Presentato il report sui consultori di Torino: sono 6 in meno dal 2017. Rosatelli: «Storia importante che deve continuare»
A Torino c’è un consultorio familiare ogni 86mila abitanti, contro lo standard previsto dalla normativa nazionale che ne vorrebbe uno ogni 20mila. Un divario strutturale che racconta il progressivo arretramento della sanità territoriale nel capoluogo piemontese: nel 2017 i consultori erano 16, oggi sono 10. In 6 anni si è perso oltre un terzo della rete pubblica, mentre i bisogni sociali sono aumentati. Questi i dati contenuti nel report I consultori familiari di Torino: realtà e percezione, realizzato dell’Osservatorio sulla salute delle donne della città di Torino, presentato alla presenza dell’assessore cittadino alle politiche sociali Jacopo Rosatelli.
I numeri
Questi numeri non cadono nel vuoto, ma si inseriscono in un quadro più ampio di sottofinanziamento del servizio sanitario e di indebolimento dei presidi di prossimità. Questo nonostante i consultori, nati dalle lotte delle donne negli anni ‘70, rappresentino storicamente uno degli strumenti più avanzati del welfare pubblico italiano, con un’idea di sanità oltre la prestazione, capace di integrare dimensione sanitaria, sociale e relazionale. Il confronto numerico però è impietoso. A livello nazionale si registra in media un consultorio ogni 32mila abitanti, con Torino che rimane molto al di sotto a questo dato. Il problema non è solo quantitativo: la distribuzione dei servizi sul territorio è disomogenea e colpisce soprattutto le aree più fragili della città, dove maggiore è la presenza di popolazione straniera e di condizioni di vulnerabilità sociale. In alcune circoscrizioni gli stranieri superano il 25% dei residenti. In questi contesti, i consultori sono spesso il primo o unico punto di accesso alla sanità pubblica. Negli ultimi anni si è cercato di compensare questa contrazione con una riorganizzazione interna, e i consultori torinesi oggi operano attraverso 7 percorsi di presa in carico: supporto alle donne in condizioni di vulnerabilità sociale, assistenza alle vittime di violenza e tratta, servizi per adolescenti (sessualità, relazioni, prevenzione), accompagnamento all’interruzione volontaria di gravidanza, percorso nascita e assistenza alla gravidanza, contraccezione e salute riproduttiva, promozione della salute della donna. A rendere il quadro più fragile, la questione delle risorse: i consultori non dispongono di finanziamenti vincolati, ma rientrano in capitoli più ampi della spesa sanitaria territoriale. In un contesto di scarsità, questo li espone a una marginalizzazione progressiva, con il Piemonte non utilizza ancora il sistema informativo nazionale per il monitoraggio dei consultori, limitando così così ulteriormente la possibilità di costruire politiche basate su dati comparabili e trasparenti.
Il rapporto con l’utenza
Dal report emerge però con chiarezza anche come i consultori familiari continuino a essere riconosciuti come presidi fondamentali del welfare territoriale. Non solo per le prestazioni che erogano, ma soprattutto per il modo in cui operano: servizi di prossimità, multidisciplinari e accessibili, capaci di accompagnare le persone lungo percorsi complessi che intrecciano salute, dimensione sociale e relazionale. Come già evidenziato da analisi precedenti e confermatonuovamente, il consultorio è percepito dalle utenti come uno spazio diverso dagli altri servizi sanitari, in cui a una domanda iniziale può seguire una presa in carico più ampia e continuativa.
Certo non è sempre tutto oro: negli anni i movimenti transfemministi hanno spesso rivolto ai consultori una critica complessiva che intreccia accesso, modello culturale e trasformazione del servizio. Da un lato viene contestata la persistenza di un’impostazione eteronormativa e poco inclusiva verso persone Lgbtquia+, con linguaggi, pratiche e percorsi ancora centrati sulla donna cisgender e sulla maternità, dall’altro si segnala una crescente medicalizzazione e burocratizzazione, che ha indebolito la dimensione relazionale e politica originaria di questi spazi, nati come luoghi di autodeterminazione.
Contesto politico
Nei fatti però, pur con tutti loro limiti, i consultori restano oggi uno dei pochi presidi territoriali di salute e autodeterminazione realmente accessibili, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione. Il tutto in un clima regionale dove le politiche per la famiglia, sotto la guida dell’assessore al welfare Maurizio Marrone, appaiono segnate da una forte impronta pro-natalista accompagnata da interventi spot come il bonus Vesta e una sostanziale assenza di investimenti strutturali. Un modello che vede nell’autonomia delle donne il nemico, privilegiando interventi identitari senza incidere sull’infrastruttura dei servizi. In questo contesto, la riduzione della presenza di consultori significa in concreto riduzione dell’accesso ai diritti.
«Quella dei consultori è una storia importante che deve continuare a svilupparsi – ha commentato Rosatelli – anche nel quadro delle nuove Case della comunità, come presidio fondamentale di sanità pubblica accessibile, aperta e multiprofessionale».
Lorenzo Zaccagnini

