La matinée del Cineclub ha debuttato giovedì scorso con una buona partecipazione e gradimento. Le iscrizioni a questa proiezione sono ancora possibili ed è possibile l’ingresso anche a tutti i tesserati (fatta salva la precedenza degli iscritti esclusivamente alla matinée)

Non risolve il problema della chiusura del tesseramento (determinato dal raggiunto limite dei posti che ragionevolmente e statisticamente possono garantire l’ingresso a una qualsiasi delle proiezioni programmate),
non risponde alle comprensibili rimostranze di quanti/e non sono riusciti/e a iscriversi a questa stagione,
ma è comunque partita e accolta con interesse la matinée cinematografica (la proiezione alle ore 10.30 di ogni giovedì di programmazione).

Prosegue pertanto nei giorni e orari di programmazione del Cineclub il tesseramento a “La matinée del Cineclub” (€ 40,00) che consente l’ingresso unicamente a tale proiezione del giovedì mattina.
Una possibilità, per chi può disporre del mattino, di non perdere (o scoprire) il piacere di vedere film di qualità in una sala di comunità e, perché no?, anche un’occasione per sperimentare una diversa, insolita modulazione delle attività della giornata.
Per questo l’ingresso alla matinée, ovviamente con precedenza alle iscritte e agli iscritti a questa specifica proiezione, è consentito a tutti/e i/le tesserati/e, oltre che, come per tutte le proiezioni, a chi acquista un biglietto (unico € 6,00) per il singolo spettacolo.

Il Cineclub Ivrea propone proiezioni di opere cinematografiche di qualità tra le più interessanti realizzate di recente, con particolare attenzione alla promozione di quelle che sviluppano coscienza critica e conoscenza di sé e del mondo in cui si vive.
Un connotato storico del Cineclub Ivrea, diretto proseguimento del mitico Cineclub Olivetti (nato nel 1962 dalle iniziative culturali promosse dalla Biblioteca Olivetti e dal Centro Culturale di Comunità, entrambe “creature” di Adriano Olivetti) che, divenuto completamente autonomo nel1995, prosegue nel valorizzare cinematografie meno conosciute e nuovi film di qualità culturale e civile che spesso, malgrado i riconoscimenti internazionali, non trovano spazio sufficiente nelle sale delle città di provincia. «Arricchendo, in questo modo – sostiene il direttivo del Cineclub Ivrea – l’offerta di “cinema al cinema”, che resta il modo migliore di guardare un film, in una dimensione comunitaria, con possibilità di confronto e relazione. Dimensione che è resa possibile prima di tutto dalla vera e propria “resistenza” delle sale cinematografiche cittadine (ancor più straordinaria quando queste si rinnovano e diventano più accoglienti, confortevoli e tecnologicamente evolute), ma anche dalle tante iniziative e attività che alimentano un tessuto di conoscenza e confronto culturale nel territorio. E un ruolo in questo senso lo svolge senza dubbio anche il Cineclub Ivrea che, con i suoi 64 anni di attività, può a ragione definirsi una “istituzione culturale” della città. Attività che realizza grazie alla collaborazione (da oltre un ventennio) con l’associazione culturale Rosse Torri e, dallo scorso anno, con il cinema Splendor Boaro (altra storica istituzione culturale eporediese, dal 1910)».
Un’edizione, questa 64a del Cineclub Ivrea, che conferma quindi impostazione e obbiettivi della programmazione. Tante conferme e qualche novità: ovviamente innanzitutto il programma che si è aperto con un film restaurato, ma prosegue con opere cinematografiche recenti. Altra novità l’aggiunta di due proiezioni (una nel giorno di lunedì e un’altra al giovedì mattina) e il cambiamento degli orari di inizio delle proiezioni che diventano:
– al lunedì alle ore 15.30
– al martedì alle ore 15.30, 18.15 e 21.00
– al giovedì alle ore 10.30, 15.30 e 18.15 (quest’ultima proiezione in lingua originale sottotitolata in italiano, ovviamente se il film programmato è in lingua straniera)

