Don Arnaldo Bigio, il prete degli ultimi che seppe dare spazio anche alla cultura

Dall’accoglienza delle persone più fragili alla nascita di Abcinema d’essai: il ricordo di un sacerdote che ha saputo trasformare l’attenzione per gli altri in gesti concreti.

Don Arnaldo Bigio (foto Torra)

Ci sono persone che lasciano un segno non soltanto per quello che hanno fatto, ma per le porte che hanno aperto. Don Arnaldo Bigio, morto lunedì 19 ottobre all’età di 83 anni, è stato una di queste.
Per molti, a Ivrea e nel Canavese, il suo nome è legato soprattutto all’impegno verso le persone più fragili, quelle che rischiano di rimanere ai margini: persone con problemi di dipendenza, ex detenuti, persone in difficoltà economica o sociale. Un impegno che gli è valso, nel corso degli anni, il riconoscimento di chi ha condiviso con lui percorsi di solidarietà e reinserimento.
Ma c’è anche un’altra storia che merita di essere ricordata. Una storia che parla di cinema, di cultura e di fiducia.

Una vocazione al servizio degli altri

Prima di diventare sacerdote, Arnaldo Bigio aveva lavorato in Olivetti. La sua vocazione maturò in età adulta: entrò in seminario nel 1968 e venne ordinato sacerdote il 20 maggio 1972 da monsignor Luigi Bettazzi.
A Ivrea fu viceparroco nella chiesa di San Lorenzo, si occupò di pastorale giovanile e assunse la responsabilità dell’oratorio San Giuseppe. Dal 1976 seguì la Casa dell’Ospitalità e nel 1990 divenne direttore della Caritas diocesana.
Nel 1992 contribuì a fondare l’associazione Orizzonte, promuovendo percorsi di accoglienza per persone che avevano affrontato la tossicodipendenza. In seguito si impegnò anche per offrire opportunità di vita e reinserimento agli ex detenuti.
Non si trattava soltanto di assistere chi era in difficoltà, ma di creare condizioni concrete perché potesse ricominciare. Un’attenzione che ha attraversato tutta la sua vita sacerdotale e che lo ha reso un punto di riferimento per molte persone.

Una sala, una fiducia, un’esperienza culturale

C’è poi un capitolo della sua storia che riguarda direttamente la vita culturale eporediese.
Nel 1982, grazie alla disponibilità di don Arnaldo, la cooperativa Rosse Torri poté utilizzare la sala cinematografica dell’oratorio San Giuseppe. Da quella possibilità nacque ABCinema, un cinema d’essai, che inaugurò la propria programmazione il 1° dicembre di quell’anno.
Non era soltanto una sala in cui proiettare film. Era l’inizio di un’esperienza che avrebbe portato a Ivrea cinema di qualità, rassegne, incontri, dibattiti e occasioni di confronto, coinvolgendo associazioni e realtà culturali del territorio.
Ricordare il ruolo di don Arnaldo in questa vicenda significa riconoscere il valore di una scelta: mettere uno spazio a disposizione di un progetto culturale, consentendo a un’esperienza nuova di nascere e di crescere.
È un aspetto che racconta qualcosa del suo modo di intendere il proprio ruolo. L’oratorio non soltanto come luogo di appartenenza religiosa, ma anche come spazio che poteva aprirsi alla città e alle sue energie, lasciando che la cultura diventasse occasione di incontro e partecipazione.

Le porte aperte come eredità

Le storie di chi ha bisogno di essere accolto e quella di una sala cinematografica possono sembrare lontane. Eppure, in modi diversi, parlano entrambe della possibilità di trovare uno spazio.
Uno spazio per chi cerca di ricominciare, per chi è stato escluso, per chi ha bisogno di una mano. Ma anche uno spazio per le idee, per il cinema, per il confronto e per una comunità che vuole interrogarsi sul mondo.
Don Arnaldo Bigio ha attraversato questi ambiti con la concretezza di chi non si accontenta delle parole. Il suo percorso lascia in eredità opere di accoglienza, legami umani e iniziative che hanno contribuito a costruire la storia del territorio.
Per questo ricordarlo significa anche ricordare le opportunità che ha reso possibili. Fra queste, quella di una sala d’oratorio diventata un luogo importante per il cinema d’essai a Ivrea.
Un gesto di fiducia può durare molto più del momento in cui viene compiuto. A volte continua a vivere nelle persone che ne hanno beneficiato, nelle esperienze che ha fatto nascere e nei luoghi che ha contribuito a creare.

È anche così che resta la memoria di don Arnaldo: attraverso le porte che ha saputo aprire.