In Piemonte il caso Delmastro e le piccole crepe.
C’è un momento preciso, nella vita politica di una coalizione, in cui i fatti smettono di essere solo fatti.
Diventano segnali.
La vicenda che coinvolge Andrea Delmastro, la vicepresidente del Piemonte e assessora al Lavoro e Welfare Elena Chiorino, e il consigliere di Fratelli d’Italia Davide Zappalà si colloca esattamente lì. Tutti e tre erano soci della società “Le 5 Forchette”, collegata a Mauro Carroccia, condannato per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa e prestanome del clan Senese.
La vicenda è esplosa nelle ultime settimane, con l’uscita dei tre esponenti di FdI dalla compagine societaria il 5 marzo 2026, cedendo le quote alla figlia di Carroccia, dopo la condanna definitiva del padre. Non è solo un fatto locale: da Torino arriva fino a Roma, diventando un nodo politico di rilevanza nazionale.
A quel punto, la domanda cambia.
Non è più soltanto “che cosa è successo?”, ma “che cosa significa?”.
Il Piemonte, negli ultimi anni, è stato uno degli esempi più solidi di equilibrio nel centrodestra.
La guida di Alberto Cirio ha costruito un modello politico fondato su gestione, pragmatismo e una relativa impermeabilità alle tensioni più visibili del livello nazionale.
Eppure, a Palazzo Lascaris, la scorsa settimana, l’assenza di Cirio — impegnato a Bruxelles — e quella di Chiorino in aula, ha reso evidente il silenzio e l’imbarazzo della giunta, mentre le opposizioni chiedevano chiarimenti e dimissioni. Le parole delle consigliere Gianna Pentenero (Pd), Alice Ravinale (Avs) e Sarah Di Sabato (M5S) hanno ricordato che il Piemonte non è nuovo a tensioni legate a vicende mafiose, come già accaduto nel 2019 con l’arresto dell’assessore Roberto Rosso.
Un equilibrio politico fragile non cede all’improvviso.
Si incrina.
E quando succede, il rumore è basso. Quasi impercettibile.
È qui che la vicenda assume un rilievo che va oltre i suoi contorni ancora indefiniti.
In una fase politica costruita sulla promessa di coerenza, rigore e discontinuità rispetto al passato, anche episodi non pienamente chiariti possono produrre un effetto amplificato. Non tanto per ciò che dimostrano, ma per ciò che evocano.
Non è la gravità dei fatti a determinare l’effetto politico.
È la distanza tra ciò che si promette e ciò che appare.
Ed è in quella distanza che si inserisce il dubbio.
Un dubbio che non ha bisogno di diventare accusa per iniziare a circolare.
All’interno della coalizione, non si intravedono al momento fratture esplicite.
La tenuta numerica non è in discussione, né si registrano rotture manifeste tra alleati.
Ma la politica non si muove solo per necessità.
Si muove anche per opportunità.
E vicende come questa, nel tempo, possono trasformarsi in strumenti sottili: leve di pressione, occasioni di riequilibrio, strumenti per ridefinire ruoli e pesi all’interno della coalizione stessa.
Non tutto ciò che emerge produce effetti immediati.
Ma quasi tutto lascia tracce.
Il punto, allora, non è stabilire se ci troviamo già dentro una crisi.
La risposta, oggi, è probabilmente no.
Il punto è riconoscere che esiste una zona più sottile — fatta di percezioni, di narrazioni che si incrinano, di coerenze che iniziano a essere osservate con maggiore attenzione.
Ed è lì che la politica contemporanea si gioca sempre più spesso.
Perché la credibilità non si misura solo su ciò che accade, ma su come ciò che accade viene attraversato, gestito, restituito.
È una prova meno visibile, ma più decisiva.
E a volte è proprio da lì che iniziano le crepe.
mp
