Prima della pausa di Carnevale, un film francese che, attraverso la scelta di un giovane sedicenne che lascia la scuola per fare il muratore, affronta i temi dela lavoro, dell’istruzione e della sensualità. E, insieme, interroga sul disagio generazionale, sul bisogno e l’impossibilità di trovare un posto nel mondo.

– Al cinema in formato cartaceo (e cliccando qui in pdf per chi volesse stamparla) la schedina per le valutazioni dei primi 8 film proposti in questa edizione da depositare poi nell’urna al cinema (o inviare a [email protected])
– Al cinema sono in distribuzione (e cliccando qui in pdf)  le schede dei prossimi 8 film in programma.
Si informa che:
– È ancora possibile iscriversi (tessera scontata a € 35 per tutti i restanti film in programma oppure tessera a € 20 per l’ingresso a 8 film a propria scelta tra quelli in programma) nei giorni e orari di programmazione del Cineclub.
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Qui di seguito la scheda del film in programma martedì e giovedì prossimi.

Enzo

Martedì 3 febbraio: ore 15.00 – 17.10 – 19.20 – 21.30
Giovedì 5 febbraio: ore 15.30 – 17.40*
* ultima proiezione di giovedì in versione originale francese sottotitolata in italiano

Regia: Robin Campillo / Interpreti: Eloy Pohu, Pierfrancesco Favino, Élodie Bouchez, Maksym Slivinskyi, Malou Khebizi, Vladislav Holyk, Nathan Japy / Sceneggiatura: Robin Campillo, Laurent Cantet / Fotografia: Jeanne Lapoirie / Scenografia: Mélissa Ponturo / Produzione: Marie-Ange Luciani / Distribuzione: Lucky Red / Origine: Francia-Italia, 2025 / Durata 1h e 43’

Film selezionato con Consulta Giovani di Ivrea

Scheda filmografica 9

Enzo ha sedici anni e vive con la famiglia in una lussuosa villa affacciata sul mare, nel Sud della Francia. È cresciuto nel benessere, nell’agio e tra le aspettative affettuose, ma pressanti, dei genitori. Dotato di una spiccata sensibilità artistica e umana, spinto dal desiderio di sentirsi utile in un mondo che lo fa sentire impotente davanti alle ingiustizie, decide di abbandonare la scuola e iniziare un apprendistato da muratore in un cantiere locale. Nel tumulto dell’adolescenza, lontano dal futuro brillante progettato per lui, trova nella fatica del lavoro manuale e nell’umanità dei colleghi una nuova prospettiva sull’amore, sull’amicizia e su cosa significhi davvero appartenere a una famiglia.
Presentato alla 57a Quinzaine des cinéastes (Cannes, 2025).

Alcuni film sono sorretti da molte voci. Nel reparto produttivo di Enzo, film di apertura alla Quinzaine des cinéastes (ex Quinzaine des Réalisateurs) al Festival di Cannes, si vedono tra gli altri i fratelli Dardenne e Jacques Audiard. Dietro la macchina da presa ci doveva essere Laurent Cantet, che poi è scomparso prima di portare a termine il lavoro. A prendere il suo posto è stato il sodale collaboratore Robin Campillo, che avrebbe cofirmato la sceneggiatura.
Enzo è quindi frutto di talenti diversi. Si trasforma in un ibrido, che al suo interno contiene più visioni. Ci sono i luoghi chiusi, i microcosmi tanto cari a Cantet (uno su tutti: La classe). Gli ambienti dell’azione sono pochi: la casa di Enzo, quella del ragazzo che conosce facendo il muratore, e il cantiere. Qui si sviluppa il disagio adolescenziale, la ricerca del proprio posto nel mondo, lo scontro tra la borghesia e gli umili. Mentre da lontano arrivano gli echi della guerra in Ucraina.
Ancora una volta Cantet parte dal dettaglio per spingersi verso l’universale. E poi arriva Campillo, che con rispetto non vuole essere Cantet. Mantiene la sua cifra stilistica legata ai corpi, alle tensioni amorose magari non corrisposte o irrisolte. Si fa rigoroso, attento ai piccoli gesti. Spicca la sequenza del ballo, in cui si sentono i richiami al suo tambureggiante 120 battiti al minuto.
Il protagonista è un adolescente in crisi. Rifiuta il suo universo agiato, preferisce lavorare come muratore. La famiglia fatica a parlare con lui, mentre si lega sempre più a un suo collega ucraino. Enzo è il ritratto di un disagio generazionale, di una lotta tra opposti rappresentata in modo quieto. Alle difficoltà nei rapporti si contrappone il conflitto. C’è il desiderio di partire per difendere la propria gente, mentre chi resta affronta la solitudine. A suo modo lo potremmo definire un film pacifista: non solo per il riferimento all’Ucraina, ma anche per la serenità che si invoca tra le mura domestiche e la speranza che le passioni del cuore non cadano nel vuoto.
A essere una certezza è sempre il nostro Pierfrancesco Favino, che presta il volto al padre di Enzo. Recita in francese (lo aveva già fatto anche in Il conte di Montecristo di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte), e si conferma tra i migliori anche nel panorama internazionale. Si può essere certi che un giorno il Prix d’interprétation masculine sarà suo.
(Gian Luca Pisacane)

