Sanità piemontese, scatta il blocco delle assunzioni: è scontro tra Regione, sindacati e opposizioni

Una direttiva firmata dall’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte ha imposto a tutte le ASL e Aziende Ospedaliere la sospensione immediata e temporanea delle nuove procedure di reclutamento del personale per il 2026.

Federico Riboldi

La misura, presentata dalla Giunta regionale come un intervento di “razionalizzazione” e verifica della sostenibilità economica, ha scatenato l’immediata e durissima reazione dei sindacati, degli ordini professionali e delle forze di opposizione.

Mentre l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Federico Riboldi, giustifica il provvedimento parlando di una «ricognizione generale finalizzata alla riorganizzazione», il fronte del no è compatto nel lanciare l’allarme per la tenuta del sistema sanitario piemontese.

La direttiva della Regione: «Prima i conti, poi le assunzioni»

Il messaggio inviato dalla Regione alle aziende sanitarie è perentorio: «Fermi tutti, i conti non tornano». Considerato l’incremento di personale rilevato sia nelle ASL sia nelle aziende ospedaliere rispetto agli anni passati, la Direzione Sanità ha richiesto una verifica puntuale della dinamica di spesa.

Fino a quando questa ricognizione non sarà completata e consegnata dalle singole aziende, le procedure di reclutamento resteranno congelate. Dall’Assessorato si affrettano a precisare che la misura «non deve essere intesa come un blocco generalizzato e indistinto, ma come una misura temporanea di governo della spesa». Tuttavia, le tempistiche e le modalità hanno surriscaldato, a buona ragione, il clima politico e sociale.

L’attacco delle opposizioni: «Sanità a fari spenti nella notte»

PD e M5s in minoranza in Consiglio Regionale si scagliano contro la circolare, definendola una chiara ammissione di ritardo e di totale assenza di programmazione.

«Quando a giugno si arriva a chiedere alle aziende di verificare se le assunzioni effettuate abbiano prodotto risultati, di sospendere nuove procedure di reclutamento e di ridisegnare la distribuzione del personale, significa che la programmazione non è stata fatta quando serviva. Con questa nota l’assessore Riboldi certifica il completo fallimento della gestione della sanità regionale da parte del Centrodestra e ammette che il Piemonte viaggia a fari spenti nella notte, rincorrendo i problemi anziché governarli.»

La minoranza sottolinea la gravità del tempismo: il blocco arriva in un momento in cui gli ospedali e gli ambulatori sono già in forte crisi, i concorsi pubblici vanno deserti e i servizi estivi sono a forte rischio.

Il fronte sindacale unito: «Lo straordinario non è una stampella ordinaria»

In una nota congiunta, le sigle CISL FP, Nursind, Fials e Nursing Up hanno espresso profonda preoccupazione per una scelta definita «rischiosa e pericolosa»:

  • Sofferenza degli organici: I sindacati ricordano che il ricorso massiccio al lavoro straordinario è già il termometro di una carenza strutturale cronica. «Lo straordinario non può diventare una stampella ordinaria per coprire i vuoti di personale».
  • No ai tagli lineari: Viene chiesta una mappatura seria e scientifica che definisca con precisione dove mancano i professionisti, così da garantire la continuità assistenziale e la sicurezza delle cure.
  • Tavolo di confronto immediato: Le sigle pretendono l’apertura immediata di un tavolo di discussione ed esame congiunto regionale prima che i piani delle singole ASL vengano validati definitivamente.

 

 

L’affondo della FP CGIL: «Un piano di austerity che regala pazienti al privato»

Ancora più radicale la posizione della FP CGIL Piemonte, che definisce la circolare un atto di «gravità inaudita» volto a nascondere un vero e proprio piano di austerity:

  • Il paradosso del confronto con il 2019: Per la CGIL, confrontare i dati attuali con il 2019 per dimostrare una presunta “inefficienza” delle aziende è una falsità ideologica. Quel dato ignora deliberatamente le migliaia di pensionamenti, le fughe verso il privato e l’esodo per burnout post-pandemia.
  • Le liste d’attesa: I tempi di attesa non si riducono perché manca un investimento strutturale sull’organizzazione, sulla tecnologia e sulla medicina del territorio, non perché ci sia “troppo personale”.
  • La resa del servizio pubblico: «Meno personale negli ospedali pubblici significa più pazienti costretti a rivolgersi al privato, pagando di tasca propria o tramite assicurazioni».

Il sindacato di categoria della Cgil chiede il ritiro immediato della disposizione: «La Regione si assuma le proprie responsabilità politiche, invece di scaricare sui lavoratori il peso di un bilancio in rosso: il diritto alla salute non si “efficienta” tagliando le persone che lo garantiscono.»

La radice del male è a monte

Il caso piemontese non è un’eccezione isolata, ma la logica e drammatica conseguenza di un peccato originale che risale al 2001. La sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione, che ha regionalizzato la gestione della salute, ha di fatto avviato la distruzione sistematica del Sistema Sanitario Nazionale, gratuito e universale.

Trasformando le strutture sanitarie in “Aziende” (ASL e AO) guidate da logiche di budget, bilancio e profitto tipiche del settore privato, e non più da quelle di un ente pubblico orientato al benessere della collettività, si è aperto il fianco alla creazione di pericolose sacche affaristiche. Fino a quando la salute sarà trattata come una merce da far quadrare nei bilanci regionali, e non come un diritto costituzionale inalienabile, assisteremo a rimpalli di responsabilità e tagli di personale a danno dei cittadini. La soluzione non è “razionalizzare” le briciole locali, ma rimettere in discussione l’intero assetto della sanità aziendalizzata.

Cadigia Perini