In una stagione dominata dagli algoritmi, dalle piattaforme e da un consumo culturale sempre più individuale e frammentato, esistono iniziative che continuano a testimoniare la forza di una cultura partecipata, condivisa e capace di creare relazioni autentiche, oltreché benessere, consapevolezza e sviluppo.
Il Cineclub Ivrea appartiene a questa categoria. Nei giorni scorsi è stata annunciata la partenza della 64ª edizione di una rassegna che rappresenta molto di più che un cartellone cinematografico composto da trenta film di qualità.
Per comprenderne il valore occorre tornare brevemente alle origini. Quest’associazione è, infatti, la discendente diretto del Cineclub Olivetti, costituito nel 1962 dalle iniziative culturali promosse dalla Biblioteca Olivetti e dal Centro Culturale di Comunità, realtà fortemente legate al pensiero e all’azione di Adriano Olivetti.
Quando si parla di Olivetti si tende a ricordare l’imprenditore illuminato, il pioniere dell’innovazione industriale, il protagonista di un modello imprenditoriale ed economico che ancora oggi viene studiato nelle business school di tutto il mondo. Ma il suo progetto era molto più ampio. Per Adriano Olivetti l’impresa doveva contribuire allo sviluppo integrale dell’essere umano, favorendo non soltanto il benessere materiale ma soprattutto quello culturale, civile e spirituale. Da questa visione nacque un ecosistema straordinario nel quale biblioteche, centri culturali, architettura, arte, editoria, formazione, comunicazione, pubblicità e cinema erano considerati strumenti “di bellezza ed elevazione spirituale”, condizioni essenziali di progresso personale e sociale.
Il Cineclub Ivrea rappresenta una delle eredità più dirette di quel pensiero. Non un semplice “cineforum” come tanti, ma un luogo di educazione allo sguardo, confronto tra persone e costruzione di un senso collettivo per leggere consapevolmente il presente. Dal 1995, divenuto completamente autonomo, ha continuato a perseguire la stessa missione: valorizzare cinematografie meno conosciute, promuovere opere di alto valore culturale e civile e offrire spazio a film che spesso, pur premiati nei principali festival internazionali, faticano a trovare una distribuzione adeguata nelle città di provincia.
Cercando di illustrare il valore di questa storia, non possiamo non iniziare dalla programmazione. La stagione 2026-2027 propone trenta titoli provenienti da numerose aree geografiche e culturali: Italia, Francia, Spagna, Danimarca, Brasile, Palestina e molti altri Paesi. Il film d’apertura è Buena Vista Social Club di Wim Wenders, nella versione restaurata. Non è una scelta casuale. Il celebre documentario musicale del regista tedesco continua a rappresentare un esempio straordinario della capacità del cinema di raccontare l’identità di un popolo attraverso le persone e la musica. Come ricorda la presentazione della rassegna, “l’opera accende un faro sulla cultura e sulla vitalità della comunità cubana, confermando il talento di Wenders nel cogliere l’essenza umana dei suoi protagonisti”. Scorrendo il programma emergono poi alcuni temi ricorrenti particolarmente significativi. Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao sembra richiamare le grandi narrazioni sulla memoria, sulla perdita e sui legami familiari. Rental Family – Nelle vite degli altri suggerisce una riflessione sui rapporti umani e sui nuovi modi di costruire appartenenza. The Teacher di Farah Nabulsi porta lo sguardo verso contesti segnati da conflitti e tensioni geopolitiche. No Good Men di Shahrbanoo Sadat e No Other Choice di Park Chan-wook testimoniano l’attenzione verso cinematografie spesso meno presenti nei circuiti commerciali italiani.
Dunque, ogni film diventa una finestra aperta su realtà differenti, culture diverse, domande universali con le quali il pubblico in sala ha la possibilità di confrontarsi senza rinunciare a divertirsi e regalarsi momenti di intelligenza e leggerezza.
