Adolescence. Uno specchio che riflette le nostre fragilità più profonde

Ad un anno dalla sua uscita sulla piattaforma Netflix, la miniserie Adolescence è decisamente ancora attuale. Riesce a catturare quel senso di precarietà e di ricerca dell’identità che non scade mai. Adolescence analizza come i social media abbiano amplificato l’ansia da prestazione, un tema che nel 2026 è ancora più centrale rispetto a pochi anni fa. (La serie è ancora disponibile sulla piattaforma.)

Adolescence è una serie sul silenzio che ha fatto parlare. La scelta stessa di girare le scene in piano sequenza, senza tagli, ci introduce a un percorso senza via d’uscita. Senza che un’interruzione, una pausa, offra l’occasione di cambiare strada.

La prima scena ci mostra l’irruzione della polizia in una bella casa di un quartiere residenziale, per arrestare un ragazzino tredicenne sospettato dell’omicidio di una coetanea. È una scena brutale. Le forze dell’ordine si presentano in assetto di guerra, con mitra e scudi da difesa, e invadono ogni angolo della casa accompagnati da una colonna sonora fatta di grida intimidatorie, urla di paura e di incredulità, pianti e proteste dei familiari esterrefatti. In tutto questo pandemonio Jamie appare per quello che è: un ragazzino terrorizzato.

D’altro canto, i poliziotti sanno già quello che è: Jamie è l’assassino di Kate. È bastata una breve indagine per scoprirlo. Un’indagine che ha rivelato l’orribile rete di risposte in cui può incappare un adolescente con le sue domande, se non trova altri a cui indirizzarle. L’armamentario bellico che sfoggiano per arrestarlo non è per lui, non è altro che la messa in scena della difesa dell’adulto di fronte al baratro di ignoranza che l’illusione di sapere gli spalanca davanti. È come se andassero incontro a un alieno; a un mostro venuto da un altro mondo a scompaginare il loro.

Jamie ha ucciso Kate, ma non è un mostro, è un ragazzo normale. Si presenta come un giovane gentile ed educato, che studia e fa tutte le cose che fanno i ragazzi della sua età. La sua famiglia è presente e affettuosa. È una famiglia normale.

Per dirla tutta anche l’omicidio in sé sembra avviarsi sulla china pericolosa della normalità: ogni giorno giornali e notiziari riportano di un nuovo evento. Certo, i media ci mostrano soltanto i fatti più eclatanti, ma rispondere con un passaggio all’atto violento a una presunta offesa sta diventando una consuetudine allarmante. Come non ricordare che, non molto tempo fa, un ragazzo è stato ucciso per aver sporcato la scarpa di un compagno pestandola accidentalmente. Nel modo più subdolo la logica del ricorso alla violenza sta filtrando nella nostra quotidianità a ritmo così serrato che sotto sotto nessuno esclude la possibilità di esserne fatto oggetto. Nessuno si sente del tutto al sicuro, così si guarda all’altro con sospetto, si prendono precauzioni. È il volto torvo della normalità.

Ma di cosa stiamo parlando quando parliamo di normalità? Normale è tutto ciò che risponde a una norma.
La norma che detta legge ai genitori contemporanei decreta che ai figli bisogna dare tutto. I desideri dei figli sono lì per essere soddisfatti, quando non anticipati. Risultato: il desiderio, la benzina della vita, soffoca e con esso muore lo slancio alla ricerca di un proprio modo per viverla.

Jamie vive in una bella casa, frequenta una buona scuola, ha tutto il necessario e anche il superfluo. Tutto nel silenzio. La convinzione testarda dei genitori di conoscere il proprio figlio si nutre di sorridente silenzio. Jamie non parla e loro non chiedono. Vivono nella tranquillità che il figlio cresca bene nell’abbraccio del benessere che gli offrono. Non domandano e non si domandano nulla. Così Jamie cresce tra frasi fatte e cortesi comunicazioni informative. Ognuno fa la sua vita. Nessun tempo perso in chiacchiere, dove una parola può colorarsi di inquietudine, di rabbia, di una tristezza che trova l’occasione per dirsi.

Non si parlano non perché stanno zitti, ma perché il loro parlare è fatto di domande che non hanno il tempo di aprirsi e si scontrano immediatamente con una risposta che le zittisce. Ogni domanda inciampa in una risposta pronta, dispensata al bisogno come un oggetto di consumo, e tutto finisce lì. Nulla che metta in gioco un fattore sorpresa, che permetta di incontrare una parte inattesa di sé. Nulla che crei l’occasione per chiedersi qualcosa, che magari fa arrabbiare, ma può avviare sulla strada della ricerca di una propria risposta. Di fatto un discorso disumano se, come diceva Karl Kraus: “Il linguaggio umano è l’unico che permette a chi lo parla di stupirsi di sé”.