Una scelta di orari più larghi per consentire «la programmazione di film anche un po’ più lunghi (che, nonostante la qualità, in passate edizioni non si sono potuti programmare solo per la durata) e una più tranquilla fase di ingresso e uscita dalle proiezioni (favorendo così anche la possibilità di incontro, scambio e confronto di opinioni e considerazioni), oltre che una più efficace gestione (manutenzione e pulizia) della sala – sostiene il direttivo del Cineclub, che aggiunge – Si tratta trattarsi di un cambiamento significativo di abitudini consolidate che si vuole sperimentare in questa stagione, al termine della quale si potranno valutare pregi e difetti e provvedere di conseguenza per il futuro».
Viene confermata, infine la possibilità (in presenza di posti disponibili in sala dopo l’ingresso dei tesserati) anche ai non iscritti di assistere alle singole proiezioni dei film in programma con il pagamento di un biglietto ridotto per tutti di € 6,00.

Ma veniamo al piatto forte: il programma [al cinema in formato cartaceo e cliccando qui in pdf] insieme alle schede filmografiche aggiornate dei primi dieci film (cliccando qui in pdf).

Programma che si è aperto il 14 settembre con BUENA VISTA SOCIAL CLUB e che come terzo film propone:

Hamnet – Nel nome del figlio

Lunedì 28 settembre 2026: ore 15.30

Martedì 29 settembre 2026: ore 15.30 – 18.15 – 21.00

Giovedì 1 ottobre 2026: ore 10.30 – 15.30 – 18.15

Titolo originale: Hamnet / Regia: Chloé Zhao / Interpreti: Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn, Emily Watson, Jacobi Jupe, Jack Shalloo, David Wilmot / Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O’Farrell / Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell / Fotografia: Lukasz Zal / Musiche: Max Richter / Montaggio: Chloé Zhao / Produzione: Amblin Entertainment, Hera Pictures, Neal Street Productions, Book of Shadows, Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Sam Mendes, Steven Spielberg, Kristie Macosko Krieger, Laurie Borg, Chloé Zhao / Distribuzione: Universal Pictures / Origine: Gran Bretagna-U.S.A., 2026 / Durata: 2h e 5’

Scheda filmografica 3

Immersa in un bosco, una giovane donna dorme, rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre, ma da una donna venuta dal bosco. Si chiama Agnes e quando Will la vede s’innamora subito di lei. Will è il giovane William Shakespeare, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet diventa Hamlet.
Golden Globe per miglior film drammatico e Oscar 2026 e Golden Globe per Miglior attrice protagonista

(…) Superando la tediosa questione della presunta veridicità (o meno) delle infinite e mai complete fonti bibliografiche relative agli aspetti biografici di William Shaskespeare (i figli comunque quelli erano, e Hamnet morì davvero a 11 anni) è impossibile non lasciarsi sopraffare da un film come questo, dal quale è proibitivo tentare qualsiasi tipo di fuga: Chloé Zhao mischia etereo e materico, lirismo e respingente, trovando nelle performance dei suoi due protagonisti, Jessie Buckley e Paul Mescal, la forza prorompente del mélo tragico e sanguigno. Che regala momenti altissimi (la sepoltura del falco, il gioco di scambi tra i gemelli, l’incrocio di sguardi nel finale) e innumerevoli spunti, tanto da farne forse l’opera cinematografica più interessante – e sono tante, forse troppe – incentrata sul più grande drammaturgo della cultura occidentale (…)
All’apice della “rappresentazione”, la vita (che letteralmente spinge con quella folla ai piedi della scena), la letteratura, il teatro e il cinema si fondono in un istante che deborda, contrappuntato dalla ormai abusata (ma sempre dilaniante) On the Nature of Daylight di Max Richter, che firma la colonna sonora del film.
Un istante dove forse, ancora una volta, proprio come ha fatto il piccolo Hamnet con il suo sacrificio fraterno, si può pensare per un attimo di ingannare la morte. O scendere a patti con essa.
(Valerio Sammarco)

