Crescere dentro l’algoritmo

Adolescenza, piattaforme e identità: crescere in un ambiente che offre risposte semplici prima ancora delle domande.

Nel marzo 2026, negli Stati Uniti, diverse cause contro piattaforme come Meta e YouTube hanno messo al centro una questione nuova: non solo cosa gli adolescenti vedono, ma come le piattaforme sono progettate per non lasciarli andare.

Una ragazza americana ha vinto una causa contro due delle più grandi piattaforme digitali del mondo, Meta e YouTube. Non perché avessero pubblicato contenuti illegali, ma perché erano progettate per non farla smettere.

Per anni è rimasta online fino a sedici ore al giorno: scroll, video, notifiche. Non un errore dell’algoritmo, ma proprio un sistema che è il punto centrale dell’algoritmo stesso.

Per la prima volta, un tribunale ha riconosciuto che il problema non è solo quello che gli adolescenti vedono sui social, ma l’ambiente virtuale in cui crescono.

È anche dentro questo ambiente che oggi si forma l’adolescenza.

Non più solo tra scuola, famiglia e amici, ma dentro piattaforme che selezionano cosa mostrare, quando e con quale intensità.

Non è solo una percezione. Studi recenti mostrano che un’esposizione precoce e intensiva ai social media è associata a effetti concreti sul percorso scolastico e sulle disuguaglianze educative. L’ambiente digitale non si limita a riflettere ciò che siamo: contribuisce a strutturarlo.

Quando manca un linguaggio per interpretare quello che si prova — rabbia, frustrazione, senso di esclusione — qualcuno quel linguaggio lo fornisce.

È in questo spazio, fatto di esposizione continua e pochi strumenti per nominare le emozioni, che alcune narrazioni attecchiscono più facilmente di altre.

Una di queste è la cosiddetta manosfera: un insieme fluido di contenuti e comunità online che parlano soprattutto ai ragazzi, offrendo una lettura semplificata del mondo.

Non è un luogo preciso, ma una galassia di video, forum e profili social: dai contenuti motivazionali sul successo personale ai consigli su relazioni e seduzione, fino a spazi più esplicitamente ostili verso le donne e il femminismo.

Ciò che li tiene insieme non è un’ideologia unica, ma una promessa: spiegare in modo semplice perché ci si sente esclusi e come uscirne.

Il messaggio è diretto: se ti senti escluso o invisibile, non è un problema complesso. È colpa di qualcuno. Delle donne, del femminismo, di un sistema percepito come ostile.

In cambio, viene promessa una via d’uscita altrettanto semplice: diventare più forti, più ricchi, più controllati. Essere “alfa”.

Non è solo un’ideologia, ma un formato perfetto per le piattaforme: contenuti brevi, polarizzanti, facilmente replicabili e monetizzabili.

Come mostra anche il documentario The Dangerous Rise of Andrew Tate, il passaggio è spesso graduale. Tate, ex kickboxer diventato ‘guru’ della mascolinità, attira milioni di adolescenti con video motivazionali che mescolano fitness e lusso, per poi scivolare verso una visione sempre più rigida e ostile dei rapporti tra uomini e donne. Nonostante le accuse gravissime di tratta di esseri umani e stupro in Romania, il suo modello di ‘maschio alfa’ continua a circolare grazie a una strategia di contenuti brevi e aggressivi, pensati per mandare in tilt gli algoritmi.

Non è un percorso obbligato, ma è una traiettoria disponibile. E per molti adolescenti è una delle poche che sembra offrire risposte immediate.

Più che convincere, semplifica. Ed è proprio questo a renderla efficace. Poi, ogni tanto, qualcosa rompe la superficie.

Un ragazzo di tredici anni che accoltella un’insegnante.

Un diciassettenne arrestato con l’accusa di progettare un’azione violenta.

Episodi diversi, contesti diversi. Sarebbe un errore cercare una causa unica.

Ma liquidarli come eccezioni isolate è altrettanto fuorviante.

Questi eventi non nascono nel vuoto. Crescono in un ambiente in cui la rabbia trova facilmente un linguaggio, il conflitto viene semplificato e l’idea di avere un nemico è sempre disponibile.

Non è un passaggio inevitabile. Ma è una possibilità che oggi esiste — e, in alcuni casi, diventa pensabile.

Quando un gesto diventa pensabile, non è più solo un fatto individuale.

Anche a Ivrea gli adolescenti diventano visibili soprattutto quando sono percepiti come problema.

I maranza, gruppi di ragazzi coinvolti negli ultimi mesi in episodi di microcriminalità, hanno portato all’istituzione di una “zona rossa” nell’area della stazione, poi estesa ad altre zone della città.

È una risposta comprensibile sul piano della sicurezza. Ma rischia di fermarsi lì. Perché quei comportamenti non nascono solo nello spazio urbano, ma dentro un ambiente più ampio, sociale e digitale, dove rabbia, noia e mancanza di strumenti per interpretare le proprie emozioni si intrecciano. Così, spesso, ci si occupa degli adolescenti solo quando diventano disturbo, invece di interrogarsi sulle condizioni che rendono possibili certe tensioni.

Di fronte a questo scenario, le istituzioni iniziano a muoversi.