Nella società del benessere ogni traccia di malessere rischia di cadere nel vuoto, non perché non sia stata percepita, al contrario, ma perché viene intesa come un segnale di fallimento e come tale ricacciata, espunta. Va sempre tutto bene. Eppure, il malessere fa parte della vita, ne accompagna tutti i momenti di passaggio; è il segnale di quanto sia difficile lasciare il vecchio per il nuovo.

Jamie è un adolescente, come lo sono i suoi coetanei. Si trova in quel tempo in cui il desiderio di essere riconosciuto lo vede alle prese tra due spinte contrapposte. Da un lato vorrebbe continuare ad essere l’orgoglio dei suoi genitori, il loro tesoro: il ragazzino bravo e per bene che crede si aspettino che sia. Dall’altro vorrebbe smarcarsi da quel mondo per sperimentare l’autonomia dei propri desideri; di un proprio modo di essere.

È il tempo dell’antagonismo, della sfida in punta di fioretto alla parola dell’adulto, fino al limite del dicibile. Fino all’insulto, che tradisce l’arroganza disperata di chi vuole dimostrare di avere ciò che l’altro non ha saputo dargli: l’ultima parola. La parola definitiva che sappia rispondere alla domanda fondamentale di ogni essere umano: Chi sono?

Questi sono atteggiamenti normali in adolescenza. Atteggiamenti che dicono quanto sia difficile accettare che l’adulto sia segnato da quello stesso limite da cui ci si sente toccati. Normali, se la norma è dettata da una parola resa vitale dal proprio limite, che la consegna all’indicibile di una sensazione, di un’angoscia. Quel limite che ha la principale funzione di spingere a parlare, a provarci ancora.

Niente di tutto questo compare nella serie. O meglio, ne compare una versione schizofrenica, fatta di due facce contrapposte che non tollerano incrinature. Due facce che non possono entrare in dialettica perché rispondono a una norma totalitaria, che detta la semantica di una parola che si vuole portatrice di una verità assoluta: accettare o rigettare. Tutto o niente. La norma che genera una normalità che si vorrebbe senza crepe.

Jamie nasconde le sue ansie a tutti, anche a se stesso. È il primo a credere di essere in fondo quel bravo ragazzo che va in giro con il suo faccino pulito. Crede a ciò che fa credere, ed è per questo che riesce a farlo credere.

C’è un altro Jamie. C’è l’adolescente angosciato, braccato da un’urgenza di crescere che lo sorprende senza scampo e senza strumenti. Il volto di questo Jamie si palesa per sfondamento, rompe le righe delle sue difese durante il colloquio con la psicologa. Jamie non è in grado di sostenere un colloquio. Non è capace di integrare quello che ascolta nelle crepe di quello che dice e aprirsi a una realtà nuova. Non l’ha mai fatto e non l’ha mai visto fare. La psicologa sa di cosa è capace quel ragazzino apparentemente così innocuo, ha visto i filmati e ha parlato con i poliziotti. L’ha visto uccidere. Gli si accosta con cautela, lascia che sciorini la sua verità che puntella con modi da ragazzo per bene. Ma alla prima obiezione, al primo prudente tentativo di aprire la ferita di un interrogativo nella sua versione, Jamie non può rispondere: non ha la parola per farlo. Il suo mondo è fatto di immagini esibite e difese allo stremo, non può tollerare che un’ombra offuschi la sua. O tutto o niente. Allora esplode l’altra faccia, il volto contratto dall’orrore che lo abita Jamie devasta la stanza del colloquio tra un profluvio di insulti. La psicologa, che ben sa che per quel ragazzino apparentemente così normale è in gioco una questione di vita o di morte, rimane immobile, contratta sulla sedia. Lo sguardo sbarrato tradisce l’incredulità di chi non aveva messo in conto che la morte in gioco potesse essere la sua. Lo fermano i poliziotti, fisicamente. Da solo non avrebbe avuto limiti.

I genitori di Jamie non hanno mai incontrato questo volto del figlio; non hanno neanche mai sospettato che esistesse. Tra loro non c’è mai stata tensione. Tutto bene. Tutto normale. Tutto regolato da una norma che impegna i genitori ad aver sempre qualcosa da dire o da dare. Genitori che inevitabilmente crescono figli nutriti nel mito di una compattezza senza incrinature.
Nessuno raccoglie la sua angoscia di ritrovarsi in un corpo che non riconosce più. Così si vede brutto. Il suo corpo assume le fattezze spaventose dell’ignoto che lo abita. Con quel corpo in cui riassume tutte le sue insicurezze deve andare incontro a Kate, la ragazza che accende desideri che non sa affrontare.

