Il partigiano Delmastro, ucciso da un ragazzino della X Mas

Si è svolta lunedì 5 ottobre 2026 la presentazione del libro di Roberta Mori “Svegliarsi adulti” presso l’Anpi di Ivrea

 L’Autrice ha tratteggiato la figura del comandante partigiano Sandro Delmastro: un giovane che aveva scelto per i suoi studi la chimica che anche Primo Levi, di due anni più giovane, confusamente coltivava, perché “vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi”.
Anche Sandro non poteva ignorare che la chimica e la fisica erano l’antidoto al fascismo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità… E poi Sandro amava la montagna, ne sentiva fra le mani, durante le ascensioni, la materia, il silicio, il calcio e il magnesio.
Così Sandro iniziò a portare anche Primo, in montagna, in estenuanti cavalcate nella neve fresca, di rifugio in rifugio, padroni del proprio destino…
Primo venne catturato in Valle d’Aosta, e portato ad Auschwitz, Sandro, divenuto comandante partigiano, venne anche lui preso, tentò la fuga e morì per mano di un giovanissimo milite repubblichino della “Muti”.

Pubblichiamo, qui di seguito, le note scritte dal professor Franco di Giorgi, che ha dialogato con Roberta Mori.

La sostanza primigenia, naturalmente antifascista

Tra i motivi che mi hanno spinto a leggere il libro di Roberta Mori (responsabile del settore ricerca e didattica del Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino) Svegliarsi adulti. Vita di Sandro Delmastro, partigiano e amico di Primo Levi, uscito per Einaudi nel 2025, c’è senz’altro l’approfondimento di una figura, quella appunto di Sandro Delmastro, che per il Levi del Sistema periodico resta una specie di modello antropologico a cui rifarsi e a cui egli stesso si sentiva intimamente anche un po’ debitore. Egli si sentiva debitore sia perché Sandro l’aveva in qualche modo educato, iniziato, avviato alla propedeutica della fatica, all’arte della sopravvivenza che prevedeva la degustazione della “carne dell’orso”; sia perché forse gli aveva insegnato non tanto a parlar poco, quanto piuttosto a “dire solo il nocciolo delle cose”, a togliere anziché aggiungere, vale a dire un’arte scultorea a cui si sono ispirati e si ispirano anche studiosi di Levi come Giovanni Tesio.
E tutto ciò non solo per l’amore e per il rispetto che entrambi, Sandro e Primo, nutrivano per la montagna, ma soprattutto, direi, per la predisposizione spirituale, per il coraggio e la tenacia che essa, la montagna, richiede a coloro che tentano di scalarne le pareti, a coloro che provano ad opporsi alla naturale “resistenza” che ogni massa rocciosa rappresenta per tutti noi.
Sandro, che già prima di diventare comandante partigiano “sembrava fatto di ferro”, anche solo per il fatto che sapeva riconoscere il ferro della montagna e riconoscersi in essa, ebbene Sandro aveva iniziato Primo a prendere lezioni dalla montagna, dalla materia, dalla Mater Materia, dal “ghiaccio delle montagne vicine”, insomma dagli elementi naturali, dalle quattro radici dell’universo, dalle quattro rhizómata empedoclee.

I due ragazzi si erano incontrati all’Università di Torino, alla facoltà di chimica, nel 1937, quando fuori dalle mura di quell’istituto era già calata la “notte dell’Europa”. Primo ha 18 anni, Sandro 20. Sandro, che era nato a Torino (anche se Levi dice che era nato a Zubiena, sulla Serra d’Ivrea, una “terra bella ed avara”), aveva frequentato il liceo classico “Alfieri”, una scuola vicina a casa sua: abitava in via Madama Cristina. Scelgono chimica anche perché ritengono che la materia di cui questa scienza si occupa, ossia la Mater Materia, sia essenzialmente antifascista. La fisica e la chimica, scrive Levi, erano “chiare e distinte” e sempre “verificabili”, il fascismo al contrario era intessuto di “menzogne e di vanità, come la radio e i giornali”. Non è comunque un caso che nel Sistema periodico, proprio nel capitolo dedicato al Ferro, in cui Levi delinea la figura di Sandro Delmastro, “il taciturno”, l’“isolato”, accenni alla Mater Materia, a quella che egli definisce la “madre nemica” e che, tedeschizzandola, ritrova nella parola Ur-Stoff, ovverosia “sostanza primigenia”. Una parola che stranamente lo incantava. Specie quella Ur iniziale. D’altronde è proprio qui, compulsando l’Autenrieth, il manuale di chimica del 1806 di Johann Heinrich Ferdinand von Autenrieth, che Levi incomincia a masticare un po’ di tedesco. Era il 1939, a un anno dalle leggi razziali.

