Strage di Brandizzo, a Ivrea il processo parte a ostacoli: aule separate, rabbia e dolore dei familiari

Al via a Ivrea il processo per i cinque operai travolti dal treno alla stazione di Brandizzo nel 2023. Nel presidio all’esterno l’abbraccio tra le famiglie delle vittime e i ferrovieri contro le riorganizzazioni selvagge, mentre in tribunale la mancanza di spazi costringe i parenti a guardare gli imputati soltanto da un monitor.


Stazione di Brandizzo, notte fra il 30 e il 31 agosto 2023. Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Saverio Giuseppe Lombardo e Giuseppe Aversa vengono travolti da un treno in corsa mentre lavorano sui binari. Una nuova, agghiacciante, strage sul lavoro.

Il processo

A oltre tre anni da quella tragica notte, si è aperta mercoledì 30 settembre, al Tribunale di Ivrea, l’udienza preliminare del processo. Un primo passaggio giudiziario fondamentale che vede coinvolti 24 soggetti tra persone fisiche (21) e società (RFI, committente dei lavori; Sigifer, ditta appaltatrice e datrice di lavoro dei cinque operai; CLF – Costruzioni Linee Ferroviarie, la società appaltatrice originaria), con accuse che vanno dall’omicidio colposo plurimo al disastro ferroviario. Ma la prima giornata in aula si è trasformata subito nello specchio di un sistema che sembra arrancare sotto il peso di gravi carenze strutturali.

“Divisi dalle aule”: la rabbia dei familiari che volevano guardare in faccia i responsabili

Il nodo più critico emerso riguarda la logistica. Per mancanza di uno spazio idoneo a contenere il numero imponente di parti, legali e imputati, l’udienza è stata spezzata in due aule collegate in videoconferenza: da un lato gli imputati e le difese, dall’altro le parti civili e i familiari delle vittime. Considerato che il Tribunale di Ivrea è il più grande della Città metropolitana dopo Torino – con un bacino di circa 515.000 abitanti e 173 Comuni – l’assenza di una maxi-aula rappresenta una carenza grave, simbolo di come i presidi giudiziari territoriali vengano trascurati da chi amministra la giustizia nazionale.

Dover seguire l’udienza stretti in un’aula separata ha scatenato la dolorosa protesta dei familiari delle vittime. Particolarmente segnati il padre e il fratello di Kevin Laganà, il più giovane degli operai uccisi: “Ci hanno messo in aule separate. Volevamo guardare in faccia i responsabili e invece non è stato possibile, li abbiamo visti solo attraverso uno schermo“. Un senso di profonda ingiustizia condiviso dai legali di parte civile, che hanno definito la gestione ministeriale irrispettosa per le vittime e per il dibattimento. A ciò si aggiunge una mole di atti imponente – circa 84 Terabyte di dati digitali – che ha reso complessa la fase istruttoria e difficoltoso l’eventuale trasferimento del processo altrove. L’udienza preliminare è stata aggiornata e rinviata a mercoledì 28 ottobre 2026 quando la parola passerà alle difese e la decisione sulle costituzioni di parte civile. Sono decine le richieste presentate, non solo dai familiari dei cinque lavoratori, ma anche da enti locali (Comune di Brandizzo e Regione Piemonte), sindacati (Cgil, Cisl, Uil) e associazioni di tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

Non fu un tragico errore isolato

Mentre la macchina giudiziaria muove i suoi primi passi ufficiali, la convinzione di familiari, lavoratori e osservatori resta incrollabile: la tragedia di Brandizzo non è stata una fatalità imprevedibile, ma l’estremizzazione drammatica di un modello di lavoro basato su ritmi serrati, subappalti e pressanti scorciatoie sulle procedure di sicurezza. Gli elementi d’indagine sostengono con forza la tesi della Procura: gli operai vennero mandati sui binari prima ancora che arrivassero l’autorizzazione formale e l’interruzione della linea.

Il presidio di solidarietà davanti al Tribunale

Fin dalle 9 del mattino, all’esterno del Tribunale di Ivrea, era presente un presidio di solidarietà promosso da diverse realtà associative e sindacali di base. Tra queste, l’associazione dei familiari delle vittime della strage di Viareggio del 2009, “Il mondo che vorrei“, i cui membri hanno organizzato un pullman per portare a Ivrea la loro vicinanza ai familiari delle vittime di Brandizzo e offrire supporto per un percorso giudiziario che si preannuncia lungo e complesso. Un percorso che per Viareggio è durato 17 anni, segnati da enorme dolore ma che ha portato al riconoscimento pieno delle responsabilità, con condanne che hanno colpito non solo l’anello debole della catena, ma i vertici dell’epoca come l’allora AD Moretti.

«Il rammarico – racconta Daniela Rombi, presidente dell’associazione e madre di Emanuela Menichetti, morta a soli 21 anni per le ustioni dopo 40 giorni di agonia – è che i nostri cari sembrano essere morti invano. E la strage di Brandizzo lo dimostra: nulla è stato fatto dopo i 32 morti di Viareggio per garantire la reale sicurezza dei lavoratori e della popolazione».

Il messaggio del volantino dei lavoratori e dei familiari delle vittime

Durante il presidio è stato distribuito un volantino unitario promosso da ferrovieri, assemblee di base e associazioni (tra cui Ferrovieri per la sicurezza, Assemblea PdM/PdB, Associazione “Il mondo che vorrei”, Assemblea 29 giugno, Ferrovieri contro la guerra, Cassa di solidarietà tra ferrovieri, rivista CubRail, Coordinamento 12 ottobre, Cub Trasporti e Sol Cobas).

Nel documento si ribadisce il profondo legame tra la lotta dei familiari e quella dei lavoratori:

“Siamo ferrovieri e ferroviere e sappiamo, forse più di altri, che dopo la strage dei nostri 5 colleghi a Brandizzo è stato firmato un accordo che riorganizza il lavoro, flessibilizzando al massimo gli orari dei manutentori e togliendo salute e vita dai turni (il ‘Modello Brandizzo’), con il rischio costante di una nuova tragedia. E mentre si taglia su manutenzione, personale e sicurezza, si spendono milioni per attrezzare binari e stazioni per i trasporti militari e di guerra. […] L’unico errore umano è non ribellarci a questo stato di cose”.

Al presidio ha preso parte anche un folto gruppo di militanti del Fronte della Gioventù Comunista (FGC) e una delegazione del Partito della Rifondazione Comunista della Federazione torinese, per esprimere vicinanza alle famiglie e sostenere la mobilitazione contro gli omicidi sul lavoro generati dalle logiche di profitto.

La battaglia per la verità e la giustizia è soltanto all’inizio. Dal presidio di ieri mattina fino alle aule giudiziarie, la richiesta resta una sola: mai più morti in nome del profitto e dello sprezzo della vita umana.

Cadigia Perini