Ancora aggressioni agli operatori sanitari all’ospedale di Ivrea

Violenza all’ospedale di Ivrea: sei sanitari feriti e un arresto in 24 ore. L’allarme NurSind e la resa dell’ASL: «Strumenti esauriti, servono le forze dell’ordine». Ma ridurre tutto ad una questione di ordine pubblico non è la soluzione.

Sei sanitari feriti in un solo giorno, arredi devastati nei reparti e l’intervento dei Carabinieri. Quella che si è vissuta all’ospedale di Ivrea sabato scorso è la fotografia di un disagio crescente in alcune fasce della popolazione e di un’emergenza che mette in luce la distanza tra la protesta sindacale, la resa delle istituzioni sanitarie e una piaga strutturale diffusa in tutto il Piemonte.

La prima aggressione si è consumata sabato mattina all’interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC). Un paziente con problematiche complesse ha scagliato sedie e tavolini nel reparto; nel tentativo di proteggere la dottoressa di turno, un infermiere è stato colpito da un pugno, cadendo violentemente a terra e riportando lesioni alla schiena giudicate guaribili in 16 giorni.

A poche ore di distanza, nel tardo pomeriggio, l’escalation è proseguita al Pronto Soccorso. Un utente affetto da dipendenze e già noto per frequenti accessi ha scatenato la propria aggressività tra le corsie, arrivando a ferire altri cinque operatori tra personale infermieristico, OSS e il medico di turno.

Il NurSind: «Non possiamo fare da scudo umano alle falle del sistema» Il sindacato rimarca una drammatica solitudine degli operatori sul campo, resa ancor più complessa dall’inadeguatezza degli spazi e dal sovrapprezzo di ricoveri causato dai lavori in corso nel presidio di Chivasso. «Gli operatori sanitari non possono continuare a fare da scudo umano alle falle del sistema – attacca il sindacato –. Chiediamo da tempo protocolli chiari con le forze dell’ordine e risposte strutturali prima che accada l’irreparabile».

Puntuale è arrivata la presa di posizione del Direttore Generale dell’ASL TO4, Luigi Vercellino, che oltre a esprimere la massima solidarietà ai lavoratori feriti, ha evidenziato i limiti operativi dell’azienda sanitaria: «Da parte nostra abbiamo messo in campo ogni risorsa e misura di sicurezza possibile all’interno dei nostri poteri organizzativi, compreso il potenziamento della videosorveglianza e l’attivazione del servizio di guardie armate. Ora, però, l’Azienda ha esaurito i propri strumenti d’intervento: chiediamo con forza un ulteriore supporto e un presidio stazionario da parte delle Forze dell’Ordine.»

I dati del fenomeno: un’emergenza regionale

I fatti del Canavese si inseriscono in un contesto piemontese e metropolitano sempre più allarmante:

  • Oltre 4 aggressioni al giorno in Piemonte: I dati regionali più recenti contano 1.621 episodi ufficiali di violenza all’anno nei confronti di 2.207 professionisti della salute.

  • Donne e infermieri le categorie più colpite: Il 72% delle vittime è di sesso femminile, mentre la categoria degli infermieri da sola assomma il 61% di tutti gli episodi registrati.

  • Pronto Soccorso in trincea: Il Pronto Soccorso (527 episodi) e l’SPDC (199 episodi) figurano tra i contesti aziendali a più alto rischio in assoluto. Nell’Area Metropolitana Torinese e nelle ASL di cintura come la TO4 si registra oltre un quarto di casi in cui la minaccia verbale sfora in aggressione fisica diretta.

Pur con questo scenario, però, non possiamo esimerci dall’affermare che ridurre quanto accade a una sola questione di ordine pubblico rischia di far smarrire il senso profondo della missione sanitaria: l’idea stessa di dover ricorrere a guardie armate nei luoghi della cura è l’emblema di una sconfitta collettiva ed è concettualmente inaccettabile. Le radici del problema affondano in un disagio sociale e psichico sempre più diffuso che va affrontato alla fonte. Una società progressivamente più violenta e sempre meno attenta a chi scivola ai suoi margini finisce inevitabilmente per pagare il conto di questa disattenzione proprio lì dove le fragilità esplodono: nelle corsie d’ospedale.

cp