Amore, morte e la loro catartica metamorfosi attraverso l’arte. La regista premio Oscar Chloé Zhao scrive e dirige il magnifico Hamnet, che inizia come un sussurro e cresce per catturare il cuore dello spettatore, culminando in una sequenza finale che lascia senza fiato. Tratto dall’omonimo romanzo del 2020 di Maggie O’Farrell (coautrice della sceneggiatura), il film – con due Golden Globe e otto nomination agli Oscar 2026 – traspone il libro sul grande schermo con rara sensibilità, e come nel libro, si concentra non tanto su Shakespeare quanto sulla moglie Agnes e racconta la nascita di un capolavoro senza tempo attraverso il percorso emotivo di una giovane moglie e madre piegata dal dolore. (…)
(Ada Guglielmino)

(…) Hamnet dà ampio spazio alla figura della moglie di Shakespeare, ribattezzata Agnes, quasi primordiale nella sua capacità di provare ogni emozione fino in fondo e quasi sciamanica in quella di prevedere il futuro, “figlia di una strega del bosco”. Agnes vive la maternità in maniera assoluta e viscerale, mentre William è una figura poetica e gentile, un uomo timido ma appassionato figlio di un padre violento che lo umilia definendo inutile il suo talento, più giovane della moglie e meno in sintonia con tutto ciò che di naturale lo circonda.
Agnes invece è una creatura boschiva, nel senso che è assai presente e potente il suo legame con la natura, che del resto all’epoca entrava prepotentemente nella vita di tutti, con i suoi doni come con i suoi eccessi. Intorno a loro si aggira il pericolo della peste, malanno perpetuato dall’uomo, e ogni pianta è una possibile medicina: ma non abbastanza potente da fronteggiare il male oscuro, in senso reale e metaforico.
Jessie Buckley si getta a capofitto nell’interpretazione impavida di questa donna selvatica e fieramente determinata, il cui “animale da compagnia” è un falco. La sua caratterizzazione è violenta e ancestrale, cruda e straziante, alternativamente sanguigna ed eterea.
Il volto di Buckley riesce a passare dalla tenerezza al tormento, e c’è qualcosa di profondamente radicale e pericoloso nella sua interpretazione, così come c’è una tenerezza quasi infantile, ma anche una collera repressa e una vocazione artistica insopprimibile, in quello di Paul Mescal nel ruolo di Shakespeare.
Zhao, come sempre, indugia (con l’aiuto fondamentale del direttore della fotografia polacco Lukasz Zal) sui loro primi piani, e anche il piccolo Jacobi Jupe è efficace nei panni di Hamnet. Zhao scava a fondo nelle loro emozioni senza mai tirarsi indietro davanti alla passione che ha unito William e Anne/Agnes e che ha rischiato di dividerli davanti all’immensità del dolore per la morte del figlio: una tragedia che tuttavia ha gettato i semi per un’opera eccezionale come “Amleto”, pregna di quel rimpianto.
Il momento di Hamnet in cui William si confronta con il dubbio fra “essere o non essere” è la perfetta cerniera fra vita e arte, come lo è l’unione delle mani fra Agnes e l’attore che interpreterà Amleto al Globe Theatre (e che nella vita è Noah Jupe, il fratello maggiore di Jacobi).
Hamnet è un film di gemellaggi reali e creativi, di fantasmi e (pre)visioni, di buchi neri pronti ad inghiottire, di morti e rinascite, di vasi comunicanti che trasferiscono energia (vitale o letale) l’uno all’altro. Zhao dirige facendo leva sulla sua stessa doppia identità culturale: anglosassone e asiatica, contemplativa e nitida, materica e spirituale.
La sua energia è potentemente femminile, e spazza via ogni preconcetto secondo cui una regista sia “geneticamente predisposta” a realizzare solo film educati e “carini”. Con coraggio ed empatia affronta un dolore lancinante e mostra un autore in grado di sublimarlo in arte (come Eric Clapton nella sua “Tears In Heaven”) e “sfida l’orrore che infesta la terra”, come la cantilena che Agnes recita ai figli e al fratello.
L’arte trascende persino la morte, consentendo quella trasfigurazione che è un dono di eternità: Hamnet muore, ma Hamlet vivrà per sempre. E le sontuose composizioni musicali di Max Richter offrono al pubblico quella catarsi emotiva che per molti si scioglierà in pianto.
(Paola Casella)