(…) Enzo è stato scritto da Laurent Cantet, purtroppo mancato l’anno precedente alle riprese del film, e da Robin Campillo, che ha accettato da Cantet già malato l’incarico di occuparsi della regia: dunque il film viene presentato nei crediti di testa come “un film di Laurent Cantet diretto da Robin Campillo”.
In effetti il film rispecchia entrambe le anime dei suoi creatori: mette il lavoro e l’istruzione al centro come ha fatto Cantet con Risorse umane, A tempo pieno, La classe e L’atelier, coadiuvato da Campillo, che da par suo racconta attraverso i corpi e la loro sensualità dal valore politico, come ha fatto in Eastern Boys e 120 battiti al minuto.
Enzo è un adolescente, ma i suoi turbamenti non sono quelli del classico coming of age: sono quelli di una generazione orripilata dall’indifferenza degli adulti rispetto ad un mondo dove la guerra e le disparità economiche decidono del destino degli esseri umani e oscurano qualunque prospettiva futura, e dove l’istruzione è diventata l’ingresso di un tunnel di accettazione e conformismo, non più una via per la propria affermazione personale e per la partecipazione attiva alla cosa pubblica.
Per contro Enzo è passivo, addirittura autolesionista, ma sa seguire le proprie inclinazioni e i propri desideri con una determinazione allo stesso tempo ottusa, inconsapevole e irresistibile.
Con altrettanta determinazione rifiuta i condizionamenti di un padre, interpretato da Pierfrancesco Favino con preoccupazione paterna e arroganza genitoriale, che si fa veicolo del controllo sociale, muro contro muro rispetto al figlio, interpretato con grande naturalezza e verità (benché volutamente opaca) da Eloy Pohu. Elodie Bouchez nel ruolo della madre e Maksym Slivinskyi in quello di Vlad chiudono il cerchio, anzi, il quadrato.
La regia di Campillo è molto più lenta e composta (forse anche in omaggio ai ritmi narrativi di Cantet) di quella dei suoi film precedenti, a tratti appare addirittura convenzionale, ma improvvisamente rompe il ritmo (ricordiamo che Campillo è un eccellente montatore, dei film di Cantet come dei suoi) in alcune sequenze che non a caso hanno al centro la libertà cui i corpi aderiscono o la costrizione cui si ribellano. Il suo Enzo cerca di imparare a costruire case nuove anche se denuncia ambizioni limitate, soprattutto per differenziarsi da un padre accademico (che guadagna meno della moglie ingegnere, perché la società che lui perpetua non dà grande valore all’istruzione).
L’apparente apatia del ragazzo è assai più etica della sordità e cecità dei genitori e del fratello, intenti a rispettare le aspettative del loro ambiente e del loro privilegio, rispetto alle ingiustizie e alle derive catastrofiche che li circondano, e delle quali prima o poi saranno anche loro inevitabilmente vittime.
Enzo si scaglia contro la parete che gli è stata costruita intorno, eliminerebbe volentieri quel cancello che tiene Vlad fuori dalla bella casa fronte mare cui lui stesso sa di non appartenere, e le uniche leggi che rispetta sono quelle del desiderio. Enzo ammette la paura, che non è quella di non riuscire a conservare il proprio status quo, come il padre e il fratello, ma quella di rimanerci intrappolato, e di restare impotente davanti al mondo che lo circonda.
(Paola Casella)

