Presidio per la Pace di Ivrea. Perché è importante esserci ancora dopo quattro anni

Il 26 febbraio saranno quattro anni dal primo presidio spontaneo di un gruppo di cittadine e cittadini che hanno sentito l’urgenza di trovarsi in piazza per ribadire l’estremo valore della Pace e il ripudio della guerra come ci insegna la nostra Costituzione. Una presenza che si è ripetuta ogni sabato, senza sosta, per denunciare l’orrore di tutte le guerre, i genocidi, i crimini contro l’umanità.

Presidi straordinari

Sabato 14 febbraio 2026 dalle 11 alle 12

Il Presidio si terrà davanti alla stazione di Ivrea, anziché davanti al Municipio.

Martedì 24 febbraio 2026 alle 18.30

Presidio speciale davanti al Municipio di Ivrea a quattro anni dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina e dall’inizio dei Presidi per la Pace. Porta un lumino, disegneremo un simbolo di Pace.

Ma cos’è il Presidio per la Pace?

Sabato 31 gennaio in occasione del Presidio tenutosi per la prima volta nel quartiere Bellavista, Mariella Ottino ha raccontato come è nato e cos’è il Presidio.  Il suo intervento.

Ci siamo riuniti per la prima volta in piazza del municipio a Ivrea quasi quattro anni fa ormai, nel febbraio del 2022, appena è scoppiata la guerra fra Russia e Ucraina.

Non è sufficiente dire che ci siamo trovati perché tutti crediamo nella pace, che è per noi un valore fondamentale: noi crediamo anche che molti conflitti si potessero e si possano risolvere non con le armi ma attraverso trattative di pace, che contrariamente a quello che si crede, nella maggior parte dei casi sono possibili.

Questo ci ha spinto a riunirci non soltanto per testimoniare, ma anche per monitorare, studiare, approfondire le cause dei conflitti, il loro sviluppo, e per cercare di verificare le notizie purtroppo spesso false e tendenziose che i mezzi di comunicazione diffondevano non per informarci, ma per indurci a schierarci.

Mentre il conflitto fra Russia e Ucraina era ancora in corso c’è stato l’attentato del 7 ottobre a Gaza, e a seguito dell’attentato l’aggressione armata e il massacro di migliaia e migliaia di palestinesi.

L’immensa sofferenza del popolo palestinese ci ha spinto ad agire per quanto ci era possibile attraverso manifestazioni, richieste di una presa di posizione da parte del governo italiano, della regione, dei comuni in cui abitiamo, e attraverso una raccolta di fondi nella speranza di sopperire anche se in piccola parte ai bisogni primari di una popolazione privata di  tutto ciò che è necessario per vivere: cibo, acqua, cure mediche, abitazioni.

Abbiamo però sempre cercato di evitare inutili e colpevoli odi razziali. Un conto è un popolo, un conto è un governo che agisce in maniera crudele e dissennata. Lo sforzo di capire la sofferenza di chi è coinvolto in una guerra ha rafforzato in noi la convinzione che l’idea stessa di guerra debba sempre essere respinta.  La guerra ci viene spesso rappresentata come una cosa connaturata agli uomini e alla loro storia, quasi fosse appunto un’espressione della natura, e quindi immutabile come l’orbita di un pianeta. C’è sempre stata e sempre ci sarà: ma da quanto dura, questo “sempre”? Esso risale forse a 5000, 8000, al più 10000 anni fa.

Il nostro cammino sulla terra però è molto più lungo, e il fatto che siamo ancora qui potrebbe testimoniare proprio che guerra e massacri non abbiano accompagnato sempre il nostro cammino sulla terra, che però potrà proseguire ormai, dati gli attuali mezzi distruzione di massa, soltanto se elimineremo la guerra dalla nostra vita e dalla nostra storia. Siamo qui perché crediamo che questo sia possibile.

E nel presidio del 7 febbraio, Pierangelo Monti ha letto la riflessione dell’amico pacifista di Vicenza, Don Maurizio Mazzetto.

Osservare dove stiamo andando, con il moltiplicarsi delle guerre al posto della loro diminuzione, come ci saremmo aspettati, e con la ridicolizzazione non solo dei pacifisti, come rilevava papa Leone, ma anche del diritto internazionale e del diritto interno ai vari Paesi che pur si definiscono ancora democratici significa prendere coscienza della regressione cui stiamo assistendo. Se, infatti, risorgono imperialismi e nazionalismi (quelli che portarono alla Prima guerra mondiale), se sembrano finiti il multilateralismo e la cooperazione che conoscevamo, se si affermano sempre più i centri di interesse economici e le guerre come soluzione dei conflitti ed espressione di quelli, se si dimenticano i danni enormi che arreca all’ambiente e alla crisi climatica il comparto militare con le sue attività, se non si coglie ancora il nesso fra ingiustizie, guerre e migrazioni forzate, vuol dire che potremmo essere alle soglie di una nuova catastrofe mondiale.