La crisi Lear di Grugliasco arriva a un bivio: la Zetronic del Gruppo Fulchir mette sul piatto 20 milioni di euro e la promessa di riassorbire tutti i 368 lavoratori. Ma dietro l’entusiasmo istituzionale di Mimit e Regione si allunga l’ombra del “modello Scarmagno”.
La svolta nella vertenza Lear di Grugliasco vede la società Zetronic del Gruppo Fulchir impegnata in un’offerta d’acquisto in esclusiva fino al 31 marzo 2026, con un piano industriale che punta alla salvaguardia totale dei 368 dipendenti e degli asset produttivi. Il Mimit monitorerà questa fase delicata e darà, insieme alla Regione Piemonte, tutto il supporto necessario per accelerare la positiva conclusione di una tra le più complesse crisi aziendali, in vista del prossimo confronto decisivo fissato per l’8 aprile. (dal comunicato del Ministero delle Imprese e del Made in Italy)
Una svolta attesa, ma che trascina con sé un carico di dubbi pesante quanto la storia industriale del Piemonte. Al tavolo del Mimit, la Lear Corporation ha annunciato di aver ricevuto un’offerta d’acquisto in esclusiva, valida fino al 31 marzo 2026, da parte di Zetronic, società che fa capo al Gruppo Fulchir. L’operazione da 20 milioni di euro punta a rilevare l’intero stabilimento di Grugliasco e a riassorbire tutti i 368 dipendenti, oggi sospesi nel limbo di una crisi che sembrava senza uscita.
Tuttavia, tra i padiglioni e nelle sedi sindacali, il nome di Carlo Fulchir non evoca solo visioni di futuro tecnologico e Smart IoT. Per chi ha memoria nel Canavese, quel nome è legato a uno dei capitoli più dolorosi della deindustrializzazione post-olivettiana: la parabola di OPComputers e il successivo crack Oliit.
L’offerta di Zetronic arriva in un momento di estrema fragilità per il sito torinese della Lear. Solo pochi mesi fa, le speranze erano riposte nel progetto legato alla Fipa, che avrebbe dovuto riconvertire la produzione di sedili per l’automotive in un nuovo polo industriale. Tuttavia, il venire meno di quel piano ha lasciato i lavoratori senza paracadute, rendendo la proposta dei Fulchir l’ultima, e forse unica, ancora di salvezza rimasta sul tavolo. È proprio questo scenario di “ultima spiaggia” a preoccupare maggiormente: il timore è che l’urgenza di evitare il licenziamento collettivo porti ad accettare garanzie meno solide del previsto.
L’ombra di Scarmagno
La vicenda del polo Olivetti di Scarmagno è una sorta di “epilogo industriale” che segna il passaggio definitivo dal sogno dell’informatica italiana al declino del sito produttivo. È una storia fatta di passaggi di proprietà rapidi, grandi speranze e crisi finanziarie.
Era il 1997 quando di Roberto Colaninno, AD Olivetti, scorpora la divisione personal computer e fa nascere la Olivetti Personal Computers S.p.A. (OPC), dopo pochi mesi ceduta alla Piedmont International controllata dal fondo britannico Centaurus Investments (facente capo all’avvocato americano Edward Gottesman). Da lì in poi, con una serie di passaggi di proprietà fittizi nascono ICS e quindi Oliit. Il finale è noto alle cronache giudiziarie: un fallimento per bancarotta fraudolenta, con distrazione di fondi e operazioni societarie volte a svuotare l’azienda di asset di valore prima del collasso definitivo. I giudici riconobbero che il dissesto di Oliit non era dovuto a una sfortunata congiuntura di mercato, ma a una gestione dolosa volta a depredare gli asset rimasti dell’ex impero Olivetti.
E’ questa fase che vede protagonista Carlo Fulchir, riconosciuto da tanti come principale attore della fine delle aziende informatiche di Scarmagno. Infatti, sebbene Carlo Fulchir sia stato assolto nel 2012 dalle accuse legate al crack Oliit “perché il fatto non sussiste”, le sue responsabilità fattive nel percorso fallimentare rimangono scolpite nella pietra. Fu proprio sotto la gestione Fulchir che avvenne il passaggio di rami d’azienda verso la Oliit con alla guida Luigi Luppi (invece condannato per il crack Oliit a 5 anni e 6 mesi). Un’operazione che i periti hanno spesso descritto come una manovra per “scaricare” i debiti sulla vecchia società e far ripartire una nuova entità apparentemente pulita, ma priva di reale base industriale. Il suo percorso imprenditoriale è rimasto segnato anche per un altro clamoroso dissesto, quello del gruppo Finmek per il quale patteggiò 4 anni e 9 mesi. È questo “curriculum del declino” a preoccupare sul futuro della Lear.
Perplessità sindacali: scongiurare un Oliit-bis
Le organizzazioni sindacali, pur accogliendo positivamente l’idea di un compratore che promette il pieno impiego, non nascondono il timore di un déjà-vu. La preoccupazione è che l’operazione possa ricalcare il “modello Scarmagno” (o il modello Agile-Eutelia vicenda gemella di Oliit): un’acquisizione facilitata dal sostegno istituzionale e dagli ammortizzatori sociali, che nasconde il mero progetto di svuotamento degli asset produttivi.
Per il territorio, il nome Fulchir è diventato sinonimo di una gestione predatoria. La critica mossa dagli inquirenti era che il gruppo non avesse mai avuto un vero piano industriale per Scarmagno, ma che l’obiettivo fosse quello di gestire il declino di un marchio storico (Olivetti) per estrarne il massimo valore finanziario prima del fallimento inevitabile.
Il timore è quindi che Zetronic, pur presentandosi con un piano ambizioso che spazia dalla meccatronica all’aeronautica, possa non avere la solidità per garantire una tenuta nel lungo periodo o, peggio, che l’operazione serva a gestire una transizione verso la chiusura definitiva.
Il monitoraggio istituzionale
Il Mimit e la Regione Piemonte hanno assicurato che monitoreranno ogni fase della trattativa, sta poi ai lavoratori e loro sindacati monitorare ministero e regione. L’obiettivo è trasformare l’offerta non vincolante in un accordo blindato entro l’8 aprile, data del prossimo incontro. Zetronic dovrà dimostrare con i fatti, e con i capitali, che il progetto Lear è una reale scommessa sul futuro e non l’ennesimo capitolo di una saga industriale che il Piemonte ha già pagato a caro prezzo. Ministero e Regione Piemonte
Cadigia Perini