Come tanti altri giovani-adulti italiani ed europei dell’epoca – giovani che maturarono in fretta quando entrarono nella Resistenza, nella lotta contro il fascismo e il nazismo – sia Sandro sia Primo, dopo l’8 settembre del ‘43 decisero, scelsero la via della montagna. Primo verrà catturato in Valle d’Aosta e deportato ad Auschwitz come ebreo, Sandro morirà a soli 27 anni, ucciso dai fascisti: a quell’età, come si è ricordato, era già comandante partigiano. Era un ragazzo già adulto. Ma anche questo eventuale esito tragico – loro lo sapevano bene – rientrava nella loro scelta. Lo dice a chiare lettere anche Enne 2 in Uomini e no di Elio Vittorini: “Mica c’era solo da combattere e sopravvivere. C’era anche combattere e perdersi”.
Sandro viene ucciso il 3 aprile 1944 a Cuneo da un ragazzino di 14 anni (“un mostruoso carnefice-bambino” lo definisce Levi) con un’arma da fuoco. Già a quell’età il ragazzino era uno dei membri attivi della Ettore Muti, una legione autonoma della RSI. Sebbene, diremmo, dalla parte sbagliata, tuttavia anche dall’altra parte, quindi, i giovani dovevano crescere in fretta. Non pochi sono anche i partigiani che salirono in montagna, un po’ per gioco o per incoscienza, alla stessa età di quel ragazzino della Ettore Muti. Ma anche oggi, nel nostro tempo di guerra, molti ragazzi russi e ucraini sono costretti a perdere la loro gioventù, a dare la loro vita e il loro sangue nei campi di battaglia. Questa la differenza sostanziale tra quei giovani di allora e quelli di oggi: quelli hanno scelto, questi no.

Durante la lettura del libro mi veniva poi istintivo mettere in relazione e cogliere la differenza tra quanto era accaduto allora con quanto accade oggi. Se pensiamo ad esempio al fatto che oggi molti giovani a 27 anni, all’età di Sandro, sono tutt’altro che adulti (allora, dice Fenoglio in Primavera di bellezza, come lo stesso Claudio Pavone, si avvertiva l’esigenza di crescita, il desiderio di diventare adulti); oppure al fatto che l’età dei giovani che oggi inclinano alla violenza si abbassa sempre più; se pensiamo poi anche al fatto che Sandro era uno di quegli uomini che, al contrario dell’attuale modo mercantilistico di pensare, tutto danno e nulla chiedono, e quindi già solo per questo sono contrari sia al do ut des (al dare per avere) sia al “me ne frego” fascista; se consideriamo soprattutto il fatto che Sandro era uno che voleva pensare con la propria testa.

Come nel caso di Sandro, la solitudine può essere istintiva e caratteriale. Può essere anche una scelta positiva, ma può essere vissuta anche negativamente come abbandono, come un sentirsi al bando. Molti giovani oggi vivono l’abbandono come una condizione negativa generata delle nostre società guerrafondaie, ma è tuttavia solo nell’abbandono e nella solitudine positivamente scelta che si è costretti a fare i conti con sé stessi, con i propri dubbi e con i propri limiti, per crescere, per diventare adulti. Malgrado ciò, sono altresì convinto che questo confronto doloroso con l’abbandono, con la solitudine, con l’assenza, con la mancanza e quindi con il negativo in generale, non sia sempre necessario per la normale vita degli uomini.
Quando però il negativo viene reso volontariamente necessario, quando il negativo (il male, il dolore, la violenza, la guerra) viene realizzato anche se non se ne avverte la necessità, allora diviene invece necessaria l’opposizione, la resistenza ad esso, soprattutto alla volontà di negativo che fa tutt’uno con la volontà di potere.

Franco Di Giorgi

(dalla pagina FB dell’ANPI Ivrea e basso Canavese)