In gran parte dell’Unione Europea, l’educazione sessuale e affettiva è parte integrante dei curricula scolastici: in Paesi come Svezia, Germania o Francia è obbligatoria da decenni e include relazioni, rispetto e prevenzione della violenza di genere. Nel Regno Unito, la guida statale sostiene l’insegnamento di relazioni sane e sicurezza online, pur con lacune segnalate da gruppi per i diritti civili. Al contrario, in Italia l’argomento resta largamente assente o vincolato al consenso parentale, in un contesto politico che spesso ostacola l’introduzione sistematica di queste materie, nonostante il sostegno di ampi settori della società.

È un tentativo necessario, ma che mette in evidenza uno scarto difficile da colmare.

Da una parte piattaforme sempre più sofisticate nel catturare attenzione ed emozioni. Dall’altra la scuola chiamata a insegnare come riconoscerle e gestirle.

Non è un caso che questo tema emerga anche nella narrazione culturale. Serie come Adolescence mettono al centro proprio questa frattura: ragazzi immersi in un mondo iperconnesso, ma sempre meno capaci di interpretare ciò che provano.

Il rischio, per noi adulti, è di intervenire sui comportamenti senza incidere sull’ambiente che li produce. Di limitarci a tracciare “zone rosse” o divieti scolastici, illudendoci di aver risolto il problema solo perché abbiamo spostato il disturbo un po’ più in là. Come se bastasse insegnare a orientarsi, senza preoccuparsi di chi sta avvelenando il paesaggio.

Forse la domanda non è cosa stia succedendo agli adolescenti, ma in che tipo di ambiente li stiamo lasciando crescere. Un ambiente che offre continuamente parole e immagini, ma raramente il tempo per attraversarle davvero; dove ogni emozione trova subito una forma pronta, spesso semplificata e violenta.

Rabbia, frustrazione e desiderio di riconoscimento non sono nuovi. È nuovo il modo in cui vengono intercettati, organizzati e restituiti da algoritmi progettati per il profitto, non per la crescita.

Dopo anni passati a progettare piattaforme che non ci fanno smettere di guardare, ora ci scontriamo con il silenzio di una generazione che non sa come nominare ciò che sente. La sfida non è solo “proteggerli”, ma abitare quegli stessi spazi con loro, offrendo complessità dove l’algoritmo offre solo nemici.

Perché confondere la disponibilità immediata di una risposta con la possibilità reale di capire qualcosa di sé è un errore che non riguarda solo i ragazzi. È una trasformazione silenziosa che accade mentre si cresce. E che, proprio per questo, abbiamo il dovere di iniziare a vedere.

mp

 

Fonti

Cultura digitale e manosfera

Il documentario che guarda la manosfera — Serena Doe, Substack
https://serenadoe.substack.com/p/il-documentario-che-guarda-la-manosfera

Serena Doe, Substack (profilo autrice)
https://substack.com/@serenadoe

The Dangerous Rise of Andrew Tate

Piattaforme e responsabilità

Sentenza USA (2026) su dipendenza da social media e responsabilità di Meta e YouTube

Cronaca e contesto

Caso del tredicenne che accoltella un’insegnante (Italia, 2026)

Caso del diciassettenne arrestato per progettazione di azioni violente (Italia, 2026)

Notizie su fenomeni di microcriminalità giovanile e “zone rosse” a Ivrea (2026)

Politiche educative – Europa e UK

Educazione all’affettività e alla sessualità a scuola: panoramica europea (Svezia, Germania, Danimarca, Finlandia, Austria, Francia) dalle linee ANSA su casi europei e UNESCO/OMS (ANSA.it)
https://www.ansa.it/donne/notizie/2025/10/18/educazione-allaffettivita-e-alla-sessualita-a-scuola-come-funziona-nel-resto-deuropa_9add5a71-c769-427e-8e97-c8fd206a76cf.html

Educazione sessuale obbligatoria in 20 Paesi EU e situazione italiana disomogenea
https://www.orizzontescuola.it/educazione-sessuale-in-europa-in-20-paesi-e-obbligatoria-in-italia-insegnamento-disomogeneo-e-limitato-i-dati/

In Italia l’educazione sessuale non è obbligatoria e manca un piano nazionale strutturato (This Unique)
https://thisunique.com/blogs/periodica/come-siamo-messi-sulleducazione-sessuale-in-italia-nel-2025/

Proposte e limiti della legge Valditara (consenso dei genitori, divieti alle medie) – (Pagella Politica)
https://pagellapolitica.it/articoli/educazione-sessuale-europa

Evoluzione recente su regolamentazioni e dibattito politico
https://www.ansa.it/amp/donne/notizie/2025/11/10/educazione-allaffettivita-e-alla-sessualita-a-scuola-come-funziona-nel-resto-deuropa_9add5a71-c769-427e-8e97-c8fd206a76cf.html

Studi e report

EYES UP – Early Exposure to Screens and Unequal Performance
https://www.benesseredigitale.eu/blog/news/eyes-up-i-risultati-dello-studio-sugli-effetti-dellaccesso-precoce-a-smartphone-e-social-sul-rendimento-scolastico/

Studio su social media e attenzione (Karolinska Institute)
https://www.meteoweb.eu/2025/12/social-media-e-attenzione-studio-svela-gli-effetti-sui-preadolescenti/1001869052/