Se solo si ascoltassero le voci dei giovani e meno giovani, studenti e lavoratori precari o che con il loro magro stipendio non arrivano a fine mese, probabilmente si smetterebbe di parlare di vetrine spaccate (riprorevole certo), e si inizierebbe a parlare di vite spaccate.
Riportiamo integralmente alcuni degli interventi alla manifestazione del 24 ottobre a Ivrea. Non un testo giornalistico, ma una visibilità dovuta a chi ha deciso di opporti a questa iniqua società. Al fondo il comunicato del Comitato Ivrea Palestina e un pensiero dedicato all’Onorevole Giglio Vigna.
Giuseppe
Quando siamo scesi in piazza per gridare il nostro NO al genocidio di un popolo, troppe persone si sono girate dall’altra parte. Ci hanno detto: “Pensate ai problemi degli italiani! Pensate a casa nostra!”
Ma queste persone ignorano la realtà. Ignorano che sono tre anni che manifestiamo, senza sosta, anche per i problemi che colpiscono l’Italia. Se fossero scesi in piazza al nostro fianco, in giro per lo stivale, saprebbero che abbiamo sempre lottato contro l’economia di guerra!
E allora oggi lo dobbiamo chiedere ad alta voce: davvero pensavate che il genocidio ai danni del popolo palestinese, le guerre in corso e le scelte di questo governo scellerato non vi avrebbero mai presentato il conto? Davvero pensavate che il mondo potesse andare a fuoco senza bruciarvi un solo euro in tasca?
Questa crisi non è caduta dal cielo. È semplicemente il risultato di precise scelte politiche!
Ci dicono che la violenza è solo quella di chi protesta. Ma noi oggi siamo qui per ricordare a tutti cos’è la vera violenza in questo Paese:
- Uno stage a 500 euro a trent’anni… è violenza!
- Un contratto che scade ogni tre mesi… è violenza!
- Una finta partita IVA con cui non puoi nemmeno ammalarti… è violenza!
- Tre morti sul lavoro al giorno… è violenza!
- Lavorare otto ore al giorno e non arrivare a fine mese… è violenza!
- Dover scegliere tra pagare la bolletta o fare la spesa… è violenza!
- Un affitto che si mangia metà dello stipendio… è violenza!
- Aspettare otto mesi per una visita medica o dover pagare 150 euro domani dal privato… è violenza!
- Due ore e mezza all’anno di psicologo per uno studente… è violenza!
- E il fatto che un ragazzo di vent’anni sappia già, con certezza, che una casa non la comprerà mai… questa è violenza!
Eppure, per questa violenza quotidiana, a Palazzo Chigi non si muove nessuno. Per questa violenza non c’è un decreto d’urgenza. Non c’è un fermo preventivo. Non c’è un telegiornale che apre con queste immagini in prima pagina.
Sapete perché? Perché questa violenza non fa rumore. Perché questa violenza non rompe le vetrine… rompe le persone!
Ed è per questo che siamo in piazza oggi. Per dare voce a chi è stato spezzato da questo sistema. Non ci fermeremo, né per la Palestina, né per i nostri diritti, né per il nostro futuro!
Ivan
Le manifestazioni si stanno diffondendo in tutta Italia e in tutta Europa. Dal nord al sud, dalla Francia alla Spagna, dalla Serbia all’Albania,
Questo non è casuale. Con lo slogan la mano che bombarda è la stessa che ci sfrutta abbiamo evidenziato come le guerre fuori dal nostro paese siano seguite da una dura oppressione e degrado nei nostri paesi e città. Nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle piazze.
Oggi vorrei sottolineare come per noi non esistano governi buoni, popoli più belli di altri o categorie migliori.
Per noi esistono due classi: ricchi e poveri, oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori. Ed è così in tutto il mondo!
Quando parliamo di carovita non è così per tutti.
Lo abbiamo visto col Covid, con la guerra in Ucraina, con l’Iran. Ogni volta che c’è una crisi noi stringiamo la cinghia e qualcun altro sguazza nell’oro!
