Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Giochi d’ombra

Dalla neve artificiale alla cementificazione, dalla deforestazione allo sfarzo inquinante delle delegazioni USA, fino ai doppi standard del CIO su Russia e Israele. Le Olimpiadi invernali 2026 Milano-Cortina tradiscono le promesse di sostenibilità e pace.

Nonostante siano stati presentati come i “Giochi più sostenibili di sempre”, le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 sono oggetto di dure critiche. In questo evento, la neutralità – sia essa ambientale o politica – sembra essere del tutto assente, smentita dai fatti e dai numeri.

Il costo ambientale della neve artificiale

Con l’innalzamento inarrestabile delle temperature, l’innevamento artificiale non è più un semplice supporto, ma l’unica risorsa per garantire le gare. Il massiccio utilizzo di cannoni sparaneve, necessario per circa il 90% delle piste, comporta un consumo energetico elevatissimo.

L’impiego di 948.000 metri cubi di acqua (quasi 1 miliardo di litri) finisce per minacciare direttamente i bacini acquiferi montani. A questo si aggiunge un pericolo invisibile: per far resistere la neve a temperature elevate, vengono spesso usati additivi chimici che alterano la composizione del suolo e la flora locale al momento del disgelo.

Lo schiaffo climatico e il caso della delegazione USA

Mentre il territorio soffre per la gestione delle risorse idriche, lo sfarzo delle delegazioni politiche smentisce clamorosamente le promesse di “impatto neutro”. Si stima che l’evento produrrà circa 1 milione di tonnellate di CO2, alimentato da spostamenti smisurati.

Spicca su tutte la missione degli Stati Uniti, guidata dal vicepresidente Vance. La delegazione è atterrata a Malpensa con una flotta di 14 aerei, di cui 11 jet di Stato per trasportare le 300 persone al seguito. Tre aerei cargo sono stati impiegati solo per i veicoli blindati (inclusa la limousine presidenziale) e gli approvvigionamenti specifici. Questo “spiegamento muscolare” rappresenta un paradosso ambientale: mentre gli atleti gareggiano su neve chimica a causa del riscaldamento globale, la politica contribuisce massicciamente a quest’ultimo con un’impronta di carbonio fuori controllo.

Cattedrali nel deserto bianco: Cementificazione e deforestazione

Il giudizio è negativo anche sul versante delle grandi opere. Il cantiere della pista da bob di Cortina, costato circa 120 milioni di euro, ha comportato l’abbattimento di centinaia di larici secolari. Nonostante il CIO suggerisse di usare impianti già esistenti all’estero, l’Italia ha scelto di costruire una struttura i cui costi di gestione (1,5 milioni l’anno) ricadranno sul Comune, col rischio che diventi un rudere di cemento come la pista di Cesana (Torino 2006).

Dalle varianti stradali che frammentano i corridoi ecologici ai massicci bacini di accumulo idrico, le montagne vengono modificate permanentemente. A Milano il Villaggio Olimpico, sebbene destinato a diventare studentato, trasforma l’area dello scalo di Porta Romana con un impatto di cementificazione in un contesto urbano già densissimo.

A completare il quadro, la partnership con sponsor come ENI, accusata di greenwashing. Infatti, mentre l’azienda promuove i bio-carburanti per l’evento, il suo core business resta legato ai combustibili fossili, i principali responsabili del cambiamento climatico che sta distruggendo proprio gli sport invernali.

Il doppio standard: La neutralità a giorni alterni

L’incoerenza non riguarda solo l’ambiente, ma anche l’etica del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). La differenza di trattamento tra Russia e Israele è evidente.

  • Russia e Bielorussia: Escluse per la violazione della “Tregua Olimpica” e per aver annesso i Comitati olimpici dei territori ucraini occupati delle repubbliche del Donbass, violando l’integrità territoriale del Comitato Olimpico ucraino.
  • Israele: Partecipa con la propria bandiera nonostante le accuse di crimini di guerra e genocidio a Gaza certificate dalle Nazioni Unite. Il CIO si appella al formalismo, sostenendo che il Comitato israeliano rispetta i dettami della Carta Olimpica. Si aggiunge a questo il fatto che Israele è membro del Comitato Olimpico Europeo dal 1994 (dopo essere stato rimosso dal Consiglio Olimpico Asiatico nel 1981 per motivi politici), e partecipa dunque alle competizioni sotto questa egida.

È difficile non leggere in questa mancata sanzione l’influenza del legame con gli Stati Uniti e la pressione dei grandi sponsor.

Questa disparità si riflette anche sugli atleti: infatti mentre gli atleti russi e bielorussi possono gareggiare come Atleti Individuali Neutrali (AIN) solo se superano un controllo che attesti il loro mancato supporto alla guerra e l’assenza di legami con l’esercito, per gli atleti israeliani non è previsto alcun controllo analogo, permettendo la partecipazione anche a chi è formalmente inquadrato nei ranghi militari o impegnato in operazioni belliche attive. Questo doppio standard evidenzia una disparità nel concetto di “neutralità dell’atleta”.

Sotto i riflettori di Milano-Cortina, la neve sarà anche artificiale, ma le ferite inferte al territorio e l’incoerenza dei valori olimpici sono fin troppo reali.

Cadigia Perini

Olimpiadi. Il 21 febbraio del ’24 il celebre violoncellista Mario Brunello si recò a Cortina e suonò tra le centinaia di vecchi larici abbattuti per fare spazio a un’inutile pista da bob, costata 118 milioni di euro. Un requiem per la foresta distrutta. Ci avevano promesso giochi olimpici a zero impatto ambientale. Così non è stato. Il modello di sviluppo predatorio alla base dell’intero progetto ha provocato danni irreparabili. La montagna non si meritava tutto questo. Mi riferisco in particolare alle dolomiti ampezzane, in questi ultimi due anni mi è capitato spesso di attraversare Cortina, viaggiando verso l’Alto Adige. Già da allora era chiaro che molte delle opere iniziate non sarebbero state operative per l’inizio delle olimpiadi. Alcune saranno ultimate addirittura tra qualche anno. Hanno avuto il coraggio di iniziare a costruire una cabinovia su un terreno franoso attivo. Pura speculazione: non funzionerà mai. Ma per i soliti noti si trattava di un’ulteriore occasione per arricchirsi. Un addetto alla vigilanza, Pietro Zantonini, 55 anni, è morto probabilmente di freddo per custodire un cantiere in ritardo. Lo pagavano 5 euro l’ora. Lavoro povero per garantire il divertimento extra lusso di Cortina. (Massimo Carlotto, 7/2/2026, fb)