Il racconto di una giornata di manifestazione a Torino in difesa del centro sociale Askatasuna.
Non sono mai stato un frequentatore dei centri sociali, né ne ho mai sentito il bisogno, ma la chiusura di Askatasuna a Torino mi ha colpito profondamente come non era successo per il Leoncavallo. Sarà stato per ragioni di vicinanza geografica, per il fatto che per anni sono passato davanti al civico 47 di corso Regina Margherita per raggiungere il campus Einaudi, o per le immagini del quartiere Vanchiglia militarizzato, fatto sta che sabato 31 gennaio ho scelto di partecipare alla manifestazione in difesa del centro sociale torinese.
La mattina del 31 io, un mio collega di lavoro e la sua compagna partiamo. Il programma è quello di ricongiungersi prima con altri quattro amici che abitano poco dopo la Gran Madre. Mentre superiamo la tangenziale e arriviamo in Corso Giulio Cesare vediamo una volante anonima con dei lampeggianti all’imbocco della rotonda. A bordo strada un uomo e una donna stanno evidentemente controllando le macchine dai finestrini. Forse cercano qualcosa, forse cercano qualcuno. Non noi, per fortuna. Intorno all’una siamo a casa degli amici torinesi e la prima cosa che noto è che negli zaini non stanno mettendo solo panini e provviste per la giornata, ma anche mascherine, foulard, fazzoletti e occhialini. «Se sparano lacrimogeni possono servire, non vogliamo respirare quella roba tossica» mi dicono mentre cominciano a spiegarmi la ragione chimica per cui il “maalox” applicato sugli occhi aiuti a prevenire l’irritazione da fumogeno. Mi sale il dubbio di essere venuto impreparato alla giornata che ci aspetta e i miei timori crescono man mano che passeggiamo sul lungo Po per raggiungere Porta Nuova. «Ripassiamo le cose da fare se la polizia ci ferma» dice uno degli amici torinesi. «Se vogliono aprirvi lo zaino per perquisirlo chiedete assolutamente il verbale, così sono scoraggiati dal farlo» prosegue l’altro. Ascolto in silenzio e ormai rassegnato all’idea di essere totalmente impreparato mi domando se veramente vorrò ingaggiare uno scontro di principio con le forze dell’ordine per nascondere una merendina, una borraccia e un quaderno.
Giunti a Porta Nuova il senso d’inadeguatezza improvvisamente sparisce. Siamo tanti, tantissimi e questo mi dà forza, coraggio e mi rassicura. Non spareranno a tutta questa gente in corteo, penso. Ci sono bandiere palestinesi, bandiere NO TAV, bandiere antifa; giovani, anziani, qualche genitore col passeggino. Provo a salire sopra uno dei corrimani della fermata del bus per fare qualche foto, ma la voce dell’altoparlante in testa al corteo annuncia che stanno per arrivare quelli che si sono dati appuntamento a Porta Susa e che a breve si ricongiungeranno con questa parte della manifestazione, per cui si può partire. Alle 15 il corteo avanza. In men che non si dica raggiungiamo Lungo Po e la voce al megafono annuncia «Siamo 50mila!». Voglio verificare cosa dicono i giornali: apro sul cellulare La Stampa e leggo “20mila manifestanti a Torino”. Decido che la verità sta nel mezzo e che siamo circa 35mila. Mentre camminiamo un elicottero della polizia ci sorveglia dall’alto, ma non è il solo: vedo numerosi droni in cielo, anche se non riesco a capire se appartengano alla Digos, a qualche giornalista o a qualche appassionato di modellismo. In corteo mi confronto con amici e amiche e imparo cose nuove. Uno di questi mi racconta di essere stato tanti anni fa a Napoli ed essere stato al centro sociale “Je So’ Pazzo”. «Dovresti vederlo, è bellissimo» mi dice e aggiunge «la cosa incredibile è che è talmente grosso che in un’ala dell’edificio puoi fare un concerto senza disturbare quelli che stanno nella zona biblioteca. Hanno anche una piccola farmacia e un ambulatorio popolare». «Tra l’altro» aggiunge «il comune di Napoli l’ha dichiarato “bene comune”». Immediatamente penso ad Askatasuna e al “patto di collaborazione” che per un momento c’è stato con il Comune di Torino, prima che il sindaco Lo Russo lo stracciasse in nome della legalità. Un’altra amica in corteo mi racconta: «all’epoca dell’università studiavo nelle aule studio dell’ex Caserma di via Asti. Poi venne sgombrata e da allora è rimasta uno spazio chiuso. Stessa sorte alla Cavallerizza Reale. Facevano un sacco di concerti e di eventi a prezzi accessibili a tutti e dopo lo sgombero è passata in mano alla Compagnia di San Paolo, una banca». Mentre ascolto queste parole comincio a prendere consapevolezza del perché sono venuto al corteo e mi viene in mente la poesia “Prima vennero…”. La cerco su internet, perché non me la ricordo a memoria e scopro di aver sempre pensato che fosse di Bertolt Brecht, quando invece è opera del pastore Martin Niemöller. Quante cose si possono imparare partecipando ad una manifestazione. Leggo la poesia: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».
Mentre rifletto su queste parole il corteo gira in corso San Maurizio e poco dopo aver superato Palazzo Nuovo si ferma. Sarebbe dovuto arrivare all’altezza di Corso Regio Parco, ma capisco che c’è fermento e da uno dei vicoli che ci collegano con corso Regina Margherita intravedo uno spezzone di manifestanti che si muove in direzione Askatasuna. Il bisogno di soddisfare la mia curiosità ha la meglio e assieme ad un amico mi avvicino per vedere cosa sta per succedere. Comincia a essere buio e da lontano si vedono benissimo i primi fuochi d’artificio che alcuni manifestanti lanciano contro le forze dell’ordine. Non posso trattenermi oltre perché ai Giardini Reali mi aspetta il passaggio per tornare a casa, ma mentre mi allontano sento i petardoni rimbombare tra le vie del quartiere Vanchiglia. Ci penserà la televisione, il giorno successivo, a raccontare quello che non ho potuto vedere. A lavoro il mio collega mi racconta di essersi trattenuto ancora per un po’ la sera prima e di aver avuto paura nel vedere la polizia sparare ad altezza uomo i lacrimogeni. Mentre ci confrontiamo sul senso di quella serata lancio una provocazione: «se almeno questi scontri fossero serviti per riprendersi lo stabile…». Mentre lo dico rifletto sul fatto che non so nemmeno io cosa voglia dire “riprendersi lo stabile”, ma capisco di star sdrammatizzando per cercare di razionalizzare una violenza che mi pare fine a sé stessa. Un amico mi dice: «se non fosse stato per quelle violenze oggi della manifestazione non ne starebbe parlando nessuno». Riconosco che in parte ha ragione, ma che tutto ciò ha spostato l’attenzione dell’opinione pubblica e prestato il fianco al governo che ora propone l’ennesimo pacchetto sicurezza. Alla radio sento parlare di “fermo preventivo” di 12 ore sulla base di un “presunto pericolo per l’ordine pubblico” e non posso non pensare agli amici torinesi che si erano portati mascherine, foulard, fazzoletti e occhialini per proteggere la propria salute e che un domani potrebbero essere fermati perché “presumibilmente” violenti. Sempre alla radio sento parlare della vicenda del restauro del cherubino nella Chiesa di San Lorenzo, della sua evidente somiglianza con la premier Giorgia Meloni e della sua dichiarazione ironica: «no, decisamente non somiglio a un angelo». I demoni, invece, dall’altra sera siamo noi.
Andrea Bertolino