La stessa Eni che propone i prezzi calmierati, se così si può dire, sta facendo profitti record! E vogliamo parlare delle aziende del gas? Della Leonardo o Fincantieri che si arricchiscono smisuratamente mentre noi ci dobbiamo accontentare di un semplice posto di lavoro che probabilmente è mal pagato
Già perché è proprio questa la questione. Non si può vivere con 1200 euro al mese, ma pure che siano 1600, e pagare l’affitto mutuo, le bollette, avere una famiglia. Per non parlare delle multe sempre più pressanti e tasse sempre più alte.
Vogliamo denunciare questa situazione perché sembra che nessuno voglia affrontare l’argomento. Sembra ci sia una complicità tra aziende, governo e aggiungerei i sindacati di stato a tenere bassi salari e stipendi in nome del profitto. A lasciarci nell’incertezza mese dopo mese mentre le grandi aziende raggiungono profitti record.
Ma attenzione la richiesta di una paga adeguata non è solo questione di vita personale, è una questione comune! Perché è questo che provoca degrado sociale. Non è l’immigrato! Non è il ragazzo confuso che spacca una vetrina!
Aggiungo un’altra questione: alzare i salari vuol dire ridistribuire la ricchezza, vuol dire affrontare il carovita, vuol dire diminuire i guadagni di quelle multinazionali che usano i propri profitti per investire in guerre e massacri! Vuol dire rimettere al centro la vita delle persone e liberarle dal bisogno, vuol dire non dover più scavalcare un mio fratello per arrivare a fine mese!
E al caro ministro dell’economia che fa mille calcoli per non tirare fuori i soldi dico: se paghiamo chi denaro non ne ha l’economia gira, se li diamo ai milionari li terranno felicemente in tasca!
Per questo bisogna tornare a lottare nei luoghi di lavoro, nelle cooperative sociali, nelle fabbriche, negli hub logistici, nelle scuole. Ma senza divisione categoriale o etnica, dobbiamo essere uniti e compatti. Creiamo un coordinamento che denunci le paghe da fame, i servizi al collasso e aiutiamoci a vicenda per vincere queste battaglie, lavoratori e studenti!
Beppe
Siamo qui oggi per dare voce a un’evidenza che nessuno nelle stanze del potere vuole ammettere: lo Stato sociale in questo Paese viene sistematicamente smantellato, pezzo dopo pezzo, sulla pelle delle persone più vulnerabili.
Guardiamo cosa sta facendo la Regione con la nostra salute e con il nostro welfare. Ormai la programmazione pubblica non esiste più. Esistono solo i bandi. Risorse minime, date col contagocce. Questo significa una cosa sola: servizi spot! Servizi precari. Servizi dei quali nessuno garantisce la continuità. Come si fa a curare una persona o ad assistere una famiglia a scadenza?
E qual è il metodo per accedere a queste poche risorse? Il Clickday! Una vergogna inaccettabile. Una lotteria telematica degradante. Il Clickday può andare bene per comprare i biglietti di un concerto, non per garantire il diritto costituzionale alla salute! Non è dignitoso per un cittadino dover sperare nella velocità di una connessione internet per vedere riconosciuto un proprio diritto.
Siamo davanti a una burocrazia cieca. All’interno degli enti pubblici i capitoli di spesa sono blindati. Non c’è flessibilità. Così assistiamo al paradosso: in alcuni ambiti avanzano fondi che rimangono inutilizzati, mentre in altri mancano le risorse persino per l’ordinario, ma la legge vieta i trasferimenti. Questa gestione fallimentare si scontra oggi, violentemente, con la nuova legge sul progetto di vita per le persone con disabilità. Promesse scritte sulla carta, ma svuotate di qualsiasi risorsa reale per applicarle!
La sanità pubblica è al collasso. Accedere alle cure è diventato un percorso a ostacoli per colpa dell’insufficienza di personale e di investimenti. Non ci sono politiche attive per sostenere il pubblico. Al contrario, si favorisce scientemente il privato, costringendo i cittadini — o almeno quelli che possono permetterselo — a pagare di tasca propria per curarsi.
E nel frattempo, come risponde lo Stato nei nostri ospedali? Con il caso eclatante dei medici a gettone! Cooperative private pagate a peso d’oro per coprire i turni, mentre i nostri infermieri fuggono all’estero, dove non solo trovano stipendi dignitosi, ma vengono finalmente valorizzati come professionisti.
