Il passato di verdure tra memoria e ricordo

Quando una targa omogeneizza dolori e storie

Da bambina non mangiavo il minestrone. Non era il sapore: era quella sensazione dei pezzi, delle verdure che comparivano sotto i denti una dopo l’altra. Mi dava fastidio non sapere cosa avrei trovato nel cucchiaio successivo.

Mia madre aveva capito che esisteva un unico modo per farmi mangiare quel minestrone e allora tirava fuori il passaverdura. Metteva una pentola più piccola nel lavandino, versava piano il minestrone dentro al passaverdura e iniziava a girare la manovella con pazienza. Il rumore era metallico, lento, regolare. Io guardavo, seduta al tavolo. Quando arrivava il piatto, era tutto liscio, caldo, uguale. E io lo mangiavo. Sono l’ultima di quattro figli: mia madre aveva imparato che era tempo sprecato cercare di convincermi a mangiare il minestrone. Quattro figli con gusti diversi, alla fine riusciva ad accontentare tutti.

Molti anni dopo, davanti a certe forme di memoria pubblica, quella scena domestica mi è tornata alla mente con una chiarezza inattesa.

In questi giorni, leggendo il comunicato dell’Amministrazione comunale per l’intitolazione del nuovo Giardino del Ricordo nell’area tra via dei Mulini e via Grande Torino, quella sensazione ha preso una forma più precisa. La targa commemorativa, si legge, è dedicata agli esuli, ai deportati, agli Internati Militari, alle vittime del nazi-fascismo, ai soldati di tutte le guerre e, più in generale, a chi ha sofferto l’orrore delle foibe, dell’esodo e dei totalitarismi, riunendo nello stesso spazio simbolico memorie storiche diverse.

Ci sono targhe commemorative che raccontano una storia. E poi ci sono targhe che provano a raccontarle tutte: elenchi accurati e inclusivi. Parole che attraversano epoche diverse, guerre diverse, sistemi politici opposti, raccolte nello stesso spazio simbolico, nella stessa frase. Una memoria che non vuole lasciare fuori nessuno. Una memoria attenta, responsabile.

Eppure, a forza di includere tutto, la memoria pubblica contemporanea sembra sempre più simile a quel passato di verdure: gli ingredienti ci sono tutti, ma non si distinguono più. Le differenze storiche, le responsabilità, i contesti specifici si perdono in una consistenza uniforme e rassicurante. Il dolore, reale e distinto, viene trasformato in un insieme liscio, digeribile, facile da ricordare senza disturbare troppo.

Negli ultimi anni, le cerimonie e le targhe istituzionali sembrano perseguire questa stessa logica: neutralizzare il conflitto storico, evitare scontri, offrire una commemorazione inclusiva. Vittime di guerre diverse, di regimi opposti, di contesti lontani vengono raccolte nello stesso elenco, nello stesso spazio simbolico. Tutto è presente, tutto è nominato, eppure qualcosa della storia perde forza, precisione, attrito.

Ricordare di più non è il problema. Non è dimenticare le tragedie. Il problema nasce quando la memoria diventa uniforme, quando cerca di abbracciare tutto nello stesso gesto, nello stesso spazio, senza distinguere, senza rendere visibili le differenze. E allora, lentamente, il passato diventa gentile, liscio, rassicurante. Un passato che si può condividere senza scontentare nessuno.

Quando la memoria smette di distinguere, non è la storia a pacificarsi.

È il presente che smette di volerla guardare da vicino.

mp