L’ultimatum di Konecta all’esito del vertice del 16 ottobre non lascia dubbi: o arrivano subito gli ammortizzatori sociali straordinari o partiranno i licenziamenti diretti. Nella culla post-Olivetti sfuma la protesta locale, mentre lo sciopero di categoria dell’11 novembre rischia di arrivare a giochi ormai fatti.
Nell’incontro del 23 dicembre scorso il Canavese sembrava aver ritrovato la forza e l’orgoglio della mobilitazione territoriale. L’aula di Infermieristica ad Ivrea accoglieva un fronte compatto e bipartisan: dal sindaco eporediese Matteo Chiantore ai primi cittadini dei comuni limitrofi, passando per consiglieri metropolitani come Sonia Cambursano, consiglieri regionali come Alberto Avetta, fino alla presenza del Vescovo Daniele Salera. E poi mozioni approvate in consiglio comunale, interrogazioni parlamentari dei deputati piemontesi della Lega, insomma un coro unanime di indignazione che prometteva un baluardo istituzionale per bloccare il disimpegno di Konecta (colosso nato dalla fusione e dall’evoluzione dell’ex Comdata) e scongiurare lo smantellamento del presidio eporediese.
A distanza di dieci mesi, spenti i riflettori e consumati i rituali della solidarietà formale, sulla vertenza è calato un assordante silenzio. Mentre le istituzioni locali tornavano alla routine quotidiana, l’azienda ha proseguito il proprio piano strategico con spietata linearità, confermando come le logiche della ristrutturazione d’impresa viaggino a velocità ben superiori rispetto ai tempi della politica e della burocrazia.
La strategia del logoramento e i dati della crisi
Il piano di riorganizzazione avviato da Konecta ha progressivamente assunto i contorni di un vero e proprio impoverimento strutturale per l’occupazione locale. La scelta di disporre trasferimenti d’ufficio per i dipendenti verso sedi distanti – in un settore caratterizzato da retribuzioni che spesso si attestano sui 700 euro mensili per contratti part-time – ha agito nei fatti come una leva d’induzione alle dimissioni volontarie. Per molti lavoratori, il costo del pendolarismo rende economicamente insostenibile il mantenimento del posto di lavoro, trasformando la mobilità in un licenziamento indiretto.
I numeri fotografano una contrazione rilevante: le uscite cosiddette “volontarie” e le adesioni agli incentivi hanno superato quota 200 unità tra i poli di Ivrea e Asti, inserendosi nel più ampio quadro nazionale che vede oltre 600 esuberi dichiarati dal gruppo sul territorio italiano.
Nel frattempo, la protesta sociale non ha mai preso la forma di una vertenza d’urto o di una vera e propria lotta di piazza. Privata di presidi permanenti, scioperi territoriali continuativi e azioni ad alto impatto pubblico, la vertenza si è incanalata lungo i binari formali dei “tavoli di monitoraggio”, depotenziando il grido d’allarme e favorendo un graduale decantamento della tensione sociale.
Il nodo del 16 ottobre e l’ultimatum sugli ammortizzatori
Lo snodo critico si è consumato lo scorso 16 ottobre 2026, a seguito dell’incontro tra i vertici aziendali e le segretarie regionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom. Il comunicato sindacale emerso dal confronto ha evidenziato con chiarezza la posizione dell’azienda: la temporanea proroga dei trasferimenti rappresenta soltanto una pausa formale.
Konecta ha posto un aut-aut stringente: in assenza di una rapida concessione degli ammortizzatori sociali straordinari da parte del Ministero del Lavoro per la copertura dei costi, la proprietà adotterà interventi ancora più drastici sui livelli occupazionali. In termini espliciti, si prefigura l’avvio diretto delle procedure di licenziamento collettivo.
Il dilemma dei tempi e la mobilitazione di settore
Di fronte a questo scenario di immediata emergenza, la risposta delle organizzazioni di categoria nazionali punta sulla proclamazione dello sciopero generale dell’intero comparto CRM/BPO, fissato per l’11 novembre 2026.
Se la mobilitazione di settore risponde a una chiara necessità strategica per denunciare le sofferenze strutturali dei call center e dei servizi in outsourcing a livello nazionale, per il nodo di Ivrea si pone un evidente tema di sfasamento temporale. Il rischio concreto è che le decisioni operative aziendali ed i termini fissati al tavolo ministeriale anticipino la data dello sciopero, rendendo la mobilitazione dell’11 novembre una risposta giunta a cose ormai definite.
La riconversione industriale e la responsabilità del territorio
Ivrea, la città che nel post-Olivetti ha orientato la propria riconversione economica sul settore delle telecomunicazioni e dei servizi BPO, assiste a un ennesimo depauperamento del proprio tessuto produttivo senza la presenza di una mobilitazione locale commisurata all’entità del danno.
L’emergenza Konecta richiede una presa di posizione immediata e concreta da parte degli attori territoriali, anziché l’attesa passiva degli sviluppi burocratici. Senza un’azione immediata di presidio, coordinamento istituzionale e pressione pubblica, il rischio è che la storia industriale della sede eporediese si avvii a una conclusione già scritta.
Cadigia Perini
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