Il protocollo d’intesa del 9 febbraio sancisce la fine delle sedi eporediese e astigiana. Sotto la lente il meccanismo della “non opposizione” e il risparmio fiscale per l’azienda: un’operazione che scarica i costi sulla collettività mentre il territorio si impoverisce.
Non è tutto oro quello che luccica nei comunicati istituzionali. Mentre la Regione Piemonte parla di “punto di equilibrio” e di “uscite volontarie”, il territorio di Asti e Ivrea si prepara a subire un colpo durissimo: la chiusura definitiva delle sedi locali di Konecta. Il protocollo d’intesa siglato lo scorso 9 febbraio tra azienda, sindacati e Regione ha infatti confermato lo smantellamento dei siti produttivi, lasciando sul campo 180 esuberi (80 a Ivrea, 70 ad Asti e 30 a Torino) e il trasferimento forzato a Torino per centinaia di lavoratori.
Neanche l’incontro nazionale tra sindacati e azienda 19 febbraio scorso ha addolcito lo scenario, al contrario. Konecta ha esordito dichiarando che “per l’anno 2026 il focus aziendale è la riduzione del personale“. Missione che è già in corso da qualche anno in verità, in tre anni il numero dei dipendenti Konecta è passato da 10.000 agli attuali 6.200.
Oltre ai 180 esuberi piemontesi, l’azienda ha dichiarato 30 esuberi nelle strutture di staff in tutta Italia. In conseguenza a queste dichiarazioni e all’apertura di licenziamenti collettivi le organizzazioni sindacali hanno firmato accordi basati sulla “non opposizione al licenziamento” dietro incentivi. A chi accetta di essere licenziato vengono offerte dall’azienda 16 mensilità, per call center staff, e 21 mensilità a chi svolge attività di back office e documentale (questi ultimi settori evidentemente sono quelli dove Konecta vuole lasciare a casa più lavoratori). In cambio, il lavoratore firma un impegno a non fare mai causa all’azienda, il cosiddetto accordo tombale.
Le organizzazioni sindacali dichiarano che pur avendo anche questa volta firmato un accordo di riduzione del personale, che viene definito “non traumatico”, evidenziano che “la discussione in Konecta non possa limitarsi agli esodi incentivati quali unica soluzione alle problematiche dell’azienda e del settore.”.
Ma la realtà arriva violenta a confermare che le aziende quando decidono di licenziare lo fanno senza sconti e senza limiti e Konecta non si differenzia. Definire “non traumatico” un licenziamento è comunque problematico, di fatto si accettano gli esuberi dietro incentivi che presto finiranno senza la garanzia di avere nel frattempo trovato un’altra occupazione, in particolare per chi ha più di 50 anni o donne con figli o altri carichi familiari.
Senza accordo l’azienda licenziava e basta? Certo, ma accettare i licenziamenti – come accade da anni in praticamente tutti gli accordi con esuberi – vuol dire accettare la logica aziendale che dà alle imprese piena libertà di licenziare in cambio di pochi euro (perché un lavoro è un bene inestimabile) e soprattutto senza temere cause successive.
La trappola della “volontarietà”. Le denunce politiche

Il cuore della critica – oltre all’inaccettabile chiusura delle sedi – riguarda la natura stessa degli accordi. Parlare di “uscite volontarie”, come fa la Regione, o “non opposizione al licenziamento” è un inganno semantico.
«Siamo di fronte a licenziamenti indotti” – denuncia in un comunicato Rifondazione Comunista – “La ‘non opposizione’ lascia nelle mani di Konecta il potere di decidere chi espellere. Si tratta di licenziamenti consensuali solo sulla carta, ma mirati e unilaterali nella sostanza. L’accordo “tombale”, infatti, prevede un incentivo economico in cambio della rinuncia del lavoratore a qualsiasi ricorso giudiziario, chiudendo di fatto ogni via legale di tutela.»
