Torino è un sogno a colori

Sciopero e manifestazione a Torino il 30 ottobre

Decidere di lasciarci alle spalle il sopore contagioso di Ivrea per andare oggi a Torino è stata una saggia idea.
Escluso il treno per timore di ritardi (nonostante la consueta precettazione salviniana), l’appuntamento è a Piazza Mascagni, davanti al Gramsci dove un gruppetto di prof eporediesi pigiati su tre auto si muove in cerca di vita.
E la vita c’è, nel capoluogo, e riempie le piazze, le strade e ogni via laterale, si espande come un ectoplasma fino a occupare tutto lo spazio occupabile. Colorato, vociante, allegro, musicale, danzante, incasinato.
E già, perché non si capisce granché, e noi veterani che abbiamo buona memoria e ancora ricordiamo i servizi d’ordine siamo un po’ disorientati: dove stiamo andando, qual è il percorso del nostro spezzone? E’ previsto qualche comizio? C’è un’idea dell’orario di chiusura (dovremo pur mangiare…)?
Il serpentone è talmente gremito che i cortei si sono moltiplicati per andare a occupare tutta la città, e ogni voce, ogni informazione pare smentita da quella successiva.
Partono telefonate ad amici, nipoti, zii, colleghi: tu dove sei? State andando verso l’autostrada?
Noi no, siamo in Piazza Castello, forse gli studenti parleranno.
Forse parlano, o magari no: noi, fortunelli, siamo capitati proprio vicino ad Askatasuna con la sua straordinaria banda, e dunque ritmo, canzoni, balli, allegria, e va’ a sapere se qualcuno parla, se non sentiamo è perché siamo tanti e allegrissimi, tantissimi, inaspettatamente tanti, giovani vecchi bambini e pure cani assai pazienti.
Perché siamo qui? Ce lo chiediamo anche tra noi: tu perché hai scioperato? Perché ti sei alzata presto (oggi che eri in sciopero e meritavi un po’ di sonno) per venire a macinare chilometri e senza nemmeno un gabinetto per fare pipì?
Un po’ – sembra sciocco e forse lo è – ci siamo per sostituire i nostri alunni, quegli studenti i quali spesso sembrano non chiedere altro che stare un pochino meglio dentro una fragile bolla; che vorrebbero bagni migliori (giusto), intervalli all’aria aperta (sacrosanto), verifiche pianificate (doveroso), qualche festa qua e là (perché no) e fanno fatica ad andare oltre, forse contaminati dalla sonnolenza di una provincia ora troppo lontana dalla vita vera.
Un po’ siamo qui per protestare contro i tagli alla scuola pubblica, di nuovo e ancora, proprio orache con il calo di iscrizioni sarebbero possibili classi di massimo 20 studenti e insegnanti di potenziamento.
Ci siamo anche, naturale, contro i soldi alle armi e a favore di una politica di sostegno allo studio alla salute e alla sopravvivenza.
Però io – rispondo al collega che mi domanda – per essere sincera sono qui contro tutto questo governo e l’orrore che mi suscita quotidianamente in ogni sua espressione, ci sono perché voglio fortissimamente credere in qualche alternativa, voglio guardare queste facce bellissime e pensare che quindi un mondo diverso è ancora possibile.
E sono felice di esserci, perché il pozzo è buio e profondo ma in questa bella città che è anche un po’ nostra oggi, davanti alla musica di Askatasuna e in mezzo a un coro che grida “Siamo tutti antifascisti”, proprio perché si può credere ancora al cambiamento, perciò si vive più intensamente.

IS