Inizia il percorso per superare il cosiddetto “campo nomadi” di via della Fornace

E’ stata presentato in Municipio ad Ivrea, presenti il sindaco Chiantore e l’assessora Colosso, il percorso per l’eliminazione della macroarea occupata dai sinti, uno degli insediamenti monoetnici più antichi del Piemonte, nato nel 1975. L’Associazione 21 luglio stima in 2 anni il tempo necessario.

il coordinatore della Associazione 21 luglio Carlo Stasolla

L’Amministrazione comunale, insieme all’Associazione 21 Luglio, attiva su queste tematiche in tutta Italia, ha avviato un lavoro di ascolto e mappatura che coinvolge famiglie, scuole, servizi e istituzioni per costruire soluzioni abitative dignitose e non segreganti.
Come ha spiegato il coordinatore della Associazione Carlo Stasolla, per oltre trent’anni l’Italia ha gestito la presenza di comunità rom e sinte attraverso un modello abitativo unico nel panorama europeo: i “campi nomadi” (erroneamente così definiti al posto del corretto “insediamenti monoetnici”).
Stasolla ha spiegato perchè è sbagliato pensarli come “nomadi”. Originari dell’India, suddivisi in molti sottogruppi, nel 1400 sono migrati, prima in Turchia poi in Europa. Nell’Europa settentrionale i sinti, in quella meridionale i rom. A seguito della persecuzione nazista (500.000 morti tra i sinti, compresi quelli provenienti dai 12 campi di raccolta appositamente costruiti in Italia) nel corso del ‘900 molti sinti si sono spostati più a sud, soprattutto nell’Italia settentrionale mentre in quella meridionale prevalgono i rom.
Nati tra gli anni Settanta e Ottanta, e poi consolidati da leggi regionali che intendevano “proteggere la cultura nomade”, questi insediamenti erano nati su un equivoco profondo: l’idea che rom e sinti fossero, per natura, incapaci o non desiderosi di vivere in abitazioni convenzionali. La conseguenza è stata la creazione di spazi segregati e segreganti (baraccopoli, microaree, macroaree, centri di raccolta), progettati e regolamentati su base etnica, spesso collocati ai margini delle città e in deroga agli standard abitativi ordinari. Ancora oggi, nonostante una netta inversione di tendenza, l’Italia rimane l’unico Paese europeo ad aver istituzionalizzato su così larga scala insediamenti monoetnici. Non è un caso che, nel 2010, l’European Roma Rights Centre abbia usato la definizione di Paese dei campi proprio in riferimento all’Italia. Un’anomalia europea che ha inciso profondamente sull’aspettativa di vita, sulla salute, sul lavoro e sull’istruzione di migliaia di persone.
I numeri più recenti confermano una situazione in miglioramento, ma su cui c’è ancora molto da lavorare. Dalla situazione del 2000 con 40.000 rom in 250 campi si è scesi nel 2024 a 13.000 rom in 106 campi. Questi rom e sinti che vivono oggi in insediamenti monoetnici formali o informali, sono in realtà appena il 6% della popolazione rom e sinta stimata in Italia. Una minoranza che, però, concentra le forme più estreme di deprivazione abitativa. Proprio per questo, negli ultimi anni, sempre più amministrazioni locali hanno avviato percorsi di superamento strutturale dei campi, sostituendo la logica emergenziale con interventi orientati all’inclusione. Tra questi territori c’è anche Ivrea, dove da tempo è in corso un processo di trasformazione di una delle macroaree storiche della città.

Storia e presente del campo sinti di Ivrea
Ad Ivrea la macroarea di Strada Cascina Forneris, uno degli insediamenti monoetnici più antichi della regione, nata nel 1975 e abitata da una comunità sinta, conta oggi circa 78 residenti. Si tratta di un campo storico, che nel tempo si è strutturato come spazio semi-stabile, con una composizione familiare radicata e dinamiche interne consolidate. Come molte macroaree sorte nel Nord Italia, la sua origine non è legata a un’emergenza improvvisa, ma a una precisa scelta urbanistica e politica: creare aree dedicate esclusivamente ai sinti, dove parcheggiare roulotte o case mobili, in nome di una presunta “cultura del nomadismo” attribuita, come detto, a tutta la comunità. Nel corso degli anni, la macroarea di Ivrea è finita più volte al centro dell’attenzione pubblica e istituzionale, sia per criticità legate alle condizioni di vita, sia per interventi degli organi di polizia. Allo stesso tempo, la lunga permanenza delle famiglie e la stabilità della composizione etnica evidenziano come i sinti presenti nella macroarea siano cittadini italiani, parte integrante del tessuto sociale locale, ma costretti da decenni a vivere in uno spazio definito e regolato sulla base della loro appartenenza etnica.