I prossimi film in programma:

5, 6 e 8 O t t . 2 0 2 6 MIO FRATELLO È UN VICHINGO di Anders Thomas Jensen (Danim.-Svezia, 2026)

12, 13 e 15 Ott. 2026 NOUVELLE VAGUE di Richard Linklater (Francia, 2025)

19, 20 e 22 Ott. 2026 L’AGENTE SEGRETO di Kleber Mendonça Filho (Brasile-Francia, 2025)

26, 27 e 29 Ott. 2026 RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI di Hikari (U.S.A.-Giappone, 2025)

2, 3 e 5 N o v. 2 0 2 6 FINALE: ALLEGRO di Emanuela Piovano (Italia-Francia, 2026)

9, 10 e 12 Nov. 2026 IL CASO 137 di Dominik Moll (Francia, 2025)

16, 17 e 19 Nov. 2026 L’HANGAR ROSSO di Juan Pablo Sallato (Cile-Argentina-Italia, 2026)

23, 24 e 26 Nov. 2026 PICCOLO MIRACOLO di Guido Chiesa (Italia, 2026)

30 Nov., 1 e 3 D i c . 2 0 2 6 A CENA CON IL DITTATORE di Manuel Gòmez Pereira (Spagna-Francia, 2025)

14, 15 e 17 Dic. 2026 ULTIMO SCHIAFFO di Matteo Oleotto (Italia-Slovenia, 2025)

11, 12 e 14 Genn. 2027 IL PRIGIONIERO di Alejandro Amenàbar (Spagna-Italia, 2025)

18, 19 e 21 Genn. 2027 RITORNO A BUENOS AIRES di Marco Bechis (Italia-Brasile, 2026)

24, 25, 26 e 28 Genn. 2027 AMARGA NAVIDAD di Pedro Almodòvar (Spagna, 2026)

15, 16 e 18 Febbr. 2027 THE TEACHER di Farah Nabulsi (G.B.-Qatar-Francia-Palestina, 2023)

22, 23 e 25 Febbr. 2027 SIRAT di Oliver Laxe (Spagna-Francia-Marocco, 2025)

1, 2 e 4 Marzo 2027 SE DOMANI NON TORNO di Paola Randi (Italia, 2026)

8, 9 e 11 Marzo 2027 NO GOOD MEN di Shahrbanoo Sadat (Germ.-Francia-Norvegia-Danim.-Afghanistan, 2026)

15, 16 e 18 Marzo 2027 DIO RIDE di Giovanni Veronesi (Italia, 2026)

22, 23 e 25 Marzo 2027 BUS 47 di Marcel Barrena (Spagna, 2024)

5, 6 e 8 Aprile 2027 ZUSTISSIA di Francesco Pirsa (Italia, 2026)

12, 13 e 15 Aprile 2027 LA MIA STRADA di Andrea Icardi (Italia, 2026)

19, 20 e 22 Aprile 2027 YELLOW LETTERS di Ilker Çatak (Germania-Francia-Turchia, 2026)

26, 27 e 29 Aprile 2027 SALUTE! di Riccardo Milani (Italia, 2026)

3, 4 e 6 Maggio 2027 NO OTHER CHOICE di Park Chan-wook (Corea del Sud, 2025)

10, 11 e 13 Mag. 2027 NELLA GIOIA E NEL DOLORE di Ferzan Ozpetek (Italia-Turchia, 2026)

17, 18 e 20 Mag. 2027 CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI di Jean Pierre Jeunet (Francia, 2026)

24, 25 e 27 Mag. 2027 FJORD di Cristian Mungiu (Norvegia-Romania-Danimarca-Finlandia-Svezia, 2026)

Anche in questa nuova edizione il Cineclub conta di proporre occasioni di incontro in sala con critici, registi e interpreti di alcuni film in programma e di interazione delle proiezioni con altri eventi nella città.