Nell’epoca della performance l’importante è mostrarsi all’altezza di un’immagine esibita, che impone un conformismo intransigente. Se si sgarra non c’è indulgenza perché il limite, che porta con sé la possibilità della differenza e della tolleranza, non è concepibile. La logica del tutto o niente risponde all’assenza di limite. La più piccola ombra che offusca l’integrità inscalfibile della propria immagine dilaga senza argini che la relativizzino ed espone alla vergogna di essere relegato tra gli scarti. Per evitare questo tutto diventa possibile, senza sensi di colpa, perché la colpa implica il riconoscimento di una legge, di un limite, che non fa presa nel mondo di Narciso.

Così Jamie e i suoi compagni tacciono il proprio senso di inadeguatezza, non sanno darsi l’occasione di riconoscere la radice comune del proprio turbamento tra le parole che animano il confronto. Non hanno la parola che sa chiudersi in un silenzio curioso e aprirsi all’ascolto. Hanno solo parole che uccidono con la brutalità di una risposta senza futuro alla domanda di sempre: Chi sono? Chi sono ora che non sono più un bambino, e non so abitare da uomo un corpo che non riconosco?

Dove andare a cercare una risposta se non si è mai sperimentato il valore della domanda nell’incontro con qualcuno che sappia ascoltarla?

Jamie è attratto da Kate, che lo rifiuta. Anche lei è un’adolescente alle prese con la fatica di diventare donna. Anche lei è attratta da un ragazzo e prova a sedurlo inviandogli una foto a seno nudo. Il mistero della sua femminilità l’angoscia e di sé non sa offrire che l’immagine nuda e cruda di un corpo che la situa come donna nel visibile; inequivocabilmente. Anche lei è al buio, presa nel cono d’ombra di una società normata dalla legge del mercato, che antepone gli oggetti ai soggetti e chiede a tutti di essere all’altezza di standard misurabili e verificabili. Il ragazzo a cui ha inviato la sua foto la diffonde tra i compagni e la giovane donna che Kate prova ad essere diventa un oggetto di derisione. Jamie prova ad approfittare di questo suo momento di fragilità per farsi avanti, ma lei lo respinge e gli riserva lo stesso trattamento di cui è stata vittima: lo deride sui social e lo esilia tra gli incels: i celibi involontari.

Non c’è possibilità di replica. D’altra parte, la replica è fatta di parole a cui nessuno dei due ha mai imparato ad affidarsi. Così rimangono impigliati nella rete del sapere universale di internet, che decreta le categorie di appartenenza.
Gli algoritmi dei social generano un’eco che normalizza un sapere tassativo e radicale. Si è detto all’inizio che affinché qualcosa diventi normale, cioè condiviso dalla maggioranza, occorre che risponda a una norma. Secondo la legge di Pareto le notizie in rete si diffondono in base al principio 80/20. Non è una legge matematica, ma una regola statistica empirica che stabilisce che l’80% degli effetti è determinato dal 20% delle cause. È comunque una regola ampiamente verificata e utilizzata nel marketing, ma essendo un principio statistico si basa sulla frequenza dei contenuti e non sulla loro correttezza, e questo fa sì che in rete le semplificazioni si diffondano in misura esponenzialmente maggiore dei concetti più articolati e complessi.

Per Jamie questo fenomeno può assumere la portata di una condanna a morte. È sufficiente che ciò che Kate ha detto di lui sui social sia diffuso da pochi dei suoi conoscenti che l’etichetta di incel, assestata come uno schiaffo senza curarsi della sua storia o dei suoi sentimenti, diventi una verità condivisa. Una verità a cui Jamie stesso crede, perché ha cercato nella rete i riferimenti che non ha trovato altrove e li ha trovati nella manosfera.
I poliziotti che indagano sulla morte di Kate appartengono a un altro mondo ed è il figlio di uno di loro, compagno di scuola di Jamie, a fornire al padre i codici di accesso a un linguaggio non condiviso tra le generazioni. È così che scoprono il mondo maschilista e misogino della manosfera, un insieme di comunità online che riunisce uomini che si considerano vittime del potere delle donne, e promuovono stereotipi di genere spinti fino alla radicalizzazione. Si tratta di blog, siti, forum dalla diffusione virale, perfettamente in linea con il principio di Pareto, principio che i partecipanti hanno fatto proprio sostenendo che l’80% delle donne sceglie solo il 20% degli uomini. Gli esclusi fanno casta a sé, una casta di reietti furiosi. Sono loro stessi a definirsi incels: celibi involontari. I celibi per colpa delle donne.