«Senza il reddito derivante da un impiego di prossimità, le giovani famiglie sono spinte all’emigrazione, privando Ivrea e il suo hinterland del proprio futuro – è la critica della neonata sezione del Pcup di Ivrea – La perdita di centinaia di lavoratori stanziali indebolisce il commercio locale, i servizi pubblici e la vita sociale, riducendo le nostre città a zone di transito verso il capoluogo»
Il “regalo” fiscale: meno tasse per chi licenzia
Un aspetto sotterraneo emerso dall’analisi dei costi dell’operazione riguarda il cosiddetto ticket NASpI. (l’indennità mensile a sostegno dei lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro). Per legge, le aziende che procedono a licenziamenti collettivi devono versare un contributo all’INPS. Tuttavia, in presenza di accordo sindacale, le aziende pagano solo un terzo della cifra dovuta.
Si può affermare che Konecta finanzi dunque gli incentivi all’esodo con i soldi risparmiati sul ticket NASpI. In pratica, si utilizza indirettamente denaro pubblico per facilitare la desertificazione industriale del Piemonte. Un risparmio per l’azienda che si traduce in un minor introito per le casse dello Stato e nella perdita di presidi occupazionali storici.
La proposta dei Sindaci e la chiusura di Konecta
In questo scenario di crisi, i primi cittadini di Ivrea e Asti hanno tentato di mettere sul tavolo soluzioni concrete per evitare l’abbandono dei territori. I sindaci hanno ribadito la piena disponibilità a intervenire sui costi di affitto degli immobili che ospitano le sedi e a valutare percorsi legati alla digitalizzazione degli enti locali per creare nuove opportunità di lavoro. In particolare, il sindaco di Ivrea, Matteo Chiantore, ha annunciato l’intenzione di coinvolgere tutti i sindaci dell’area omogenea per un incontro diretto con l’azienda. L’idea è quella di convogliare i servizi di digitalizzazione comunale (sotto i 150mila euro sono permessi affidamenti più snelli) verso Konecta. La condizione, però, resta una sola e non trattabile: «Il tutto è subordinato al mantenimento della sede eporediese», ha dichiarato fermamente Chiantore.
Una mano tesa che non è stata colta. Konecta vuole tagliare il personale (è il suo focus 2026) e chiudere Ivrea e Asti. Stop. La multinazionale spagnola, controllata da fondi finanziari, non ha alcun interesse a trovare strade alternative.
Dalla Olivetti al nulla: Ivrea e Asti nel baratro
La chiusura di Konecta a Ivrea e Asti non è un fatto isolato ma il culmine di un processo di logoramento. A Ivrea, Konecta rappresentava la più grande realtà privata della città, un’eredità della trasformazione post-Olivetti nel settore del customer care. Negli ultimi otto anni, i lavoratori hanno affrontato contratti di solidarietà e uscite incentivate, scendendo da 1.200 a circa 700 addetti. Ad Asti, la situazione è speculare: 400 lavoratori che ora si vedono costretti a scegliere tra il licenziamento “morbido” o un pendolarismo insostenibile verso la sede torinese di strada del Drosso, con stipendi che spesso superano di poco i 700 euro mensili.
La Regione “spettatrice”
Se l’assessora al Lavoro Elena Chiorino rivendica l’attivazione di Academy di filiera e percorsi di upskilling, il Prc bolla queste misure come palliativi inutili. «Questi corsi non servono a chi perde il lavoro, specialmente agli over 40 o 50, ma avvantaggiano solo chi vende formazione. La Regione si limita a fare da spettatore, offrendo l’illusione di un sostegno che non garantisce alcun futuro senza investimenti certi e nuove commesse, lo provano le esperienze pregresse che hanno visto coinvolti centinaia di lavoratrici e lavoratori di aziende chiuse nell’eporediese, si pensi – solo per fare une esempio ad Agile-Ex Eutelia – che non hanno avuto praticamente alcuno sbocco occasionale dai complessi programmi di formazione e riqualificazione»
Un futuro sotto ricatto
Il caso Konecta solleva nuovamente il tema della fragilità del settore dei call center in Italia, spesso ostaggio di appalti al ribasso e di logiche multinazionali che sono indifferenti ai territori. Con la chiusura di Ivrea e Asti, il Piemonte perde due pilastri produttivi, lasciando centinaia di famiglie in un limbo occupazionale dove la scelta sembra essere tra la perdita del lavoro o l’accettazione di condizioni di vita sempre più precarie.
cp