Presentazione dei film in programma nella 64a edizione presso il cinema Splendor Boaro dal 14 settembre 2026 al 27 maggio 2027

Come di consueto, anche questa 64a edizione si apre con un film restaurato, molto più “giovane” però (ha solo 28 anni) rispetto a quello di 100 anni che apriva la precedente edizione. Si tratta di Buena Vista Social Club, “uno dei più bei film musicali di tutti i tempi, felicemente caratterizzato da una sorta di sparizione della macchina da presa nell’approccio con un’effervescente realtà psicologica, musicale e socioantropologica” (per usare le parole di Tullio Kezich su ‘Il Corriere della Sera’ dell’8/5/1999). Una delle opere migliori di Wim Wenders che accende un faro sulla cultura e la vitalità del popolo di un’isola attualmente sotto assedio energetico e finanziario.

Siamo in settembre, sono da poco riaperte le scuole ed ecco un film di Umberto Carteni, Domani interrogo, che ci porta nel liceo di un quartiere romano dove un’insegnante di inglese si trova alle prese con una classe molto difficile e con la scelta tra scappare, fregarsene o entrare disarmata in quella “gabbia di leoni”.

Molti l’avranno già visto e volentieri rivedranno uno dei film più belli, coinvolgenti e interessanti della passata stagione: Hamnet – Nel nome del figlio con il quale Chloé Zhao porta sullo schermo il bestseller di Maggie O’Farrell: un mélo tragico e sanguigno, di rara potenza, fisica ed emotiva, per rintracciare il dolore dietro al genio di Shakespeare.

Dopo un film emotivamente forte, la settimana successiva ci vuole Mio fratello è un vichingo, una commedia dark del danese Anders Thomas Jensen che si muove tra situazioni assurde e grottesche, riuscendo a trasformare anche i più tragici momenti in exploit comici e, insieme, a ragionare sull’immagine che gli altri hanno di noi.

Immancabile un film sul cinema, un omaggio a un momento chiave della sua storia: Nouvelle vague del texano Richard Linklater, racconto appassionato e appassionante della realizzazione di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, film-simbolo di quella “nuova ondata” che, partita da Parigi nel 1959, cambierà la storia del cinema.

Dall’Europa al Brasile con un thriller molto particolare, premiato a Cannes per miglior regia e miglior attore protagonista, L’agente segreto con il quale Kleber Mendonça Filho torna a Recife, sua città di nascita. Ambientato nel 1977, negli anni di maggiore violenza della dittatura militare, il film ha anche il merito non seppellire nell’oblio quanto accaduto in Brasile nei 21 anni del “regime dei Gorillas”.

Dal Brasile al Giappone, tra le architetture di Tokyo e la natura incontaminata, con Rental Family – Nelle vite degli altri, il delizioso emozionante dramedy di Hikari con protagonista un attore “a noleggio”, che va oltre il copione e, nell’era dell’individualismo sfrenato, richiama il bisogno di relazioni umane autentiche.

Si torna in Italia, a Torino, con Finale: Allegro di Emanuela Piovano, regista eporediese di adozione (che sarà ospite in sala per dialogare col pubblico), liberamente ispirato al romanzo “L’età ridicola” di Margherita Giacobino. Il film ha per protagonista una donna (interpretata con straordinaria eleganza e naturalezza da una magnifica Barbara Bouchet) vicina al fine vita, ma il suo racconto non è triste, come peraltro anticipa il titolo, anche perché al centro c’è la dignità che le persone vogliono e possono mantenere nel corso di tutta la loro esistenza.

