Disegnare la sanità, ridisegnare la città

C’è sempre un momento in cui i rendering smettono di essere immagini rassicuranti e diventano domande scomode. A Ivrea quel momento è arrivato.

Il progetto del nuovo ospedale per Ivrea e il Canavese è stato presentato martedì 8 aprile in municipio, nella Sala Dorata, alla presenza del sindaco Matteo Chiantore, del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e del direttore generale dell’ASL TO4 Luigi Vercellino. Al centro, una struttura da 301 posti letto destinata a sostituire l’attuale presidio e a diventare il punto di riferimento sanitario per l’intero territorio.

Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come l’obiettivo sia quello di realizzare una struttura moderna, capace di rispondere ai bisogni sanitari attuali e futuri, superando i limiti dell’ospedale esistente. Sulla carta, è una promessa solida. Ma le promesse, soprattutto in sanità, vanno lette fino in fondo.

Una necessità, prima ancora che un progetto

Va detto senza ambiguità: un nuovo ospedale è necessario.

L’attuale struttura di Ivrea, inaugurata il 4 novembre 1956, sconta limiti evidenti. Non solo per l’età, ma per una posizione che nel tempo si è rivelata poco funzionale: parcheggi insufficienti, accessibilità complessa a piedi, percorsi non semplici — anche in presenza dei due ascensori. Non è una questione di percezione. È esperienza quotidiana. Su questo, nel territorio, c’è sempre stato accordo: l’ospedale va ripensato.

I numeri: crescita o ridefinizione?

Il dato più immediato sono i posti letto: 301. Un numero che suggerisce un potenziamento (attualmente i posti sono 236). Ma la questione è meno lineare. Il nuovo ospedale si inserisce in una riorganizzazione più ampia della sanità territoriale, con l’accentramento di funzioni oggi distribuite tra diversi presidi. Non è semplicemente un ospedale più grande. È un sistema che cambia struttura. E come ogni cambiamento di sistema, porta con sé effetti che non sono solo sanitari.

Dove e cosa cambia: la città intorno

La nuova struttura sorgerà nell’area ex Montefibre, ma arrivarci non è stato un percorso lineare.

La scelta è stata il risultato di anni di confronto tra i sindaci del Canavese, segnati da posizioni anche molto distanti. Da una parte Ivrea e l’area Montefibre, dall’altra ipotesi alternative – tra cui l’area Ribes – sostenute da altri amministratori locali. Il voto della Conferenza dei sindaci nel 2023 ha chiuso formalmente la partita, ma senza un consenso pieno. Non è un dettaglio. Significa che il nuovo ospedale nasce dentro un equilibrio costruito, non dentro una condivisione naturale. In quel passaggio, il tema dell’accessibilità ha avuto un peso rilevante. Tra gli elementi che hanno contribuito a orientare la scelta verso Ivrea c’era anche la prospettiva di nuove infrastrutture: in particolare un possibile casello autostradale di San Bernardo e il raddoppio della linea ferroviaria Ivrea-Chivasso. Ma si trattava – e in gran parte si tratta ancora – di ipotesi.

Il casello di San Bernardo, in particolare, viene da anni evocato come soluzione per migliorare i collegamenti dell’area, ma senza approdi concreti: allo stato attuale, la sua realizzazione appare tutt’altro che certa.

Questo cambia la lettura di quella scelta: una parte dell’equilibrio che ha portato all’individuazione dell’area Montefibre si è basata anche su infrastrutture non garantite. Oggi quella decisione si traduce in un progetto che punta alla rigenerazione urbana di un’area industriale dismessa. Ma un ospedale non è mai solo un edificio. È un attrattore di flussi, un nodo urbano, un punto che ridisegna la città.

E qui il quadro torna a essere concreto.

L’accesso dal centro città, oggi, passa attraverso una direttrice già congestionata, soprattutto negli orari di entrata e uscita delle scuole, con tre plessi scolastici di grandi dimensioni. Non è un problema nuovo: già l’attuale ospedale soffre da anni per una viabilità limitata, con una sola via di accesso e carenza di parcheggi. Durante la presentazione, però, delle infrastrutture necessarie non si è parlato. E senza un adeguamento reale della rete di accesso, il rischio è che una struttura pensata per essere efficiente si scontri, ogni giorno, con la difficoltà più semplice: arrivarci.

Le infrastrutture che (ancora) non ci sono

Se nella fase decisionale queste ipotesi hanno avuto un peso, oggi il quadro è diverso. Il tema, però, resta aperto.

Per rendere davvero accessibile un ospedale di queste dimensioni serviranno interventi che oggi non fanno parte del progetto presentato: nuovi collegamenti, una viabilità ripensata, un sistema di accesso coerente con i flussi che la struttura genererà. Si tratta, al momento, di scenari possibili ma non definiti. Ed è un passaggio tutt’altro che secondario: senza un adeguamento della rete di accesso, il rischio è che una struttura progettata per essere efficiente finisca per essere difficilmente raggiungibile nei momenti in cui serve di più.

Il modello: efficienza e distanza

Il progetto prevede circa 56 mila metri quadrati, reparti organizzati per intensità di cura, percorsi separati e una logistica ottimizzata.

Anche sul piano ambientale l’impostazione è chiara: il 78% dell’energia dovrebbe provenire da fonti rinnovabili, con il recupero totale delle acque piovane.

Ma ogni modello organizzativo implica una scelta: più efficienza spesso significa meno prossimità. E quindi una domanda concreta: quanto sarà semplice, per chi vive nel Canavese, arrivarci davvero?

Risorse e priorità: una partita più ampia

Il costo complessivo è stimato in circa 215 milioni di euro, in larga parte coperti da fondi INAIL, con una quota regionale.

Una struttura finanziaria definita, ma non isolata dalle scelte regionali.

Ma il tema delle risorse non si esaurisce qui. Un investimento di questa portata si inserisce in un sistema sanitario regionale più ampio, dove le priorità non sono mai isolate. La domanda, quindi, non riguarda solo Ivrea: come si colloca questo progetto dentro il quadro complessivo degli altri interventi sanitari piemontesi?

Tempi: tra attese lunghe e promesse rapide

La consegna del progetto a INAIL è prevista entro giugno 2026, con avvio dei lavori indicato per il 2028 e una durata stimata di circa tre anni. Ci vorrà tempo. Ma è un tempo relativo: rispetto agli anni già trascorsi tra ipotesi, rinvii e progettazioni, quello della costruzione appare quasi breve. La vera incognita è un’altra: quanto di ciò che oggi è stato annunciato resterà invariato quando si passerà alla fase operativa?

Chi ci lavora: la prova della realtà

Dal personale sanitario è già arrivata una richiesta chiara: essere coinvolti nella progettazione concreta degli spazi. Non è un dettaglio. È spesso la differenza tra un ospedale che funziona sulla carta e uno che funziona davvero.

La misura, alla fine, è una sola

Il progetto è necessario. In molti aspetti, convincente. Ma nasce dentro una storia lunga, fatta di rinvii, divisioni e scelte non semplici.

E tra ciò che è definito e ciò che resta da costruire – infrastrutture, accessi, equilibri – esiste ancora uno spazio ampio.

Ed è lì che si giocherà la partita. Perché un ospedale non si misura nei rendering, ma nel tempo che serve per raggiungerlo, nella semplicità dei percorsi, nella qualità concreta delle cure.

Il resto, per ora, resta progetto. E promessa.

mp