Ma non è tutto. Esiste anche un secondo elemento che fa di questa iniziativa culturale una fonte di ispirazione. Pensiamo, innanzi tutto, alla capacità di considerare il cinema come esperienza comunitaria. Le piattaforme di streaming hanno ampliato enormemente le possibilità di accesso ai contenuti audiovisivi, ma hanno anche modificato il modo in cui li consumiamo. Guardando un film spesso da solo, magari dal video di un cellulare, distratto da notifiche e messaggi multitasking, lo spettatore perde concentrazione e viene costretto ad assistere ad un film vivendo un’esperienza certamente più comoda, ma solitaria e frammentata.
Il Cineclub Ivrea, invece, si muove verso una direzione differente. Scegliere di immedesimarsi in una narrazione cinematografica andando in sala, significa dedicare tempo all’ascolto, condividere uno spazio narrativo con altre persone, accettare il confronto con altri punti di vista. In poche parole, trasformare la visione in un’esperienza culturale collettiva.
Un altro elemento interessante sul versante sociale tocca – a nostro avviso – il tema della resilienza, o meglio della resistenza. Questa parola ricorre spesso quando si parla delle sale cinematografiche. Negli ultimi anni, il settore ha affrontato trasformazioni radicali: nuove abitudini di consumo, concorrenza delle piattaforme, cambiamenti tecnologici e linguistici, difficoltà economiche e tanto altro.
In questo scenario, il Cineclub Ivrea e la sua sala, il Cinema Splendor Boaro di Ivrea, assumono un ruolo importante. La rassegna si svolge, infatti, all’interno di una sala storica della città, recentemente rinnovata e adeguata per offrire maggiore comfort e una migliore esperienza di visione. In questo rapporto tra film e sala, passa il messaggio forte che conferma il fatto che conservare e innovare non sono due azioni in contrasto, in antitesi. Al contrario, la longevità delle istituzioni culturali dipende proprio dalla capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità.
Ultimo ma non ultimo, il Cineclub Ivrea può essere considerato anche un laboratorio dove si sperimentano nuove modalità di relazioni con il territorio. L’edizione 64 vede come main sponsor la Agenzia immobiliare Tecnocasa di Ivrea. In un momento storico in cui si discute molto del ruolo sociale delle imprese, questa collaborazione assume un significato che va oltre il semplice sostegno economico. Per la stagione 2026-2027 ha deciso di sostenere il Cineclub riconoscendone il valore per il territorio. Le parole di Mattia Blasotta, insieme ai soci Nicolò Noro e Giancarlo Bergamini, esprimono questa visione: «Essere presenti sul territorio significa assumersi anche la responsabilità di contribuire alla sua crescita». È una dichiarazione che richiama alcuni principi della responsabilità sociale d’impresa. Non basta, infatti, generare valore economico. Le organizzazioni che riescono a instaurare un rapporto profondo con i propri territori comprendono l’importanza di sostenere iniziative di eccellenza e producono capitale sociale, relazionale e culturale. «Crediamo – concludono, infatti, i titolari – che una città viva sia fatta non solo di immobili, ma soprattutto di persone, relazioni e iniziative che ne migliorano la qualità della vita».
Potremmo parlare di questo “nostro” cineclub ancora a lungo, ma vogliamo concludere questa analisi osservando che esso rappresenta metaforicamente (ma non solo) un esempio concreto di come si possa produrre valore andando oltre il perimetro dello spettacolo, della comunicazione e della narrazione filmica, per mettere in primo piano i bisogni autentici delle persone e offrire strumenti per leggere e affrontare la complessità del giorni nostri.
Poter entrare in un luogo come questo che favorisce la riflessione, l’incontro, la sperimentazione, la condivisione e il dialogo, dimostrando che un’emozione è più bella se è vissuta in compagnia, resta una bellissima esperienza culturale ed emozionale che lascia un segno profondo nella nostra anima.
Del resto è proprio questo quello che il Cineclub Ivrea intende regalare ai propri soci: la capacità di utilizzare consapevolmente il linguaggio cinematografico e la sua arte per mettere in scena nella vita di tutti i giorni il valore ed il bello di un incontro, di un dialogo, di un approfondimento, di un’idea, di una relazione affettiva, nella consapevolezza che nessuno di noi lo potrà migliorare restando da soli.
Luigi Bellotto