Parte invece da un ventenne colpito dalla polizia durante una manifestazione a Parigi Il caso 137, film di Dominik Moll: analisi della polarizzazione fra polizia e società civile, che considera e rappresenta le ragioni di tutti, raccontando in modo originale il rapporto di sfiducia che si è instaurato fra cittadini e forze dell’ordine.

Nella settimana successiva l’esordio nella fiction del regista cileno Juan Pablo Sallato che con L’hangar rosso torna ai giorni del golpe cileno del 1973, con un dramma morale intenso su un tema che è certamente attuale perché le circostanze storiche e politiche in cui viviamo ce lo ripropongono: il tema della responsabilità personale di fronte all’ingiustizia.

Dopo due drammi, una favola con il ruolo da protagonisti di Greta Scarano (la ricordiamo come regista di La vita da grandi proposto nella passata edizione) e Marco D’Amore che in Piccolo miracolo “rifanno Cenerentola nella periferia romana”: tra speculazione edilizia, buoni sentimenti e la regia raffinata di Guido Chiesa.

Dalla favola a un certo tipo di commedia che era un filone glorioso del cinema italiano e che ora tocca andare in Spagna per ritrovarla: il racconto storico riletto o interpretato attraverso un umorismo acido, a volte caustico, comunque poco consolatorio. Che è quanto si ritrova in A cena con il dittatore, film con cui Manuel Gómez Pereira scherza con i fanti e non lascia stare i santi che, in questo caso, sono i fantasmi della nazione e la memoria sempre viva di una stagione cupa: il regime franchista che ha dominato in Spagna dal 1939 al 1975.

Prima della pausa per le feste di fine anno, una originale declinazione del film natalizio è Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, che mescola commedia e crime, con protagonisti Petra e Jure, due giovani fratelli in un paesino friulano innevato con pochi abitanti, al freddo e in ristrettezze economiche, alla ricerca continua di trovare il modo per guadagnare. Un film che racconta le difficoltà del presente (la crisi economica), accenna alle notizie da cui si è spesso bombardati (i “true crime”), sempre seguendo il punto di vista dei due protagonisti, nomadi nella loro stessa terra.

È Il prigioniero a riprendere la programmazione nell’anno nuovo, film con il quale il regista, sceneggiatore e compositore musicale spagnolo-cileno Alejandro Amenábar racconta le avventure giovanili di Miguel de Cervantes, che diventerà l’autore di Don Chisciotte, ma nel 1575, prigioniero ad Algeri, è solo un giovane in fuga dal sospetto di aver intrattenuto una relazione omosessuale con il suo maestro di lettere. Con una messa in scena sontuosa il film racconta anche il potere delle storie di sottrarci alla sottomissione.

Da Algeri del 16° secolo a Buenos Aires del 2008 dove, dopo 33 anni trascorsi in Italia, ritorna Mariano Guerra per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Il suo, però, non è il ritorno di un eroe in cerca di rivalsa, ma il viaggio doloroso di un uomo costretto a confrontarsi con il peso del proprio passato e con ciò che significa essere rimasto vivo. In concorso al Festival di Venezia 2026, Ritorno a Buenos Aires diretto da Marco Bechis (regista dell’indimenticabile Garage Olimpo), riporta alla tragedia della dittatura argentina del generale Videla che fece sparire circa 30.000 oppositori politici, noti come desaparecidos.

Da una profonda ferita alla crisi creativa di un regista pronto a vampirizzare la sua vita reale. Il regista in questione è Pedro Almodóvar che, con Amarga Navidad, ci catapulta come sempre nel suo mondo colorato e iperrealista, riflettendo su sé stesso attraverso due storie che si alternano: la prima con protagonista una regista di spot pubblicitari ambientata nel 2004, la seconda su uno sceneggiatore e regista che si svolge nel 2026.

