Resistere per Esistere. Torino risponde

I racconti di una giornata in cui Torino si è riscoperta resistente, trasformandosi in un oceano di 50mila persone: dai sorrisi dei giovani organizzati alle “nonne e nonni” tornati in strada per difendere spazi di collettività come il centro sociale Askatasuna.

Un lungo serpentone di colori e musica che, al calar del sole, si scontra con il muro dei lacrimogeni e della condanna mediatica. Tra la gioia del ritrovarsi e la durezza del conflitto, resta aperta una domanda sul diritto alla protesta e sulla necessità di restare uniti contro una violenza sistemica – quella delle morti sul lavoro e della precarietà – che non aspetta il buio per colpire.

Torino risponde

Impressioni dall’interno di un corteo, prima che scendesse la sera a cambiare il racconto

Prima sorpresa: Porta Susa è un oceano di teste già prima che il serpentone cominci a sfilare, mentre noi cerchiamo di contattare chi parte da Porta Nuova o da via Sant’Ottavio, e non li troveremo mai manco fossimo in città diverse. Perché siamo tanti, tanti, tanti.

Seconda sorpresa: i giovani dunque ci sono, e quanti e quante, esistono e parlano e ridono a viso aperto, mica col cellulare al naso. Ci sono giovani che si incontrano – loro sì, organizzati quanto non siamo noi – e si abbracciano, “che bello che vi ho trovato, ero quasi preoccupata” e si danno la mano e si muovono magari al ritmo di una musica allegra, capelli lunghi e corti, lisci e ricci, strani copricapi (ce n’è uno con una specie di plaid avvoltolato sulla testa, de gustibus), piercing sparsi, lattine di birra a volontà. Ragazzi che ci ignorano abbastanza perché la città oggi – questo è evidente – è più loro che nostra. Che esibiscono striscioni i più vari ma tutti su antifascismo libertà e resistenza.

Terza sorpresa: non è che siano proprio tutti giovanissimi. Ci sono anche molte coppie passegginomunite con bimbo in spalla, nonne e nonni sorridenti, signori con cane al guinzaglio e bicicletta al seguito, vecchi che sembra abbiano negli occhi un’antica nostalgia sorridente: si torna in corteo, ci siamo ancora. Siamo qui pure noi.

Mentre ci muoviamo in direzione Porta Nuova e Lungo Po e poi Piazza Vittorio Veneto insieme agli altri cortei – ormai siamo un unico lunghissimo serpente senza inizio e senza fine –, la musica ci prende e ci trascina: donne e uomini stracolorati suonano e ballano e saltano a un ritmo avvolgente, un’energia contagiosa che non si può ignorare ci contagia.

Gente di Ivrea ce n’è, quella la trovi sempre ovunque, e si fanno anche splendidi incontri inattesi, abbracci e baci, “anche tu qui, che bello”.

E’ facile ora qui, guardando questo cielo e questa immensa folla in un pomeriggio generoso di sole, pensare che Torino è resistente, che ce la fa, che tutto sta andando per il meglio e i timori di ieri erano solo titubanze sciocche.

Torino è qui, stai pensando, quasi dicendo. Askatasuna non è sola e non lo sono nemmeno le vittime di questo sistema tremendo.

Torino risponde, ce la fa.

Poi, prima che faccia buio, un’amica propone di andar via: “qui tra un po’ succede qualcosa”.

E allora: una gimcana tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, verso la stazione.

sire

Resistere per Esistere

Sono andata alla manifestazione di Torino perché ogni tanto (anzi, ogni poco) ho bisogno di credere che un altro mondo sia possibile. Torino è la mia città, la città in cui sono nata e cresciuta, che amo e che sabato ho visto trasformata in un oceano di 50mila persone, uno scorrere di dignità, una diga umana contro la deriva autoritaria e antidemocratica di questo governo. E in quel fiume di persone giovani e meno giovani (tante) ho capito una volta di più tante cose. In primis il bisogno di spazi sociali come il centro sociale Askatasuna, il cui sgombero ha fatto muovere quel fiume, fatto, mi piace rimarcarlo, di realtà le più diverse. Ho capito che mettere su un centro sociale in un quartiere è restituire spazi a un uso collettivo quando la norma sono individualismo e indifferenza. E Resistere, insieme, giovani e meno giovani, italiani e non, immigrati, clandestini, precari, disoccupati scoprendo che i bisogni sono gli stessi. E dove la rabbia e l’impotenza possono diventare organizzazione. E ci credo che ci si accanisce a eliminarli.

Alla fine della manifestazione uno spezzone (io tra questi) prosegue per corso Regio Parco e un’altra devia per corso Regina verso quanto rimane del centro sociale. Su questo spezzone si sono scaricati centinaia di lacrimogeni, ma lo spezzone non è arretrato. Ha resistito. Non si è, credo, rassegnato, non si è detto disposto a mediare, ha tirato una riga, un confine. Con la violenza? Indubbiamente. Da lì in poi tutto “il resto” è stato fagocitato dalla condanna senza dubbio alcuno. Poco importano video, foto, testimonianze che raccontano “anche” versioni diverse. Ma di approfondire non c’è tempo, né intenzione. Bisogna schierarsi, velocemente, arrivare primi: o di qua o di là. O chiedi nel modo giusto, o la tua protesta è vana. Eppure la storia ci insegna che spesso le conquiste sono avvenute attraverso conflitti, anche violenti. Quindi giustifichiamo la violenza? Quindi, intanto, sarebbe cosa buona e giusta non condannarla soltanto da parte di chi protesta (video, foto e testimonianze di cui sopra). Quindi? Quindi sarebbe bello, forti di questa e altre presenze massicce in piazza, provare a confrontarci su come starci, nelle piazze. Per partire insieme e tornare insieme e capire se è possibile non prendere due strade separate alla fine di una manifestazione. Partire insieme e tornare insieme, come ci ha insegnato il movimento No Tav. Quindi? Quindi, quando tutti e tutte non faremo più fatica a fare la spesa, pagare un affitto ogni mese, quando potremo vivere una vita degna di questo nome, allora ci metteremo tranquilli/e intorno a un tavolo a parlare di non violenza. Quando sarà un brutto ricordo questo paese, dove con la violenza si distruggono la scuola e la sanità, si contano nel solo 2025 145 morti sul lavoro, 1878 morti nel Mediterraneo, 238 morti nelle carceri (di cui 79 suicidi) e 97 femminicidi. Fino ad allora, dieci, cento, mille Askatasuna!

Simonetta Valenti

P.S. Mentre finisco di scrivere i militanti di Askatasuna sono stati appena assolti in tribunale dall’accusa associativa che il ministro degli Interni ripete come un mantra.