A poco più di un mese dal ricorso al TAR contro l’autorizzazione alla cava di San Bernardo, la vicenda prende una nuova piega. Il Comitato No Cava prova a riportare il baricentro dove ritiene debba stare: sugli atti, sul tribunale, non sulle polemiche politiche
In un comunicato diffuso nelle ultime settimane, il Comitato ha tracciato una linea chiara: «Il ricorso si discute in tribunale, non in piazza». È un messaggio che unisce chiarezza e avvertimento. La mobilitazione civica resta focalizzata sull’esito del procedimento, senza farsi risucchiare nel gioco dei comunicati e delle dichiarazioni.
Nel frattempo, la questione è entrata con forza nel Consiglio comunale di Ivrea. Tutti i gruppi si dichiarano contrari alla cava, ma con modalità molto differenti. La contrapposizione tra maggioranza e opposizione si è sviluppata soprattutto sul piano delle responsabilità passate, degli strumenti disponibili oggi e del modo di comunicare le proprie posizioni ai cittadini.
Il Partito Democratico eporediese, rispondendo a recenti dichiarazioni pubbliche del centrodestra, ha parlato di affermazioni «ingannevoli e irrispettose» e ha respinto l’idea che il sindaco non abbia preso posizione in sede istituzionale, sostenendo che ciò «significa semplicemente mentire». Al centro del confronto anche il tema del Piano regolatore e delle responsabilità delle precedenti amministrazioni. Sempre il Pd ha ricordato la mozione presentata dal proprio gruppo in Regione Piemonte per modificare il PRAE e scongiurare il rinnovo dell’autorizzazione, chiedendo che l’atto venga trasmesso alla Città Metropolitana di Torino per valutare una revoca in autotutela. Parallelamente, il partito ha devoluto 500 euro a sostegno delle spese legali del Comitato, gesto simbolico ma politicamente significativo.
La posizione del centrodestra eporediese appare invece formalmente contraria alla cava, ma si concentra soprattutto sulle responsabilità pregresse e sulle scelte mancate sul Piano regolatore. Più che articolare una proposta amministrativa concreta per il presente, l’intervento insiste sul «chi non ha fatto cosa» negli anni precedenti. È una contrarietà dichiarata, ma orientata più alla critica politica che alla definizione di azioni operative.
In questo quadro, emerge chiaramente un dato: tutti sono contrari alla cava, ma ognuno a modo suo. La maggioranza rivendica la correttezza del percorso istituzionale e le iniziative intraprese oggi; il centrodestra insiste sulle responsabilità passate; il Comitato mantiene una linea nitida e coerente: il punto non è stabilire chi avrebbe potuto intervenire prima, ma verificare se oggi l’autorizzazione regge sul piano giuridico e politico.
Il rischio, ormai evidente, è che la vicenda della cava venga assorbita dentro una dinamica di contrapposizione permanente tra maggioranza e opposizione, dove ogni passaggio diventa occasione per attribuire colpe passate o rivendicare coerenze presenti.
Il Comitato, invece, ha scelto un’altra traiettoria: concentrare la partita sugli atti e sul giudizio del TAR. In questa fase, la differenza non la faranno i comunicati più duri o le dichiarazioni più roboanti, ma la capacità delle istituzioni di assumersi responsabilità precise. Se la battaglia si sposta sul terreno della polemica, il merito della questione rischia di restare sullo sfondo.
mp