Se di carcere si muore

Trovato senza vita nella sua cella un detenuto nel carcere di Ivrea. E’ il terzo suicidio in Piemonte negli ultimi venti giorni: l’ennesima prova del fallimento delle politiche governative dell’attuale esecutivo che, perseguendo  logiche emergenziali, ha moltiplicato i reati e inasprito le pene, ignorando le cause strutturali della crisi.

L’ultimo caso di malacarcere nell’istituto penitenziario di corso Vercelli evidenzia una situazione di emergenza che non può più essere ignorata almeno dai soggetti che ruotano intorno al quartiere carcere di Ivrea.
Dell’uomo che si è dato la morte in una cella del carcere di Ivrea sappiamo poco: l’età, 42 anni e la nazionalità, italiana e che la cella dove è stato ritrovato senza vita la condivideva con un altro detenuto.
L’articolo 27 della nostra Costituzione, che ribadisce tra le altre cose che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato termina con una affermazione che sembra quasi superflua: non è ammessa la pena di morte. Eppure, troppo spesso in questo paese che fatichiamo a definire civile e troppo spesso in questo carcere, pare ormai ammessa la morte, inflitta da altri, da circostanze o da sé stessi. Niente rieducazione, niente reinserimento della società.
Una sconfitta, in primis per il detenuto e poi per la società intera.
A denunciare quest’ultimo episodio, che si aggiunge agli altri accaduti nelle carceri di Biella e Verbania è il segretario generale dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia Giudiziaria) Leo Beneduci, che individua le cause nella riduzione degli organici della polizia penitenziaria (30% in meno) e della conseguente capacità di garantire sicurezza, sorveglianza e assistenza all’interno delle strutture.
La Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Monica Formaiano va oltre la reazione e l’indignazione di prammatica, insistendo sulla necessità di intervenire sulla prevenzione, sul rafforzamento deli servizi sanitari, sull’attenzione alla salute mentale e sul sostegno psicologico.
E la città? La cosiddetta società civile? Le istituzioni locali, apparentemente così attente a quello che si ama definire un quartiere di Ivrea?
E chi il carcere lo frequenta (o dovrebbe farlo) abitualmente: il Garante per il comune dei diritti delle persone private della libertà personale Raffaele Orso Giacone, le volontarie e i volontari della Associazione Volontari Penitenziari Tino Beiletti?
E poi ci siamo noi, cittadine e cittadini che non possiamo e non dobbiamo continuare ad assistere da spettatrici e spettatori immobili e inerti a episodi come quello appena accaduto.
E’ necessario creare un legame tra il mondo dentro e il mondo fuori quelle sbarre. Due anni fa allo spettacolo teatrale Della mia anima ne farò un’isola, realizzato da un gruppo di detenuti del carcere di Ivrea, assistettero più di 400 persone e tre scolaresche. Un risultato oltre ogni aspettativa, ma soprattutto la prova che creare questo legame è possibile.
Dobbiamo immaginare altre occasioni per avvicinare questi due mondi che sono in realtà un mondo solo.
Lo dobbiamo a quel quartiere, a ognuna delle persone che ci vivono e ci lavorano: lo dobbiamo a noi stess3, se sentiamo impellente il bisogno di riconfermarci società civile.

Simonetta Valenti

Il rapporto di metà anno 2026 sulle carceri italiane di Antigone denuncia, tra le altre cose, che nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità. Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici