La storia del Coro Bajolese, diretto da Amerigo Vigliermo e nato nel 1966 a Bajo Dora. Sessant’anni di ricerca e raccolta della tradizione orale
Esiste in pieno Canavese, un’area del Piemonte che comprende la cittadina d’Ivrea ma che si estende da Viverone alla Valle Sacra, da Chivasso alla Valle dell’Orco, una storia che ci può far capire molto dello ieri ma soprattutto dell’oggi.
È la storia del coro di un piccolo paese vicino alla Dora Baltea; il fiume che nasce dai ghiacciai valdostani e che, dai
mille rivoli da cui inizia, si getta poi nel Po, ma prima attraversa la Valle d’Aosta e il Canavese, e questo attraversamento le ha anche modellate.
Ieri il coro ha compiuto 60 anni, festeggiandoli in un incontro a Quincinetto in cui erano presenti, mal contate, cinquecento persone, e in cui si sono alternati sul palco altri cori simili o, addirittura, figli di quello di Bajo.
Ma qual è il lavoro importante che ha fatto in questi sessant’anni il Coro Bajolese?
La raccolta di canti popolari e tradizionali, iniziata dal suo fondatore Amerigo Vigliermo, classe 1935, che è una testimonianza viva della cultura popolare canavesana. Perché è importante salvaguardare la cultura popolare? Il cortocircuito tra progresso e sviluppo, tra tecnologia ed emancipazione ha generato gravi fratture nella società. Soprattutto ha eliminato la capacità dei ceti popolari – pastori, contadini, operai – di produrre cultura propria. Si sono imposti prima i grandi media, poi i social a fare da produttori di cultura, sostituendo le capacità di autoproduzione delle persone semplici.
Sono cose che ha spiegato bene Pier Paolo Pasolini, ma anche Gustavo Buratti, detto Tavo Burat, ambientalista biellese. In un articolo del 1985 su Biellese proletario spiegò che dall’Illuminismo in poi, noi ci siamo esaltati che l’idea di “progresso” (e quella correlativa di “emancipazione”) sia un “assoluto”, un concetto universale; pretendiamo allora di
trasmettere, quando non di imporre, fideisticamente, questa nostra scoperta a popoli i quali, invece, hanno società animate da altre concezioni, per cui l’idea di progresso si rivela relativa: il valore della vita, il legame con la terra, che sono invece gli universali.
Negli ultimi due anni abbiamo incontrato alla Trappa di Sordevolo, durante un’iniziativa che si chiama Risalire le storie, il Coro Bajolese, e abbiamo cantato insieme a loro. Nell’incontro dello scorso anno Giuseppe Pidello, coordinatore dell’Ecomuseo della Valle Elvo e della Serra, ci ha aiutato a inquadrare il senso di questo incontro, riflettendo sul valore di una tradizione: La vostra presenza aggiunge un elemento che è fondamentale per tutte le cose probabilmente, cioè l’idea che una cosa apparentemente inutile, cioè non direttamente utilitaria, come il canto, invece abbia accompagnato molte situazioni e la vita di tutte le generazioni precedenti alla nostra. Cioè il canto che accompagna il lavoro e che dà un ritmo al lavoro, al lavoro anche fisico. Il canto che diventa qualcosa di fondamentale nei momenti in cui bisogna resistere, perché anche lì aiuta con l’azione. Il canto che evolve, ma che accompagna come qualcosa di strumentale, di utile, non come fine ma come mezzo che aiuta a vivere, aiuta a sostenere i momenti difficili.
A dare voce a questa linfa vitale è stato direttamente Amerigo Vigliermo, che, rispondendo a Giuseppe e riflettendo sulla forza originaria e collettiva del cantare insieme, ci ha ricordato come il canto riesca a suscitare in noi una vita associativa quasi indispensabile per la vita delle persone. Perché ci sentiamo soli, perché ci sentiamo isolati, perché abbiamo bisogno di coinvolgere chi ci ascolta, abbiamo bisogno di riunire tutte le forze che stanno in ognuno di noi in modo da poter inventare una società che dal canto tragga forza e potenza.
Ascoltare le parole di Amerigo significa comprendere che il canto non è un reperto da museo, ma una chiave per decifrare il mondo. Festeggiare sessant’anni del Coro Bajolese significa dunque molto di più che celebrare una ricorrenza musicale: significa riconoscere il valore di un argine popolare contro l’omologazione, un invito a riscoprire, attraverso la melodia e la memoria, il senso più autentico dell’abitare il mondo.
Ettore Macchieraldo