Oltre la tradizione: il diritto dei cavalli a non essere il nostro palcoscenico

Una riflessione sul nostro rapporto con gli animali. Dal collasso delle “botticelle” a Roma alle feste tradizionali: perché è arrivato il momento di liberare gli equini dal giogo umano e riscoprire un’autentica etica del rispetto.

In questa torrida estate del 2026 – in cui chi ci amministra, dalla Regione al Governo nazionale, nega il cambiamento climatico antropico e quindi non corre concretamente ai ripari – non siamo solo noi umani a soffrire. Insieme a noi soffrono intensamente gli altri animali: per il caldo opprimente, per la siccità e, non ultimo, per l’accanimento dell’uomo che insiste a volerli cacciare (si veda il pessimo DDL caccia proposto dal governo) o a utilizzarli per mero intrattenimento.

Fra tutte le specie, vi è una categoria animale che, seppur amatissima e dichiaratamente rispettata dagli umani che la accudiscono, subisce situazioni tutt’altro che naturali. Parlo degli equini. In particolare, di quei cavalli che hanno la sfortuna di essere scelti per fiere, giostre, palii e attrazioni turistiche a uso e consumo del divertimento e del folklore umano, protetti dallo scudo della  “tradizione culturale intoccabile”. Imbellettati con fastidiosi nastri e campanellini, costretti a camminare e correre su asfalto e pavé roventi, se incroci il loro sguardo sembrano dirti chiaramente: “Che si deve fare per vivere”.

La cronaca recente: il collasso di Roma La drammaticità della situazione è emersa in tutta la sua evidenza lo scorso 4 luglio a Roma, dove un cavallo adibito alla trazione delle storiche “botticelle” è crollato stremato sul pavé rovente di Ponte Cavour, in pieno centro e sotto gli occhi di passanti e turisti. L’animale, schiacciato da temperature superiori ai 35 gradi all’ombra e dal peso del veicolo in mezzo al traffico cittadino, è stramazzato al suolo riaccendendo l’indignazione pubblica e il dibattito sulla sostenibilità di queste pratiche anacronistiche, fino a chiedere con forza l’abolizione definitiva del servizio e la conversione delle licenze, un segno di civiltà non più rimandabile nel XXI secolo.

Il contesto eporediese: tra Carnevale e San Savino

Prendere apertamente le parti dei cavalli in terra di Eporedia è un’operazione impopolare e alquanto ardita. Ivrea ha infatti i suoi due eventi maggiori incentrati proprio su questi mansueti animali (mansueti fino a un certo punto: ricordiamo tutti con una punta di celata soddisfazione qualche inevitabile disarcionamento). Da un lato il Carnevale, che in tre giorni intensi li sfianca tra rumori assordanti e vie rese vischiose dal passaggio dei carri, costringendoli a girare come trottole nel circuito caotico della battaglia delle arance. Certo, sappiamo bene che vengono trattati e accuditi al meglio delle possibilità, ma l’innaturalezza di quel contesto rimane immutata.

Dall’altro lato c’è San Savino: la festa che, oltre a celebrare il santo patrono, celebra ufficialmente il Cavallo. A questi ultimi va persino peggio, perché la ricorrenza del patrono cade il 7 luglio, proprio nel pieno dei giorni più torridi dell’anno. La sfortuna storica del cavallo risiede poi nel fatto che Ivrea, l’antica Eporedia, fu proprio stazione di cambio equestre. Da allora il cavallo si è sì emancipato dal duro lavoro nei campi e dal traino quotidiano delle carrozze (tranne a Roma …), ma è rimasto profondamente imbrigliato, è proprio il caso di dirlo, nelle maglie delle celebrazioni e del folklore eporediese.

L’illusione della libertà e lo sfruttamento globale

Questo dolce quadrupede, simbolo universale di libertà quando corre libero tra spiagge e radure, si trova al giogo dell’uomo per il suo sollazzo un po’ ovunque; non vi è regione in Italia, infatti, che non vanti manifestazioni storiche o sagre che li impiegano. Per non parlare degli sport equestri. Si pensi al dressage, uno spettacolo spesso insopportabile da vedere, che costringe l’animale a passi e movimenti rigidamente innaturali, o allo stesso salto ostacoli. Se l’essere umano ama così tanto compiere passi di danza e saltare barriere artificiali, dovrebbe organizzarsi da sé, senza coinvolgere esseri viventi privi di libero arbitrio.

Allo stesso modo, resistono ancora i circhi equestri. Mentre gli altri animali, piano piano e grazie a una mutata sensibilità collettiva, sono stati progressivamente lasciati in pace dalla nobile arte circense, il cavallo permane tristemente nell’arena. Che spettacolo memorabile potrà mai essere vedere dei cavalli costretti a correre ossessivamente in cerchio, con umani che compiono acrobazie sulla loro schiena, per poi obbligarli a piegare una zampa a mo’ di inchino davanti al pubblico pagante?

Verso una nuova etica del divertimento

Associazioni storiche come LAV ed ENPA denunciano costantemente la pericolosità e l’inadeguatezza delle superfici su cui questi animali vengono fatti muovere. Le piazze storiche e le vie cittadine presentano asfalto, pavé o piste di terra battuta stese su fondi duri, oltre a curve a gomito estremamente pericolose. A questo si aggiunge lo stress sensoriale: il cavallo è un “animale da preda”, dominato dall’istinto di fuga di fronte a rumori assordanti, urla e stimoli caotici. I contesti festosi per noi umani sono l’esatto opposto del suo habitat naturale.

Dal punto di vista etico, antropomorfizzare gli animali, mettendo sempre l’essere umano al centro del creato, è un approccio odioso. Non siamo una specie eletta o intrinsecamente superiore – lo dimostriamo purtroppo ogni giorno con le nostre bassezze – e allora non vi è alcuna ragione logica o morale per cui dovremmo ricondurre gli altri animali a nostra immagine e somiglianza, piegandoli ai nostri bisogni di svago.

Potrebbe Eporedia-Ivrea, forte della sua storia e della sua profonda connessione con questi animali, farsi capofila di una nuova cultura del divertimento? Un modello che non costringa nessun essere vivente ad atti innaturali o a sforzi logoranti sotto il sole estivo. Sarebbe un’impresa indubbiamente titanica e controcorrente, ma dotata di un immenso e duraturo valore etico.

cp

Nota immagini: la seconda foto è stata scaricata da un social, l’autrice/autore che ne volesse limitare l’uso ci scriva