ‘letterina’“, racconta una lavoratrice di Ivrea. “Sembra quasi una ripicca perché abbiamo bloccato i loro piani precedenti“.

Famiglie a rischio e mobilitazione continua

La crisi colpisce duro soprattutto laddove il lavoro è un affare di famiglia. In Telecontact non è raro trovare coppie di coniugi che condividono lo stesso ufficio e, ora, la stessa angoscia. “Io e mio marito siamo nella stessa situazione, a 58 anni la voglia di lavorare c’è, ma non si può vivere in questa precarietà“.

La mobilitazione non si ferma allo sciopero del 1° aprile, dal 9 aprile a fine mese, infatti, è prevista un’ora di sciopero alla fine di ogni turno.

L’obiettivo è uno solo: costringere TIM a sedersi a un tavolo e riconoscere che i lavoratori di Telecontact non sono “numeri in appalto”, ma professionisti che da quasi vent’anni garantiscono la tenuta del servizio clienti del principale operatore telefonico italiano. Tutte le sedi Telecontact in Italia sono unite in una lotta che va oltre il salario: è una battaglia per la dignità e il futuro dei territori.

Cadigia Perini