C’è una totale assenza di attenzione per il personale sanitario e, soprattutto, per il settore sociale. Oggi si fa un’enorme fatica a reperire forza lavoro. E sapete perché? Perché gli stipendi degli educatori e degli Operatori Socio Sanitari (OSS) sono da fame! Non garantiscono una vita dignitosa. Ma all’ente pubblico va bene così: appaltare e svendere i servizi al terzo settore conviene, perché costa poco e scarica le responsabilità.
E se giriamo lo sguardo verso la Scuola, il panorama non cambia. I nostri ragazzi studiano in edifici fatiscenti e insicuri. Gli insegnanti sono lasciati soli, con una formazione insufficiente. Il mondo della scuola subisce da anni riforme e controriforme a ogni cambio di governo, impedendo qualsiasi continuità nei programmi e nelle modalità di valutazione.
La mancanza di rispetto è totale, specialmente per i bambini con disabilità. Mancano gli insegnanti di sostegno! E troppi di quelli che vengono assegnati sono precari, privi di una formazione specifica. Questa non è inclusione, questo è abbandono scolastico di Stato!
Non possiamo più accettare che la salute, l’assistenza e l’istruzione siano trattate come merci o come costi da tagliare. I diritti non si mettono a bando! I diritti non si decidono con un click!
Riprendiamoci il nostro futuro, difendiamo la sanità e la scuola pubblica! Ora e sempre, uniti in lotta!
Imane
Parlo, per quanto vorrei urlare, da studentessa. Anzi no … da studentessa arrabbiata, iraconda.
Una rabbia straziante mi divora, causata dal mondo in cui sono obbligata a vivere.
Da sempre mi sono sentita dire che non si può cambiare il mondo: ma io credo di sì.
Finché posso, finché ne ho il diritto e dovere ci proverò. Dico finché posso perché ho 16 anni e un po’ più in là del Mediterraneo c’è una ragazza uguale a me con le stesse passioni e la stessa età ma senza le mie possibilità. Senza speranza. Voglio urlare al mondo che non mi va bene tutto ciò che sta succedendo: dal genicidio, al patriarcato e alle condizioni pessime che sono forzata a vivere. La scuola che dovrebbe essere il nostro luogo sicuro, il nostro luogo di crescita e di costruzione, ma io a scuola vedo solo distruzione. Distruzione perché viviamo in un mondo che preferisce costruire un centro commerciale che una scuola. Distruzione perché oltre agli edifici degradati, c’è una distruzione psicologica della mente dello studente. Bagni che non funzionano, igiene inesistente, termosifoni spenti, palestre cadenti.
Voi vedete qualcosa di costruttivo?
Tutto ciò inevitabilmente si riflette nel benessere degli alunni. Come studenti, vogliamo dire che siamo stufi: stufi di essere ignorati e invisibili agli occhi del governo.
Un governo che ha barche di soldi per le armi ma non per i propri studenti; un governo per cui gli studenti sono solo numeri.
A scuola non ci ascoltano, per strada nemmeno, che dobbiamo fare?
Nessuno si indigna per la distruzione emotiva e non della scuola ma tutti si indignano per le proteste violente, si lamentano se giustifichiamo le violenze nelle manifestazioni ma come giustificate voi la violenza a scuola?
Il comunicato post manifestazione degli organizzatori
E chiudiamo con il comunicato del Comitato Ivrea Palestina che insieme al Collettivo studentesco “Aldo Moro” ha organizzato la manifestazione.
Come Comitato Palestina Ivrea intendiamo esprimere alcune considerazioni in merito alla manifestazione che si è svolta ieri, sabato 24 ottobre, nelle strade della nostra città.
Innanzitutto, vogliamo rivolgere un sentito ringraziamento a tutti i cittadini e le cittadine che hanno scelto di partecipare e di far sentire la propria voce. Un ringraziamento altrettanto importante va a tutte le attività commerciali del centro che hanno deciso di tenere aperto, dimostrando responsabilità e non cedendo al terrorismo psicologico e all’allarmismo ingiustificato diffuso nei giorni scorsi da alcuni personaggi politici.