Forse occorre ribadirlo e preferiamo parlare al presente. Perché, come direbbe Enzo, l’opera è lì, resta, nonostante “le tempeste e gli tsunami” della vita. Laurent Cantet è uno degli autori più lucidi e centrali degli ultimi decenni. Lo è per come racconta la trasformazione e la deriva dei rapporti di classe, lo smarrimento degli individui in una società che pretende le definizioni, i ruoli prestabiliti, i percorsi netti di formazione e affermazione, ma che, in realtà, evapora sempre più nel fuori fuoco. Per il modo in cui è capace di raccontare le complicate dinamiche delle relazioni a partire dalle contraddizioni dell’anima, ma soprattutto rintracciando tutte le premesse e implicazioni politiche sottese. Senza schemi ideologici o prese di posizione prestabilite. Anzi… il nodo di questo cinema e di queste storie sta proprio nella difficile, inquieta, forse impossibile ricerca di una posizione. Sarà per questo che molti personaggi dei suoi film sono adolescenti o giovani all’inizio della loro avventura. Da Risorse umane a L’atelier, passando per La classe, ovviamente, e Foxfire.
Ed Enzo si inserisce perfettamente in questo percorso. Perciò è a pieno titolo un film di Cantet. Pensato, scritto e preparato prima che l’aggravarsi delle condizioni di salute gli impedissero di dirigere le riprese. Giusto un attimo prima della morte, avvenuta lo scorso giugno [2024 NdR]. E così in fase di realizzazione è intervenuto l’amico di sempre, Robin Campillo, montatore e cosceneggiatore abituale dei suoi lavori. Che ha accettato, con la collaborazione di Gilles Marchand, il difficile compito di portare a termine il progetto. Ben consapevole di non essere in grado di girare un film per “procura” né di poter, semplicemente, sovrapporre il suo sguardo alla visione di Cantet. Che rimane intatta, in tutta la sua lucidità e coerenza, nonostante nelle immagini si avverta il tocco di Campillo, per forza di cose unico e differente. Il risultato è, a tutti gli effetti, un film che risponde a un duplice sguardo. E soprattutto pensato e realizzato “a quattro mani”. Letteralmente. Cinema che ha per obiettivo innanzitutto la materialità dell’agire. Per costruire qualcosa che sopravviva all’immagine del disastro.
Siamo di nuovo a La Ciotat, là dove la storia del cinema è partita (o meglio è arrivata, entrando in campo). E dove già Cantet aveva ambientato L’atelier, altro ritratto di un adolescente inquieto e turbolento. Enzo ha 16 anni e lavora come apprendista muratore. Eppure non ne avrebbe alcun bisogno. È cresciuto in un contesto privilegiato, in una famiglia agiata, moderna e aperta, che vive in una fantastica villa con piscina, con una splendida vista sul mare. Il suo percorso naturale sarebbe continuare gli studi, come il fratello maggiore, diventare un professionista o, magari, coltivare il suo talento per il disegno. Tanto più che il lavoro di cantiere non sembra far per lui. Eppure Enzo è intransigente. Il suo rifiuto della scuola è una specie di rigetto di un sistema educativo in cui non si identifica.
Così come è netta la distanza dal suo ambiente familiare, da quella vita “felice” in cui i problemi sembrano non esistere. Si lega in maniera particolare a un operaio ucraino, Vlad, poco più grande di lui. E avverte la nascita di un sentimento che fa fatica a trattenere. Ma, ecco, Robin Campillo ci tiene a ribadire come Enzo non sia “in alcun modo, un film sul coming out”. Semmai un film sulla ricerca tormentata di una guida, di un modello da seguire, di un’appartenenza forse. Di certo, racconta il bisogno di un legame che sia innanzitutto di trasmissione. Problema profondamente inscritto nel cinema di Cantet. Una trasmissione sempre difficile, quasi impossibile, nel conflitto “politico” tra le generazioni, nelle fratture della lingua e, quindi, del pensiero, nella meccanica di un sistema che regola in maniera definita il limite tra le funzioni e l’inutilità della disfunzione. E che manca anche qui, nonostante l’attenzione e l’amore dei genitori di Enzo, la tenerezza e disponibilità della madre (una radiosa e solare Élodie Bouchez), o la preoccupazione sincera, i goffi gesti di affetto e di comprensione del padre Paolo (un grande Favino, nonostante o forse proprio grazie al “problema della lingua”). È un bisogno di trasmissione che si manifesta innanzitutto attraverso la tensione dei corpi, il desiderio e la riluttanza di un contatto. Ed è qui che Robin Campillo mette in gioco i battiti, tutta la sua sensibilità, la sua attenzione per i gesti, l’infinita gamma delle emozioni che risalgono dai muscoli, dagli organi, fino a muoversi a fior di pelle.
Per il resto, come molti personaggi di Cantet, Enzo non suscita particolare simpatia. È come bloccato nel suo gorgo emotivo, in una specie di tormento cupo e muto, incapace di espressione. Se non nell’esplosione di qualche gesto plateale, nel disagio che si manifesta nell’eccezione di un’azione apparentemente incomprensibile. “Non mi piace come ci guardi. Me ne accorgo del tuo disprezzo”, dice Paolo al figlio. Ma quello di Enzo non è disprezzo. Perché nel volto che sembra rifiutare ogni espressione e che pure mantiene una sua profonda intensità di Eloy Pohu è immediatamente palpabile una sensazione di estraneità, una condizione di esilio. Quella di chiunque sia alla ricerca febbrile di una posizione da cui poter guardare le cose, di una prospettiva chiara su cui costruire l’emploi du temps e trovare una strada. Qualunque essa sia. “Qual è il tuo posto?”
È la domanda su cui si chiudeva Risorse umane, sul primo piano di Jalil Lespert. E qui si finisce su un altro primo piano e sull’ennesima domanda senza risposta. Ma quanto sono straordinari questi punti interrogativi?
(Aldo Spiniello)

