Ivrea come Torino: il NO stravince e supera la media nazionale

A Torino è record di NO con il 64,76%, con Ivrea in coda che registra il 61,70% di voti contrari. A difendere la Costituzione sono stati determinanti i giovani

Il 23 marzo è veramente cominciata la primavera. La schiacciante vittoria del fronte del NO al referendum costituzionale voluto dalla maggioranza di governo per incrinare i rapporti tra potere esecutivo e giudiziario rappresenta una prima, importante battuta d’arresto al governo Meloni e alla sua compagine politica. Con più di 2 milioni di voti di scarto (circa 12,5 mln di SI contro circa 14,5 mln di NO) gli italiani hanno scelto di non modificare la Costituzione nata dalla Resistenza, valutando come inadeguata, sbagliata e inopportuna la proposta del Ministro Nordio. In Piemonte il NO vince con il 53,50% dei voti, trainato dalla città di Torino con il record di 64,76% di voti contrari. L’intera Provincia di Torino registra un 59,65% di preferenze per il NO e ferma il fronte del SI ad appena il 40,35%. In questo contesto s’inserisce la città d’Ivrea che registra 7.150 elettori per il NO (il 61,70%) contro appena 4438 per il SI (il 38,30%). Numeri notevoli, se consideriamo il fatto che alle elezioni comunali del maggio 2023 la coalizione guidata da Matteo Chiantore aveva ottenuto poco più di 5 mila voti contro i poco più dei 4 mila delle destre. Nei comuni limitrofi al capoluogo canavesano il risultato conferma la prevalenza di oppositori alla riforma: Banchette (59,32% NO e 40,68 SI), Montalto Dora (55,75% NO e 44,25% SI), Borgofranco d’Ivrea (54% NO e 45,98% SI), Cascinette d’Ivrea (58,81% NO e 41,19% SI), sebbene non manchino i comuni con prevalenza di SI, come nel caso di Bollengo (46,44% NO e 53,56% SI), Albiano d’Ivrea (39,80% NO e 60,20% SI) e Strambino (46,62% NO e 53,38% SI).

Al di là dell’analisi numerica c’è poi l’analisi politica. L’Associazione Nazionale Magistrati in un comunicato afferma: “Abbiamo contribuito a preservare l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione, proteggendo la Costituzione”. Stesso tenore le parole pronunciate dal segretario generale della CGIL Maurizio Landini: “Si è dimostrato che questo Paese dice in modo molto chiaro che la Costituzione non va né stravolta né cambiata ma va applicata in tutte le sue parti”.
Anche il Partito della Rifondazione Comunista per il Piemonte e la Valle d’Aosta sottolinea il tema della difesa della Costituzione: “A fare la differenza è stata la consapevole presenza alle urne di migliaia di persone che, in questi mesi, hanno animato le piazze autunnali contro la guerra, contro il genocidio palestinese e contro le politiche antisociali del governo Meloni. Questa mobilitazione dal basso è stata l’argine necessario per difendere la Costituzione”. Il Partito Democratico eporediese in un comunicato scrive: «Questa è la vittoria della nostra comunità democratica, che ha partecipato, discusso, convinto altre persone, organizzato incontri e iniziative. È la vittoria di chi non si è arreso e ha creduto che fosse possibile cambiare il corso delle cose.E un segnale forte arriva dalle nuove generazioni: i giovani hanno scelto in modo netto, dimostrando che c’è una voglia profonda di partecipazione e futuro».
Marco Grimaldi, deputato torinese di Alleanza Verdi Sinistra afferma in un comunicato: “Questo risultato straordinario mostra che le italiane e gli italiani hanno cara la loro Costituzione, hanno cara la loro democrazia. Il NO ha vinto contro la legge del più forte e contro i pieni poteri. Oggi sappiamo che la destra di Meloni non è la nuova autobiografia della nazione. C’è ancora speranza. È il momento di organizzarla e farla vivere per giorni migliori”.

È già stato detto, ma è bene ribadirlo: a dare speranza e difendere la Costituzione sono stati per lo più i giovani tra i 18 e i 34 anni. Da oltre trent’anni la politica ha ammorbato il dibattito pubblico sui limiti della nostra Costituzione: troppo vecchia, poco moderna, poco efficiente, generatrice d’ingovernabilità e tante altre illazioni simili. Nel centrodestra e nel centrosinistra c’è chi ha provato a scardinare gli ordinamenti costituzionali: dalla riforma del titolo V degli anni ‘90 alla “devolution” berlusconiana del 2006 per conferire ampi poteri alle Regioni, dalla tentata riforma di Renzi per passare dal bicameralismo al monocameralismo del 2016 al taglio dei parlamentari del 2020. La riforma Nordio è solo l’ultimo capitolo di una serie d’incursioni politiche che hanno eclissato il dibattito sui principi costituzionali per focalizzarsi sugli equilibri di potere istituzionali. Trent’anni di delegittimazione della Costituzione hanno pesato sulle generazioni passate (tra gli over 55 i SI sono stati il 50,7% contro il 49,3% dei NO), ma non su quelle giovanissime. D’altro canto il governo Meloni ha tacitamente dichiarato guerra ai giovani da quando è al governo: l’introduzione del decreto Rave, l’estensione delle pene per i minorenni con il decreto Caivano, la repressione nelle piazze per Gaza e la chiusura dei centri sociali sono sono alcune delle politiche repressive messo in atto dal governo. Il combinato disposto con la situazione internazionale e il protrarsi della guerra e del massacro impunito a Gaza ha mobilitato l’elettorato giovanile che, come dice Mario Beiletti dell’ANPI eporediese, “non ha mangiato il boccone avvelenato”.

Ci sono, infine, tre elementi di riflessione che è importante segnalare. Il primo è che non moriremo di schizofrenia comunicativa trumpiana. Da quando la comunicazione politica si è impossessata dei social network siamo entrati nell’era delle post-verità e siamo ormai talmente abituati a sentire tutto e il contrario di tutto che nemmeno ci facciamo più caso. Trump rappresenta l’espressione più compiuta di questa scuola comunicativa di cui Fratelli d’Italia si è fatta interprete in Italia. È un sollievo sapere che l’argomentazione, lo studio e la comprensione abbiano ancora valore e che non sia sufficiente fare qualche post in difesa della famiglia del bosco per convincere le persone a votare SI, come se ci fosse qualche correlazione tra le due cose.
Il secondo elemento è che dopo tanto tempo la “casta” degli avvocati e dei magistrati è finalmente uscita dai palazzi, dalle aule e dagli studi per incontrare le persone. A Ivrea ci sono stati tanti appuntamenti presidiati da avvocati e magistrati e andare in giro a spiegare meglio i tecnicismi di questa riforma ha indubbiamente giocato un ruolo importante, come per altro sottolineato dalla presidente di Magistratura Democratica Silvia Albano in una recente intervista a Radio Popolare. Può sembrare una cosa di poco conto, ma in un paese in cui la magistratura viene costantemente attaccata e delegittimata tornare a partecipare attivamente e parlare con le persone è un aspetto da preservare e incentivare.
Il terzo e ultimo elemento riguarda la lettura dei dati. Gli unici due parametri con cui il voto è stato analizzato sono stati l’anagrafica e la collocazione geografica. Il voto oggi viene analizzato solo per età o per differenze territoriali (paesi, città, regioni, periferie), mentre mancano gli approfondimenti di natura sociologica. Le classi sociali sono scomparse? Sono diventate fluide? I partiti veicolano ancora interessi di classe o sono ormai anche loro appiattiti alla ricerca del consenso legato all’età o al territorio?

Andrea Bertolino