Prima della manifestazione, il partito locale della Lega ha diffuso un’immagine infamante dei manifestanti creata tramite Intelligenza Artificiale, con l’unico scopo di alimentare un panico del tutto inutile tra le attività commerciali, spingendone alcune alla chiusura per timori infondati.
Come avevamo ampiamente anticipato, si è trattato di una manifestazione assolutamente pacifica, esattamente come tutte le altre che abbiamo promosso sul territorio. A dimostrazione della nostra totale condotta pacifica, c’è il fatto che non abbiamo ceduto nemmeno alle provocazioni di alcune persone palesemente ubriache alle 15:30 del pomeriggio; se fossimo stati violenti, avremmo reagito in altro modo. Al centro del corteo abbiamo invece posto il tema del carovita, un argomento che trattiamo sistematicamente in ogni nostra mobilitazione poiché rappresenta la diretta conseguenza di un’economia di guerra e del genocidio attualmente in corso in Palestina.
Siamo scesi in piazza per parlare dei problemi reali delle persone. La realtà è che la gente fatica ad arrivare alla fine del mese e, in moltissimi casi, non ci arriva proprio, a causa di prezzi che continuano ad aumentare a fronte di stipendi fermi ormai da decenni. Davanti a questo scenario, la destra eporediese vuole forse negare l’evidenza? Oppure alla destra questa situazione va bene così?
Respingiamo inoltre le critiche strumentali sollevate in merito all’assenza di bandiere italiane. Chi ci attacca avrebbe potuto semplicemente portarle e partecipare al corteo insieme a noi, oppure avrebbe potuto fare una scelta molto più lineare: organizzarsi una propria manifestazione. Crediamo fermamente che la discussione politica non dovrebbe ridursi a una questione di bandiere, ma dovrebbe concentrarsi sugli ARGOMENTI concreti.
A questo proposito, ci teniamo a ricordare ad Alessandro Vigna che il suo patriottismo è puramente a chiacchiere.
Vigna fa parte di un partito, la Lega, che è nato con espliciti intenti secessionisti. Troviamo singolare che chi oggi pretende di fare la morale a noi sul tricolore sia lo stesso che, all’interno del proprio schieramento, per anni non abbia considerato italiane le persone che provenivano dal Po in giù.
Comitato Palestina Ivrea
Pensieri e parole
E infine anche un pensiero dedicato all’onorevole Alessandro Giglio Vigna da Franco Giorgio
IL GIORNO DOPO LA MANIFESTAZIONE EPOREDIESE
Riscrivo a lei Onorevole Vigna, a Ivrea tutte le vetrine sono intatte, tutte le strade sono state presidiate in modo democratico senza bisogno dell’esercito da lei invocato, non ho visto scudi caschi o manganelli, e tutti i ragazzi erano tranquilli, gran parte dei negozi aperti, qualche ragazzetto montato dalle vostre farneticazioni fuori dalla manifestazione vestito di nero era pronto alla provocazione, ma è stato tenuto democraticamente al suo posto. Ma le domando, Onorevole con questo potremmo dire di aver risolto il problema?
O avremmo soltanto ristabilito l’ordine visibile, lasciando intatto tutto ciò che merita di essere interrogato?
Una società si riconosce anche da ciò che difende. Ma si riconosce soprattutto da ciò che è disposta a cambiare per non dover difendere continuamente lo stesso ordine con la forza.
E il compito più urgente degli adulti non è soltanto impedire che i ragazzi rompano le vetrine. È costruire un mondo nel quale il valore di una persona non dipenda da ciò che può comprare, rubare o esibire; un mondo nel quale essere riconosciuti non richieda di dominare gli altri; un mondo nel quale la libertà non sia soltanto la libertà di consumare, ma anche quella di diventare persone diverse da quelle che il sistema ci invita a essere.
Perché se una società sa vendere desideri ma non sa educare alla libertà, prima o poi dovrà domandarsi che cosa abbia davvero insegnato ai suoi figli. E se, per rispondere a questa domanda, avesse bisogno soltanto dei militari, la domanda sarebbe ancora tutta da comprendere…
Franco Giorgio (post fb)



