Zoomorfi e antropomorfi

Un nuovo articolo della rubrica Contronatura a cura di Diego Marra

Ci piace affibbiare epiteti animali (intendo animali non umani) a prodotti della nostra “civiltà” per definirne metaforicamente l’uso o l’aspetto, come se tale definizione ce li rendesse più amichevoli, simpatici, quasi vivi.
Lo zoomorfismo è l’attribuzione di caratteristiche e qualità animali ad esseri umani o inanimati o a fenomeni naturali o soprannaturali, in particolare divinità. Nei racconti religiosi e mitologici rinveniamo numerosi esempi di zoomorfi, solo per citarne un paio: il minotauro dal corpo umano e testa di toro o il dio egizio Anubi dal volto di sciacallo.
Ma sono tantissimi: molti miti e religioni antiche utilizzavano tali raffigurazioni. I miti odierni non prevedono siffatti voli pindarici e le religioni monoteiste prevalenti sono incentrate su figure dall’aspetto umano (antropomorfi?), ma dal rilievo divino. Usiamo anche vocaboli animali per definire aspetto, comportamenti, virtù e vizi del tutto umani che non appartengono alle altre specie.
Alcuni esempi. Il mitico cappello da asino affibbiato ad alunni turbolenti o indisciplinati nel XIX e inizio XX secolo, poi sussunto ampiamente nella narrativa fumettistica; Collodi narra, a fini moralistici, la trasformazione in somari di Pinocchio e amici nel favoloso paese di Cuccagna. Ma siamo sicuri che i somari siano così asini? Cane è il componente delle armi da fuoco che colpisce l’innesco della cartuccia per sparare; ma gergalmente si definisce cane chi svolge malamente un compito, un lavoro, forse perché abbaia di frustrazione nel compierlo? Chi ripete concetti senza comprenderli è spesso definito pappagallo, che peraltro è anche un presidio sanitario maschilista per pazienti allettati.
Definiamo cimici le microspie elettroniche; se vi fanno schifo le cimici insetti potreste pensare che l’attribuzione dell’epiteto a uno strumento per origliare sia altrettanto indecente, ma a volte servono per scoprire malefatte.
Ricorderete il bel film di Nanni Moretti “Il caimano” non troppo velata metafora di Berlusconi. L’elogio della lentezza, o meglio il biasimo, fluisce attraverso l’identificazione con lumache e bradipi, la cui flemma ha, però, ragioni eco/etologiche non certo dovuta a pigrizia. Coccodrillo in gergo giornalistico è un necrologio scritto prima della morte di un personaggio famoso e conservato in archivio per il decesso e anche un connettore elettrico la cui apertura pare la bocca dentata del rettile.
Vipera: dicesi di persona irascibile e maligna capace di reazioni improvvise e violente (da enciclopedia Treccani); povere vipere timide e schive anche se dotate di veleno. A proposito, la locuzione latina “in cauda venenum” (per i non latinisti: il veleno è nella coda) deriva dallo scorpione dotato di coda con ghiandola velenifera e si riferisce a una dissertazione che inizia con toni melliflui per terminare con una stoccata finale. Il vocabolo muletto è attribuito ai carrelli elevatori e al mezzo di riserva a disposizione dei piloti automobilistici. Capra è il cavalletto usato soprattutto per il taglio legna. Basta! Sono troppi, molti altri sostantivi zoologici sono normalmente usati, a voi il compito di scoprirli. L’antropomorfismo, per contro, è la tendenza ad attribuire aspetto, facoltà, emozioni umani a oggetti, animali o figure immaginarie. Se frequentate le montagne avrete visto degli ometti, pile rudimentali di sassi utilizzate per segnalare un sentiero.
Ciò che, però mi infastidisce, in qualità di naturalista, è ’attribuzione di nomi umani agli animali selvatici. Mi spiego. Ogni tanto guardo documentari sulla Natura, bellissimi soprattutto quelli prodotti dalla BBC, che per la maggior parte ci raccontano i grandi animali delle savane; ultimamente ne ho visto uno gradevole della rete televisiva britannica che trattava di ghepardi, il cui vulnus era appioppare un nome ad ogni singolo felino, capisco l’intento di facilitare lo spettatore nel riconoscimento degli individui, ma i ghepardi non sono dotati di carta d’identità (magari elettronica) che li qualifichi anagraficamente.
Se i ghepardi possedessero un senno (non da escludere) e potessero visionare i filmati che li raccontano (da escludere), sarebbero felici della loro atropormorfizzazione? Se fossi un bellissimo felino (mi piacerebbe!) non sarei deliziato dall’accostamento con l’animale che sta distruggendo il mio ambiente rischiando di portarmi all’estinzione: l’essere umano.

Diego Marra