Mentre si celebrano i mattoni del nuovo ospedale, le Case di Comunità rischiano di restare gusci vuoti. E la riforma dei medici di famiglia basterà a coprire i turni o servirà solo a peggiorare il servizio di base?
Mentre la Regione Piemonte e l’ASL TO4 celebrano la presentazione del progetto per il nuovo ospedale di Ivrea nell’area ex Montefibre – un’opera da 215 milioni di euro con facciate in mattoni che strizzano l’occhio all’epopea olivettiana – ci ritroviamo con Case e Ospedali di comunità in dirittura di arrivo che rischiano di rimanere delle “scatole vuote”.
L’attenzione è puntata su una data: giugno 2026. È la scadenza del PNRR, il termine ultimo per terminare i lavori per le Case e degli Ospedali di Comunità. Ma se a Torino le parti sindacali hanno già fatto sentire la propria voce denunciando l’apertura di strutture prive di medici e infermieri, nel Canavese il dibattito sembra anestetizzato da un silenzio che comincia a farsi assordante.
L’immobilismo della Conferenza dei Sindaci
Le maggiori responsabilità non possono che ricadere sulla Conferenza dei Sindaci dell’ASL TO4. A questo organismo spetterebbe infatti il compito di rappresentare i bisogni di salute dei cittadini e di incalzare la Direzione Generale dell’ASL su questioni vitali. Invece, si registra un immobilismo preoccupante.
Con quale personale la Direzione pensa di far funzionare la Casa di Comunità di Corso Nigra e il futuro Ospedale di Comunità da 20 posti letto? È una domanda che la Conferenza dei Sindaci non sembra voler porre con la necessaria fermezza. Sappiamo infatti che gli organici dell’attuale ospedale cittadino e del poliambulatorio sono abbondantemente sotto la soglia minima per garantire servizi dignitosi e turni di lavoro regolari.
Inaugurare nuovi muri senza avere il personale per gestirli non è un successo amministrativo, è un’operazione di marketing che rischia di trasformarsi in un boomerang sociale.
La riforma dei medici di base: una soluzione o un cerotto?
In questo scenario di carenza cronica si inserisce la recente riforma nazionale che tocca i medici di medicina generale. Il nuovo accordo prevede l’obbligo per i medici di base di lavorare per un certo numero di ore settimanali proprio all’interno degli Ospedali di Comunità. L’obiettivo dichiarato è garantire la continuità assistenziale e sollevare i pronto soccorso, ma i dubbi rimangono molti.
Basteranno queste ore “comandate” a dare vita a strutture che richiedono una presenza costante e multidisciplinare? Il rischio è che i medici di base, già sovraccaricati dalla burocrazia e dai massimali di pazienti, si trovino a dover dividere il proprio tempo tra lo studio e l’ospedale di comunità, con il risultato di depotenziare ulteriormente il primo contatto territoriale senza risolvere la carenza strutturale del secondo.
L’odissea delle liste d’attesa e il rischio di andare sempre più verso organici “precari”
E parlare di inefficienza nella sanità ci porta immediatamente all’irrisolto problema della lunghezza delle liste d’attesa. Nonostante i proclami di abbattimento dei tempi, prenotare una visita specialistica o un esame diagnostico nel Canavese rimane un’odissea che spinge chi può verso il privato e condanna chi non può a rinunciare alle cure.
Queste attese infinite sono strutturalmente incompatibili con la missione primaria del sistema sanitario: preservare la salute dei cittadini. La prevenzione e la gestione della cronicità, che dovrebbero essere il cuore delle Case di Comunità, diventano concetti astratti se per un’ecografia o una visita cardiologica occorrono mesi di attesa. In questo contesto, l’insistenza sulla bellezza architettonica del futuro ospedale suona quasi come un insulto: i cittadini non hanno bisogno di “mattoni olivettiani” tra cinque o dieci anni, hanno bisogno di medici e risposte diagnostiche oggi.
Occorre inoltre vigilare con estrema attenzione sulle scelte della Direzione dell’ASL TO4 in merito alle formule di assunzione del personale per la Casa e l’Ospedale di Comunità di prossima apertura a Ivrea.
Poiché queste “scatole” ormai ci sono, vanno gestite, va tutelato certo il conto economico dell’azienda sanitaria ma, soprattutto, vanno garantite condizioni di lavoro eque.
Il pericolo reale è che, per “mettere una bandierina” e dimostrare che le strutture sono aperte, si ricorra massicciamente a medici “a gettone” (costi alti) e infermieri interinali (precarietà). Su questo fronte i sindacati canavesani devono pressare la direzione dell’Asl. Non si può permettere che il personale strutturato degli ospedali subisca turni massacranti per coprire le falle di un sistema che preferisce l’esternalizzazione costosa alla programmazione responsabile. La dignità di chi lavora in corsia ogni giorno non può essere sacrificata sull’altare di una sanità territoriale fatta di cooperative e “precariato” di lusso.
Cadigia Perini