Da un regista che mostra sé stesso a una regista, Farah Nabulsi, britannica di origine palestinese, che realizza The Teacher: un professore diviso tra impegno politico e insegnamento, tra azione e processi per ottenere giustizia in Palestina dove, sulle montagne della Cisgiordania coperte di ulivi, l’esercito israeliano abbatte le case e arresta chiunque resista. Film realizzato nel 2023, prima del 7 ottobre, certamente meno tragico rispetto alla realtà attuale di sterminio, testimonia quanto sia antica la negazione sistematica della possibilità di esistenza del popolo palestinese e quanto, da sempre sostenuta e oggi addirittura incentivata dal governo e dall’esercito, la “criminalità legalizzata” dei coloni israeliani che distruggono case e colture minacciando, uccidendo e ostacolando in ogni modo la vita dei palestinesi.

Dagli ulivi della Palestina al deserto marocchino con Sirāt (in arabo strada), lungometraggio di Óliver Laxe con un impatto audiovisivo fortissimo nel quale un uomo in cerca della figlia scomparsa raggiunge un rave nel deserto insieme a suo figlio e, quando i due si uniscono a un gruppo di raver diretto a un’altra misteriosa festa, la loro ricerca si trasforma in un aspro viaggio esistenziale.

Intorno all’otto marzo due settimane con film di registe con donne protagoniste. Si comincia con Se domani non torno, diretto da Paola Randi, tratto dal libro “Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia” di Gino Cecchettin e Marco Franzoso. Una famiglia come tante, Gino Cecchettin e i suoi figli: il più piccolo Davide al liceo, la grande Elena che è all’estero a studiare e Giulia che sta per laurearsi. Ma l’11 novembre 2023 Giulia scompare e niente è più come prima. Inizia un incubo che non credevano potesse accadere a loro. La storia di un’assenza gigantesca e di come una famiglia come tante trova la forza di trasformare un inimmaginabile dolore privato in un grido collettivo d’impegno per il cambiamento. Perché storie come questa non debbano più essere raccontate.

Una donna afghana, Naru, operatrice televisiva a Kabul, divisa tra la passione per il suo lavoro e la lotta per la custodia del figlio, è la protagonista del film della regista afghana Shahrbanoo Sadat No Good Men ambientato in Afghanistan poco prima del ritorno al potere dei talebani. Naru ha imparato a difendersi ed è sempre più convinta che nel suo paese non esistano uomini per bene. Una commedia coinvolgente contro un regime e un sistema che opprime donne e oppositori politici.

Un salto nello spazio e nel tempo con Dio ride nel quale Frate Leopoldo da Casamacchia (interpretato da Pierfrancesco Favino) parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui, racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Ma la Chiesa predica in latino e governa attraverso la paura, perciò il più autorevole inquisitore del tempo, incaricato dal Papa, imbastisce un processo che si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Una commedia di Giovanni Veronesi che ricorda come si possa spegnere una voce, ma non ciò che quella voce ha lasciato negli altri.

Si va nella Spagna del 1978, durante la Transizione democratica, con Bus 47 che reinterpreta fatti realmente accaduti: la lotta del quartiere Torre Baró di Barcellona che secondo il governo locale non poteva essere raggiunto dai mezzi pubblici, mentre un autista della linea 47 decide di dirottare un autobus per portare i residenti nel quartiere. Una storia di rivalsa sociale, contro il disprezzo subito dalle comunità nelle periferie, che il regista Marcel Barrena riesce a rendere in una forma cinematografica emotivamente piena.

Un’altra ingiustizia, decisamente più grave e personale, è quella subita da Beniamino Zuncheddu ingiustamente detenuto per 33 anni perché ritenuto colpevole nel 1991 di un triplice omicidio avvenuto sui monti del Sud Sardegna. Assolto definitivamente il 26 gennaio 2024, il film Zustissia di Francesco Piras racconta la storia del più longevo errore giudiziario della storia italiana, della tenace battaglia condotta dall’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino) per ottenere la revisione del processo. Film tratto dal libro di Mauro Trogu e Beniamino Zuncheddu dal titolo “Io sono innocente”.

