Quando il dibattito social si concentra su chi protesta, anziché sulle ragioni della protesta
Sabato 24 ottobre, a Ivrea, una manifestazione pacifica ha portato in piazza il tema del caro vita. Una questione tutt’altro che astratta: il costo della spesa, le bollette, gli affitti, i salari e le pensioni che faticano a tenere il passo con i prezzi. Tutte cose che, in misura diversa, entrano nella vita quotidiana di ciascuno di noi.
Diversi giornali locali ne hanno raccontato la cronaca, con foto e post sui social. Sotto i post arrivano i commenti, che fanno engagement, e per chi pubblica l’engagement conta spesso più dell’informare.
Ed è lì che si scopre che il problema, per qualcuno, non è quanto costa vivere, ma chi ha deciso di protestare.
Ci sono le bandiere della Palestina e quelle arcobaleno, che qualcuno scambia per bandiere LGBTQ+ anziché della pace, e la manifestazione diventa subito sospetta. Ci sono persone che denunciano le difficoltà economiche, ma qualcuno suggerisce loro di andare a raccogliere castagne e rivenderle, visto quanto costano. Altri liquidano i partecipanti con considerazioni che sembrano negare in partenza la legittimità delle loro rivendicazioni.
A quel punto viene da chiedersi: ma stiamo parlando della stessa cosa?
Perché il caro vita non è un’opinione politica. È una condizione materiale. Si può discutere sulle soluzioni, sulle responsabilità, sulle proposte delle diverse forze politiche. Si può persino contestare l’organizzazione di una manifestazione, la presenza di determinati simboli o le posizioni di chi vi partecipa. Ma tutto questo non cancella la questione di partenza: vivere costa sempre di più e non tutti hanno le risorse necessarie per assorbirne l’aumento.
Eppure, nel dibattito social, accade spesso che si finisca per discutere di chi solleva un problema, anziché del problema stesso.
La bandiera diventa più importante della bolletta. L’appartenenza politica presunta conta più del costo della spesa. E chi manifesta il proprio disagio viene invitato ad arrangiarsi, come se bastasse un po’ di buona volontà per compensare la distanza tra il costo della vita e il reddito disponibile.
L’ironia delle castagne, in questo senso, è illuminante. Non perché raccoglierle e venderle sia un’attività priva di dignità, ma perché la battuta sposta il discorso dal piano collettivo a quello individuale. Se non arrivi a fine mese, il problema diventa che non ti sei dato abbastanza da fare. Non che il lavoro possa non bastare a garantire una vita dignitosa, che i redditi possano essere inadeguati o che il costo dei beni essenziali possa mettere in difficoltà un numero crescente di persone.
È la vecchia idea secondo cui ciascuno sarebbe responsabile esclusivamente della propria condizione, indipendentemente dal contesto in cui vive.
Negli Stati Uniti, per esempio, in una parte del mondo evangelico, la ricchezza è la prova che Dio ti benedice e la povertà la prova che non sei nelle sue grazie. Tradotto in parole povere: se puzzi di fame, è perché te lo meriti. Da noi non serve nemmeno citare Dio.
Che cosa succede quando le nostre appartenenze politiche diventano così importanti da portarci a contestare anche rivendicazioni che potrebbero riguardarci direttamente?
Una manifestazione può essere organizzata da realtà di sinistra, può ospitare bandiere e slogan che non condividiamo, e possiamo criticarla per questo. Ma una bandiera che non ci piace non basta a liquidare una questione economica. Che chi protesta abbia ragione su tutto è un conto, che il caro vita esista è un altro. E salari, pensioni e prezzi riguardano la vita di tutti, qualunque idea politica abbiamo.
Non sappiamo chi siano, economicamente, le persone che hanno scritto quei commenti. Non possiamo presumere che siano tutte in difficoltà, così come non possiamo sapere se le loro parole derivino da convinzioni ideologiche, da esperienze personali o da semplice provocazione. Ma possiamo osservare la contraddizione che emerge: si può finire per difendere, sul piano simbolico, una posizione politica e contemporaneamente indebolire una rivendicazione che potrebbe tutelare i propri stessi interessi.
È qui che torna alla mente il messaggio del 99% e dell’1%, diventato celebre durante il movimento Occupy Wall Street: una minoranza che concentra una quota sproporzionata della ricchezza e del potere, di fronte alla grande maggioranza della popolazione.
L’immagine dei tanti pesci piccoli che, unendosi, diventano più grandi del pesce che li sovrasta restituisce bene il senso di quella metafora. Il punto non è che il 99% abbia interessi identici, né che debba pensarla allo stesso modo su tutto. Il punto è che, di fronte a certe disuguaglianze, la frammentazione può impedire di riconoscere ciò che si ha in comune.
Forse la domanda da porsi, davanti a certi commenti, non è se chi manifesta appartenga alla nostra parte politica. È un’altra: quando qualcuno denuncia un problema che potrebbe riguardare anche noi, perché siamo così pronti a cercare un motivo per delegittimarlo, invece di chiederci se quel problema esista davvero? Perché il caro vita non guarda la tessera politica e non ci chiede per chi votiamo prima di presentarci il conto al supermercato. E le castagne, per quanto preziose possano essere, non sono una politica economica.
mp
