Cronache dal Consiglio: tra “bombe di libertà” e spettri del passato

L’ordine del giorno sulla democrazia accende lo scontro a Palazzo. Il consigliere Cantoni (FdI) sventola la bandiera dello Scià, ma la storia dell’Iran racconta una realtà più complessa dei suoi slogan.

Nel Consiglio Comunale del 16 marzo, la discussione sull’ordine del giorno presentato da Massimiliano De Stefano – incentrato sulla difesa della democrazia e la condanna degli autoritarismi in riferimento all’attacco all’Iran – si è trasformata in un acceso scontro geopolitico. L’atto, emendato dalla maggioranza per unirsi alla condanna corale delle violazioni del diritto internazionale, ha offerto il fianco alle provocazioni del consigliere Fdi.

Nella sua premessa il documento afferma che “il contesto internazionale è attraversato da una crescente crisi dell’ordine democratico e del sistema di relazioni fondato sul diritto, sulla cooperazione e sul multilateralismo; si stanno affermando modelli di potere che utilizzano la coercizione economica, commerciale e geopolitica come strumenti politici, riducendo la sicurezza, la sovranità e i diritti a variabili negoziabili; l’esperienza politica e il progetto di governo incarnati da Donald J. Trump rappresentano un’espressione avanzata di questo paradigma, fondato sull’uso sistematico dei dazi, sulla trasformazione del commercio in arma politica e sulla subordinazione delle relazioni internazionali ai rapporti di forza” e condanna “l’autoritarismo predatorio, incompatibile con i principi della Costituzione italiana e dell’Unione Europea”.
Per la cronaca l’Odg è passato con i voti della maggioranza più De Stafefano (proponente), il voto contrario di Cantoni e Piccoli e l’astensione di Noascone.

Il “coup de théâtre” di Cantoni

Il clou della discussione è arrivato con l’intervento di Andrea Cantoni (FdI). Il consigliere ha contestato l’assenza nell’Odg di una critica specifica al regime degli Ayatollah, spingendosi a giustificare i bombardamenti sull’Iran come strumento di liberazione: “Le libertà si conquistano anche con le bombe”, ha tuonato dai banchi della minoranza. E lancia accuse surreali affermando che vi è “un occidente che odia sé stesso al punto tale da ammirare dittatori e tagliagole nel mondo” (riferendosi evidentemente anche ai colleghi di maggioranza).

Ora, premesso che è vero che nell’Odg non si esplicita la condanna alla dittatura iraniana (un sottointeso che andava manifestato, perché la condanna è totale), ma è altrettanto vero che nei gruppi di maggioranza ci sono consigliere e consiglieri che si sono sempre esposti nella condanna della privazione della libertà e della repressione del dissenso in Iran, con il sostegno al movimento “Donna Vita Libertà”, e non solo.

Ma a suggellare la performance, un vero e proprio colpo di teatro: Cantoni sfila da sotto un foglio la bandiera dell’Iran dello Scià e informa il Consiglio che lui è “dalla parte giusta che è quella di un Iran libero che vuole finalmente trovare la libertà che ha perduto per colpa del criminale regime iraniano”.

La memoria corta sullo Scià

Se la retorica di Cantoni ha cercato l’effetto scenico, la replica necessaria sarebbe dovuta passare per la storia.
La bandiera del regime dei Pahlavi, infatti, non è esattamente un vessillo di democrazia specchiata.
Basta ricordare il golpe del 1953 (orchestrato con CIA e Regno Unito). L’operazione rovesciò il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, per ripristinare il potere assoluto dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, salvaguardando gli interessi petroliferi occidentali dopo la nazionalizzazione del petrolio. Oppure la feroce polizia segreta, SAVAK, che per decenni ha torturato e fatto sparire intellettuali e oppositori. Ricordare la riforma agraria che mise in ginocchio i contadini, il fuoco aperto contro i manifestanti a Piazza Jaleh a Teheran l’8 settembre del 1978, la sistematica distruzione di ogni opposizione, anche quella laica e liberale; una repressione che, ironia della sorte, spianò la strada proprio alla successiva teocrazia degli Ayatollah.


Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra (…), a riaffermare la fede nei diritti fondamentali della persona (…), a promuovere il progresso sociale (…), abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini”. (dal preambolo della Carta delle Nazioni Unite, 26 giugno 1945)

Il diritto internazionale calpestato

Al di là della dialettica locale, resta il dato oggettivo: l’attacco di USA e Israele all’Iran rappresenta una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Senza mandato del Consiglio di Sicurezza, l’operazione si configura come un atto di aggressione.

Senza contare che l’aggressione congiunta USA-Israele è partita mentre erano in corso colloqui e trattative (mediate dall’Oman) e quando il principale contenzioso sull’uranio era in via di risoluzione.
Colpiscono infatti le parole del generale Maurizio Boni che in una intervista ha dichiarato che è evidente che i negoziati sul nucleare non avevano l’intento di giungere a una soluzione, ma di provocare una rottura. “Israele ha deciso di cominciare questa guerra, gli Stati Uniti l’hanno provocata facendo saltare le trattative. Hanno aspettato il momento in cui gli israeliani avrebbero attaccato e li hanno seguiti. L’Iran era – ed è – il solo competitor strategico di rilievo rimasto ad opporsi al progetto egemonico israeliano sul Medio oriente, da perseguire insieme agli Stati Uniti. Ora l’effetto domino si sta rivelando catastrofico per chi lo ha voluto.

Il bilancio della “guerra fabbricata” (che non è guerra per la libertà del popolo iraniano)

I dati che giungono dal campo descrivono una realtà drammatica. Dall’inizio dell’offensiva congiunta Usa-Israele il 28 febbraio 2026, l’impatto sulla popolazione civile e sulle infrastrutture iraniane è stato devastante (senza contare le vittime in altre zone, come in Libano).

  • Vittime civili: Secondo il Ministero della Salute iraniano e diverse ONG (tra cui HRANA), si contano oltre 1.400 civili uccisi e circa 19.000 feriti. Alcuni report indipendenti, come quello di Hengaw, alzano il bilancio complessivo delle vittime a oltre 5.300 unità includendo i quadri militari.
  • Attacchi alle scuole: Amnesty International ha documentato una strage avvenuta il 28 febbraio a Minab, dove un missile guidato ha colpito la scuola elementare Shajareh Tayyebeh, uccidendo 168 persone, tra cui 110 bambini.
  • Sanità sotto tiro: L’OMS ha confermato ufficialmente 18 attacchi diretti a strutture sanitarie. Tra i casi più gravi, il bombardamento vicino all’ospedale Motahari di Teheran, che ha reso la struttura inutilizzabile, e il danneggiamento di altri 14 centri medici d’emergenza.
  • Distruzione sistematica: La Mezzaluna Rossa iraniana riporta danni a oltre 70.000 siti civili, inclusi 251 centri medici e quasi 500 strutture scolastiche. Anche le infrastrutture energetiche, come gli impianti di gas di South Pars ad Asaluyeh, sono state messe fuori servizio dai raid israeliani.
Una crepa nel blocco USA

A smentire la narrazione di una “guerra necessaria” è arrivato persino il grido d’allarme dall’interno del sistema americano. Joe Kent, capo dell’antiterrorismo USA e veterano decorato, ha rassegnato le dimissioni definendo il conflitto una “guerra fabbricata”. Nella sua lettera a Trump, Kent denuncia l’influenza israeliana sulla politica estera statunitense, chiedendo di invertire una rotta che porta solo al declino.

In chiusura, desta perplessità la posizione della consigliera Piccoli, unica insieme a Cantoni a votare contro l’Odg, che ha liquidato la questione come una materia sulla quale si possono avere “opinioni diverse”. Ma di fronte a un’aggressione militare, a centinaia di morti e a milioni di profughi, non esistono punti di vista. Esiste solo il diritto internazionale e umanitario.

Cadigia Perini

La discussione in Consiglio comunale può essere rivista qui: https://ivrea.consiglicloud.it/meetings/U095Z1M4cXVKbDQ9