Espellere il dissenso

L’imam Shahin trasferito al Cpr per le sue dichiarazioni sulla Palestina. Subito una mobilitazione diffusa e una raccolta firme per chiederne la liberazione. Non solo un attacco alla libertà di espressione: l’episodio rappresenta una minaccia indiretta alla comunità musulmana

La mattina del 25 novembre, agenti della questura di Torino si presentano a casa di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo, da sempre interlocutore delle istituzioni e promotore della convivenza religiosa in un quartiere, San Salvario, dove il multiculturalismo è forte e diffuso. Gli presentano un decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Carlo Piantedosi, con revoca del permesso di soggiorno e ordine di rimpatrio immediato, trasferendolo nella stessa giornata al Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino. La sua colpa: aver definito, durante una manifestazione per la Palestina avvenuta due mesi prima, l’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas contro Israele un «atto di resistenza dopo anni di occupazione». Affermazioni che avrebbero suscitato polemiche, in particolare da parte della deputata Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia, che chiese l’intervento del ministero dell’Interno per valutarne l’espulsione. Detto fatto, la reazione del potere non si è fatta attendere. Ora l’imam, in Italia da 21 anni, rischia di essere rimandato in Egitto, paese dove rischierebbe persecuzioni, arresti arbitrari o torture in quanto dissidente politico.
Un episodio preoccupante, ma non isolato, che si inserisce perfettamente in un contesto nazionale nel quale la sicurezza passa sempre più attraverso atti discrezionali, con il potere che ha mano libera nel punire gli elementi non allineati: a carico dell’imam non risultano infatti procedimenti penali per terrorismo, né condanne di alcun tipo. L’unico fatto contestato nelle cronache riguarda un blocco stradale durante una protesta, che non giustifica in alcun modo un’espulsione per motivi di sicurezza.
Un’ingiustizia per la quale fortunatamente non si sono fatte attendere le reazioni

La mobilitazione solidale

Subito viene organizzato un presidio di sostegno davanti alla prefettura: centinaia di persone chiedono la liberazione di Shahin e denunciano il decreto come una misura islamofoba, atto a zittire e intimidire i tanti che negli scorsi mesi hanno invaso le città italiane per chiedere la fine del genocidio in Palestina. Partita anche una petizione (che è possibile firmare qui) che mentre questo articolo viene scritto ha superato le 12mila firme. «Mohamed è stato arrestato dopo due anni di mobilitazioni in cui non ha mai smesso di esporsi pubblicamente contro il genocidio in corso in Palestina – spiega con una nota il comitato Torino per Gaza –. Il suo unico reato è aver gridato insieme a tutti noi la libertà per la Palestina».
Non sono solo però le “solite” voci a muoversi questa volta: in un documento firmato dalla Rete del dialogo cristiano islamico, insieme a firme di esponenti religiosi e laici, tra cui anche il vescovo Derio Olivero, si legge: «Auspichiamo che Shahin possa essere rilasciato, che gli possa essere concesso di riprendere la sua permanenza in Italia e così la sua opera di dialogo e solidarietà».
Nella stessa lettera la rete ricorda che Shahin era considerato come: «riferimento per la sua comunità e interlocutore del dialogo interreligioso e con le istituzioni», e che la sua espulsione metterebbe a rischio «anni di proficua convivenza pacifica e la lunga e comune progettualità civile».
A muoversi sono anche i partiti: già il 26 novembre, Pd, M5s e Avs hanno presentato una interrogazione al Ministro dell’Interno per chiedere l’immediata sospensione del decreto di espulsione per Shahin, sottolineando il rischio per la sua vita in caso di rimpatrio in Egitto. «In uno stato democratico, perdere tutto per un’opinione – ha commentato la consigliera regionale di Avs Alice Ravinale –. Il suo arresto è un duro colpo anche per la comunità islamica della nostra città, che certamente non aiuterà a distendere gli animi».
A portare il tema a Ivrea ci ha pensato invece Cadigia Perini di Rifondazione comunista: «È in corso nel nostro paese una stretta repressiva nei confronti di chi liberamente esprime il proprio pensiero contro il genocidio in corso a Gaza e contro l’oppressione colonialista israeliana verso la popolazione palestinese in Cisgiordania – afferma –. Ogni critica al governo israeliano la si vuole marchiare come “antisemitismo”. Se le motivazioni dell’espulsione di Shahin fossero confermate, saremmo di fronte a una vera e propria punizione per un reato d’opinione, non certo per una minaccia alla sicurezza».

Punirne uno per zittirne cento

Se il fatto è grave in sé, ancora più allarmanti sono le implicazioni che l’episodio evidenzia: al centro della questione sta infatti il problema dei limiti alla libertà di espressione. Dopo la grande ondata di indignazione verso il “politicamente corretto”, quando l’estrema destra si faceva paladina del diritto di ognuno di esprimere liberamente insulti razziali e fake news sui vaccini, ora la situazione è ben diversa. Dovunque sia salita al potere, la destra ha ridotto attivamente la libertà di stampa e perseguitato i critici, sia sul piano legale che su quello mediatico.
L’episodio di Shahin non fa eccezione: il grado di pericolosità sociale effettiva non ha alcuna importanza, è necessario colpire il simbolo, usando qualsiasi pretesto, o altri potrebbero pensare di poter esprimere le stesse idee impunemente. Colpirne uno per zittirne cento.
Il fatto è ancora più grave di così: il decreto di espulsione è un attacco diretto e una minaccia a tutta la comunità araba e musulmana, presente in maniera consistente a Torino, nella quale oggi regnano paura e incertezza.
Se infatti normalmente la convergenza delle lotte tra italiani e comunità straniere risulta ostacolata dalle tante differenze culturali e di condizioni d’esistenza, le mobilitazioni per la Palestina hanno visto un’ampia partecipazione della comunità araba alle proteste di piazza. L’espulsione di Shahin è un messaggio chiaro: siete sotto osservazione permanente, un passo falso può costarvi il Paese in cui vivete, lavorate, crescete i vostri figli. Tenete la testa bassa.

Lorenzo Zaccagnini