Il superamento della macroarea di Ivrea: il progetto del Comune e il supporto dell’Associazione 21 Luglio
Il Comune di Ivrea ha scelto di non limitarsi alla logica del controllo o della chiusura, ma di avviare un processo strutturato che accompagni le famiglie verso soluzioni abitative dignitose e non segreganti. Il percorso di superamento della macroarea di via della Fornace necessita di un intervento strutturato e coinvolgente e a tal fine, l’amministrazione ha invitato l’Associazione 21 Luglio ad avviare gli interventi propedeutici all’applicazione del modello Ma.Rea., lo strumento che, applicato in molte città d’Italia, guida le amministrazioni verso un superamento reale, partecipato e sostenibile degli insediamenti monoetnici. Attualmente sono 17 i campi su tutto il territorio nazionale su cui è stato avviato un processo di superamento.
Nelle prime settimane di lavoro, è stato attivato un percorso di ascolto e confronto che ha coinvolto tutti gli attori che orbitano intorno alla macroarea: la comunità residente, i dirigenti scolastici, le forze dell’ordine, gli assistenti sociali, le associazioni del territorio, oltre al sindaco e all’assessore alle Politiche Sociali. Questo passaggio è fondamentale e costituisce la base della Fase 1 del modello Ma.Rea.: mappare bisogni, competenze, relazioni, criticità e risorse, per costruire un’azione condivisa e fondata sulla partecipazione dei diretti interessati.

L’Associazione 21 luglio ha messo a punto un efficace strumento per il superamento dei “campi rom”, il modello Ma.Rea. – Mappare e Realizzare Comunità, diviso in 6 fasi e 16 azioni. Un modello innovativo che si regge su tre pilastri: abbandonare l’approccio etnico, favorire la partecipazione dei diretti interessati, fare leva sulle interazioni tra il singolo e il sistema sociale a cui appartiene.

Di seguito, le fasi nel dettaglio.

Fase 1 – La comunità locale
I “campi rom” non sono tutti uguali, anche quando si trovano nella stessa città. Attraverso appositi questionari, viene scattata una foto precisa della comunità rom presente nel campo: status giuridico, lavoro, livello di istruzione, condizioni di salute. La seconda azione, invece, guarda fuori dal campo, per mappare, incontrare e sensibilizzare tutte le realtà pubbliche e private, formali e informali, che si muovono a vario titolo attorno all’insediamento. Il risultato finale di questa prima fase è la costituzione di un Gruppo di Azione Locale, di cui fanno parte i rappresentati della comunità rom e quelli delle realtà incluse nella mappatura. tempo previsto: 4 mesi.

Fase 2 – Il Gruppo di Azione Locale
Il Gruppo è il luogo privilegiato dove istituzioni e comunità locali possono elaborare politiche inclusive per le persone che vivono la segregazione abitativa estrema dell’insediamento. Ha il compito di fissare obiettivi misurabili, tempi, strumenti, costi e procedure per l’attuazione degli interventi. Inoltre, individua in maniera chiara le responsabilità e stabilisce forme di coordinamento. Quindi, dopo un percorso che può durare tra i 3 e i 6 mesi, il Gruppo presenta una prima bozza di Piano di Azione Locale da sottoporre alla Pubblica Amministrazione.