Scoperto con Onde di terra nella passata edizione del Cineclub, torna con La mia strada (al momento ancora in lavorazione) il regista Andrea Icardi, che contiamo di avere nuovamente ospite in sala. Una scelta, questa di inserire nel programma un film di cui si sa ancora poco o nulla, basata sulla fiducia nel cinema strettamente legato al territorio che questo regista ha fatto apprezzare con il film sui bacialè (mediatori di matrimoni) nelle Langhe degni anni ‘70.

Anche İlker Çatak (autore del pluripremiato La sala professori, programmato nella 62a edizione del Cineclub), tedesco di origine turca, è legato alla sua terra e con Yellow Letters ci porta nel regime di Erdogan (dove le “lettere gialle” del titolo sono quelle con cui il governo turco comunica azioni legali contro i suoi cittadini) attraverso la storia di una coppia di mezza età, lei attrice di teatro, lui drammaturgo e docente universitario, entrati nel mirino delle autorità come oppositori del regime.

Di Riccardo Milani, regista di La vita va così ambientato in Sardegna proposto nella passata edizione, è Salute!, film sul tema della sanità girato in Molise. Il film è ancora in lavorazione ma c’è da credere che, con Antonio Albanese e Virginia Raffaele come interpreti protagonisti, il tema sarà affrontato con il tono da commedia, ma con momenti “molto intensi e belli, in cui l’umanità esce fuori”, così promette il regista.

Una società del lavoro in tragico mutamento è al centro di No Other Choice del sudcoreano Park Chan-wook che gira una commedia nerissima partendo da uno specialista nella produzione di carta per il quale il lavoro è ciò che dà forma alla sua identità. Licenziato senza alcun preavviso vedrà la sua vita precipitare e perciò prende una decisione “Se non c’è un posto per me, troverò un modo per farmi spazio da solo”. Ma fin dove sarà disposto a spingersi, se non c’è altra scelta?

Non si sa ancora nulla di Nella gioia e nel dolore, prossimo film diretto da Ferzan Özpetek, se non che racconta la storia di una diva del cinema, di un gruppo di amici, del valore dei ricordi, della forza dell’amore e dell’amicizia contro il tempo. Ma si tratta di un autore che raramente delude e confidiamo che saprà meritarsi la fiducia dimostrata nel programmare “a scatola chiusa” il suo nuovo film.

Fiducia che è alla base anche della programmazione di Cambiare l’acqua ai fiori tratto dal romanzo omonimo di Valérie Perrin diventato un successo mondiale e diretto da Jean-Pierre Jeunet, regista dell’indimenticabile Il favoloso mondo di Amélie e di molti altri film caratterizzati da un umorismo eccentrico e farsesco unito a immagini surrealiste. Romanzo e regista assicurano che la fiducia sia ben riposta. La storia è nota: Violette Toussaint è la guardiana di un cimitero e la sua routine quotidiana è scandita dalle confidenze di quanti vanno a riscaldarsi nella sua casa, dove risate e lacrime si mescolano tra una tazza di caffè e l’altra. Un giorno bussa anche un commissario di polizia che ha delle domande su una coppia che riposa nel cimitero. L’indagine ha inizio e i legami tra i vivi e i morti vengono alla luce, e alcune anime che si pensavano oscure si rivelano luminose.

A chiudere la stagione il film Palma d’Oro al Festiva di Cannes di quest’anno: Fjord del romeno Cristian Mungiu che, come nel precedente Animali selvatici (programmato in una precedente edizione del Cineclub), si concentra sulle tensioni invisibili in seno a una comunità, su come la miccia del sospetto deflagri rapidamente in incendio. Da sempre attento alle intolleranze e alle contraddizioni in seno alla società, Mungiu abbandona il suo stile ansiogeno con camera a mano per delineare in terra norvegese uno scontro sul tema dell’educazione dei figli tra due famiglie vicine in un villaggio situato in un fiordo remoto.

Info: whatsapp al n. tel. 351 690 6071
email: [email protected]  
facebook e instagram: cineclub ivrea