Si rammenta che:
– sarebbe sempre meglio spegnere il telefono prima dell’ingresso in sala, ma è comunque vietato utilizzarlo in qualsiasi modo nel corso della proiezione del film;
– è opportuno non deteriorare la tessera, lasciarla nell’apposita bustina trasparente e, per ogni evenienza, conservare una fotocopia o una scansione (meno consigliata la foto perché più facilmente soggetta a imperfezioni quali riflessi, ombre,…) del codice a barre.che regola l’ingresso in sala;

 

Prossimi film in programma della LXIII edizione

24 e 26 Febbr. 2026 GUIDA PRATICA PER INSEGNANTI di Thomas Lilti (Francia, 2023)

3 e 5 Marzo 2026 LA RAGAZZA DEL CORO di Urška Djukić (Slovenia-Italia-Croazia, 2025)

10 e 12 Marzo 2026 VERA SOGNA IL MARE di Kaltrina Krasniqi (Kosovo-Macedonia-Albania, 2021)

17 e 19 marzo 2026 LA VITA DA GRANDI di Greta Scarano (Italia, 2025) – film selezionato con Consulta Giovani Ivrea

24 e 26 marzo 2026 LE CITTÀ DI PIANURA di Francesco Sossai (Italia-Germania, 2025)

31 Mar. e 2 Apr. 2026 LA VITA VA COSÌ di Ricecardo Milani (Italia, 2025)

7 e 9 Aprile 2026 CROSSING ISTANBUL di Levan Akin (Francia-Svezia-Georgia-Turchia-Danimarca, 2024) – film selezionato con Consulta Giovani Ivrea

14 e 16 Aprile 2026 BUGONIA di Yorgos Lanthimos (Gran Bretagna, 2025) – film selezionato con Consulta Giovani Ivrea

21 e 23 Aprile 2026 DI NOI 4 di Emanuele Gaetano Forte (Italia, 2025)

5 e 7 Maggio 2026 CINQUE SECONDI di Paolo Virzì (Italia, 2025) – film selezionato con Consulta Giovani Ivrea

12 e 14 Maggio 2026 IL PROFESSORE E IL PINGUINO di Peter Cattaneo (Spagna-USA-Gran Bretagna, 2025)

19 e 21 Maggio 2026 BLACK DOG di Guan Hu (Cina, 2024)

26 e 28 Maggio 2026 PER TE di Alessandro Aronadio (Italia, 2025) – film selezionato con Consulta Giovani Ivrea

9 e 11 Giugno 2026 40 SECONDI di Vincenzo Alfieri (Italia, 2025)

16 e 18 Giugno 2026 FATHER MOTHER SISTER BROTHER di Jim Jarmusch (USA-Irlanda-Francia, 2025)

Si rammenta le proiezioni sono quattro al martedì (ore 15.00 – 17.10 – 19.20 – 21.30) e due al giovedì (15.30 e 17.40). Con una novità sperimentale: l’ultima proiezione del giovedì, quella che inizierà alle ore 17.40, sarà in versione originale con i sottotitoli in italiano (ovviamente se il film è stato girato in lingua diversa da quella italiana).

E’ prevista inoltre la possibilità (in presenza di posti disponibili in sala dopo l’ingresso dei tesserati) di assistere alle singole proiezioni dei film in programma con il pagamento di un biglietto di € 6,00.

Il direttivo del Circolo del Cinema CINECLUB IVREA

Info: whatsapp al n. tel. 351 690 6071
email: [email protected]