Fase 3 – Il Piano di Azione Locale
il Piano di Azione Locale prevede interventi di breve, medio e lungo periodo. I primi possono essere realizzati subito, dalla comunità beneficiaria o dall’Amministrazione comunale. I secondi sono affidati all’Amministrazione comunale. Mentre gli ultimi possono rientrare in finanziamenti statali o europei. Il Piano si fonda su principi base: prendere in carico tutte le famiglie del campo e condividere con loro tutti i passaggi, elaborare interventi di inclusione sociale complessi, predisporre un ventaglio di offerte abitative e individuare i fondi necessari. Una volta redatto, il Piano di Azione Locale deve essere discusso e approvato dalla giunta o dal consiglio comunale.

Fase 4 – Finanziare e realizzare
Con la Fase 4, si passa l’operatività, che significa reperire i fondi e promuovere le azioni in concreto. Per questo motivo, questa quarta fase si chiama “Finanziare e realizzare” ed è affidata a un coordinatore delegato dal sindaco e a una task force comunale multidisciplinare. In questa fase, però, è indispensabile il coinvolgimento proattivo dei beneficiari, per garantire la sostenibilità dell’intervento. E sempre in ottica di sostenibilità ed efficienza, è preferibile iniziare ad agire rafforzando i servizi già esistenti piuttosto che crearne di nuovi. Un esempio concreto è quello che riguarda il reperimento di nuove abitazioni. Se alcune famiglie hanno difficoltà a seguire le procedure per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, è poco produttivo attivare per loro servizi di sostegno ad hoc, come un bonus affitto. Meglio, invece, supportarle nella presentazione della domanda per la casa popolare.

Fase 5 – Campagna comunicativa
Come accennato in apertura, in Italia, dire pubblicamente che i “campi rom” possono e devono essere superati è impossibile. Per la politica il tema è tabù, una questione da trattare superficialmente, armandosi di slogan vuoti, senza alcun riferimento a dati e analisi. Questo atteggiamento mina alle fondamenta la stessa possibilità di riuscita di qualsiasi tentativo. L’ineluttabilità dei “campi rom” è una profezia che si autoavvera, perché nessun processo di superamento può avvenire senza costruirvi intorno il consenso dei cittadini. Ecco perché la comunicazione è parte integrante del modello Ma.Rea. Serve un capillare e continuo lavoro di narrazione, nella consapevolezza che le condizioni di vita degradanti in cui vivono i rom non sollevano immediatamente reazioni di solidarietà ed empatia, ma anzi producono diffidenza, sospetto, ostilità. Bisogna raccontare il lavoro passo dopo passo, organizzare momenti pubblici che spieghino il valore dell’intero processo. Occorre soprattutto una campagna di comunicazione che capovolga il punto di vista, che cambi completamente le carte in tavola, spingendo a riflettere sul vantaggio collettivo che il superamento delle baraccopoli garantisce.

Fase 6 – Monitoraggio e sostenibilità
Giungere al superamento di un “campo rom” e assicurare l’accesso delle famiglie alle strutture abitative non esaurisce l’impegno necessario. Serve monitorare gli esiti di quel lavoro e continuare a seguire le famiglie anche dopo l’ingresso nella nuova casa. Ed è quello che avviene nell’ultima fase del progetto Ma.Rea. Il monitoraggio è fondamentale per almeno due ragioni. Da una parte, fornisce alle Amministrazioni locali informazioni sull’efficacia dell’intervento attuato. Dall’altra, mette in luce le eventuali criticità, che possono essere affrontate tempestivamente, elaborando, in accordo con le famiglie coinvolte, strategie alternative a quelle programmate. Inoltre, in questo passaggio conclusivo, al lavoro di monitoraggio viene aggiunta una valutazione d’impatto sociale per misurare i risultati diretti sulla comunità che vive negli insediamenti e quelli indiretti riferiti alle aree limitrofe.

Il lavoro avviato a Ivrea è dunque un segnale importante, sia per la città, che sceglie una strada di responsabilità e inclusione, e per le famiglie della macroarea, che possono intravedere un futuro abitativo basato sulla normalità, e non più sull’eccezione etnica.
Come ha puntualizzato il Sindaco nella presentazione del progetto, questo percorso è comunque indipendente dalle problematiche legali ed edilizie legate alla cascina abusiva (che avevano attirato anche le telecamere di Rete 4) che invece seguiranno il loro iter legale.

Francesco Curzio