Big Tech addio. Quali alternative?

Ci sono alternative alle Big Tech? Se ne discute sabato 21 marzo (dalle 9.30 alle 12.30) all’Officina H in via Monte Navale a Ivrea. Una iniziativa dell’Accademia dell’Hardware e del Software libero “Adriano Olivetti”

Quando nel 2025 la Corte Penale Internazionale condanna Netanyahu per crimini di guerra, l’amministrazione Trump firma un ordine esecutivo che impone sanzioni contro i funzionari della Corte. Poco dopo questi non riescono più ad accedere alla mail gestita da una Big Tech USA. La Corte ha subito spostato i suoi servizi digitali su una piattaforma basata su software libero e con i server in Europa.
Nel Gennaio 2026 il Parlamento Europeo approva una risoluzione che parla di sovranità digitale, promuovendo standard aperti e interoperabili.

Perché proprio ora molte persone, soprattutto le pubbliche amministrazioni, stanno scegliendo soluzioni che evitano la dipendenza dalle Big Tech?

I motivi di questa ricerca di alternative sono molteplici. Oltre a questioni geopolitiche, come il loro supporto incondizionato a Trump, in Silicon Valley tira un’aria da anarco-capitalismo sfrenato che non tollera nessun limite, sociale, giuridico, ambientale. Un’apoteosi di ultra-liberismo che vede il mercato e la tecnologia come unici strumenti di governo, disprezzando le leggi e l’educazione. Il digitale e le cosiddette intelligenze artificiali centralizzate in mano alle Big Tech sono diventate tecnologie del dominio e gli strumenti principali della guerra del XXI secolo. Sono socialmente, eticamente e ambientalmente insostenibili.
Non solo sta diventando devastante l’impatto sulle giovani generazioni degli algoritmi dei social controllati dalle Big Tech, nell’ultimo rapporto 2026 il prestigioso Bulletin of the Atomic Scientists ha inserito tra le principali minacce globali per l’umanità i pericoli dell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari di comando e controllo nucleare. Soprattutto segnala il gravissimo problema del caos epistemico (information Armageddon), ovvero non sapere più cosa è vero e cosa è falso, alimentato da intelligenze artificiali in grado di generare ondate di disinformazione, informazione falsa diffusa con l’esplicita intenzione di ingannare le persone, polarizzare l’opinione in gruppi incomunicanti, senza vie intermedie, fino alle estreme conseguenze.

L’umanità rischia di perdere il metodo scientifico, l’integrità dell’informazione che rappresenta la base per una realtà condivisa, condizione necessaria per costruire valori condivisi.

Oltre agli aspetti sociali ed etici ci sono anche gli aspetti ambientali: i giganteschi data center delle Big Tech stanno diventando i principali consumatori di suolo, di acqua e di energia. Uno di medie dimensioni occupa dieci campi da calcio e consuma oltre un milione di litri di acqua al giorno. In un mondo dove già nel 2025 il 50% della popolazione mondiale vive in zone con scarsità di acqua. I loro consumi elettrici saliranno dai 536 TWh del 2025 ai previsti 1065 TWh nel 2030, tre volte il consumo annuale dell’Italia, un’impennata dei consumi dovuta in larga parte agli sviluppi delle cosiddette intelligenze artificiali centralizzate.

Qualcosa però sta cambiando.

Il mantra bigger is better della Silicon Valley sta decadendo, iniziano ad essere disponibili IA decentrate, modelli aperti ed eseguibili localmente (come Apertus). Diventa
urgente riprendere il controllo dei dati da parte dei cittadini e delle organizzazioni europee, di riscoprire l’importanza delle tecnologie conviviali aperte, comunitarie, decentrate e interoperabili. La buona notizia è che queste caratteristiche sono già disponibili nell’universo federato (fediverso) basato su protocolli standard.
Nel fediverso i post vengono mostrati cronologicamente, non c’è un algoritmo segreto che crea dipendenza. Non c’è pubblicità. Le persone hanno il pieno controllo dei loro dati e possono migrare facilmente. Non c’è un singolo nodo che controlla tutti i nodi, è una federazione di comunità, ognuna decide come moderare i contenuti. Senza un centro, come le strutture naturali che evolvono in modo rizomatico, come l’internet degli albori. Le applicazioni più note sono Mastodon, Friendica, Pixelfed e tante altre.
Per ogni necessità c’è un’alternativa conviviale: Linux, LibreOffice, OpenStreetMap, NexCloud, PeerTube, ProtonMail, Signal, Matrix. Inoltre comunità federate di data center locali (magari alimentati da energie rinnovabili), creano infrastrutture meno energivore: le reti decentrate, riducendo il traffico di rete globale e quindi le perdite di trasmissione e distribuzione, consumano tra il 19%-28% di energia in meno rispetto a quelle centralizzate.
D’altra parte anche i miliardi di utenti connessi hanno un impatto: l’uso dei dispositivi consuma il 41% del budget di energia e il 55% del budget di materia procapite.
Diventa urgente una sobrietà digitale: troppe ore online (sei ore in media al giorno) sono insostenibili anche su tecnologie alternative.

Norberto Patrignani