Jamie sa cosa vuol dire, sa cosa comporta. Della manosfera condivide il linguaggio e forse anche i principi, così accessibili nella loro rozza elementarità, così facili da fare propri. I poliziotti hanno scoperto che ha postato commenti offensivi e sessuofobici su Instagram, sotto le foto di alcune modelle. Belle donne a cui non potrà mai aspirare. Non è riuscito, da solo, a superare il suo smarrimento, non gli resta che darne la colpa a qualcuno.

In base alla legge 80/20 Jamie, con le sue insicurezze nascoste dietro un faccino pulito, è destinato ad appartenere a quell’80% di maschi che le donne non degneranno mai della minima considerazione. Quando nello sguardo della ragazza, in cui cerca il suo futuro da uomo, si riconosce tra gli esclusi per sempre, non ha altra risorsa che spegnere quello sguardo. Per sempre.

Il giorno dell’arresto il padre arriva stravolto alla stazione di polizia, è fermamente convinto che si tratti di un errore. Cerca di stargli vicino, accetta la sua richiesta di fargli da garante, sta con lui durante la perquisizione e l’interrogatorio, ma è come estraniato, come se gli si chiedesse di stare vicino a un figlio che non è il suo. L’unica cosa che gli permette di mantenersi aderente alla realtà, non alla realtà della situazione ma alla consistenza della sua realtà di padre, è preoccuparsi ossessivamente che abbia fatto colazione.

Quando gli vengono mostrati i filmati della telecamera di sorveglianza che ha ripreso l’omicidio, si ritrae alla vista del figlio. È un momento di rifiuto; di rifiuto del figlio come di se stesso. Come è possibile che Jamie sia il ragazzo che ha visto nel filmato? Come è possibile che il bravo ragazzo, che al solo guardarlo gli rimandava l’immagine del buon genitore, abbia una potuto fare una cosa del genere?

Jamie è stato cresciuto da brave persone che il finale della serie ci consegna in ginocchio sotto il peso delle loro responsabilità. Le riconoscono.

Nell’ultima puntata della serie siamo nell’imminenza del processo. È passato un anno dall’arresto ed è il giorno del cinquantesimo compleanno del padre. È stato un anno difficile, i genitori sono stati fatti oggetto di intimidazioni e di atti vandalici, ma hanno tenuto duro e hanno trovato il modo di stare vicino al figlio. Ora si parlano. Non è importante cosa si dicono, l’accento non cade su questo, bastano piccole cose perché le parole hanno acquistato un altro peso. Ora ascoltano.

In un negozio un dipendente riconosce il padre di Jamie, gli manifesta tutta la sua solidarietà e inchioda Kate alle sue colpe con le stesse parole che hanno costruito la trappola in cui è caduto il figlio. Il padre si allontana chiuso in un silenzio carico d’angoscia. Volta le spalle all’arroganza di un uomo che parla la lingua di un mondo sempre in agguato, sottotraccia. Un mondo che ha irretito il suo ragazzo con la lusinga di un riconoscimento. Il suo silenzio porta il peso di quello che ha riservato a suo figlio, alle sue domande, che non chiedevano risposte ma ascolto.

Jamie era alla ricerca di qualcosa che vale più del benessere, qualcosa che per ogni essere umano vale più della vita stessa ed è dare un senso alla vita. Dare un senso alla vita significa certo dare un significato alla propria esistenza, il senso è fatto di parole, ma implica anche darle una direzione.

Sembra paradossale ma il padre di Jamie era troppo soddisfatto di quel figlio, troppo gonfio d’orgoglio per quel bravo ragazzo che rispondeva così a pieno alle sue aspettative, da rimanerne accecato. L’orgoglio dei genitori è un balsamo per i figli, purché trovi un limite nella curiosità per ciò che li abita al di là del farsi la luce dei loro occhi. Credevano di conoscerlo perché gli hanno dato tutto ciò che si può avere, ma gli hanno taciuto la parte più preziosa del loro essere: quella che vive della curiosità per l’altro. Jamie andava bene com’era; non c’era spazio al suo divenire. Così ha cercato altrove ciò che era abituato a trovare: risposte.

In auto il padre riceve la telefonata di auguri di Jamie che, senza sapere di essere in vivavoce, gli comunica di aver deciso di dichiararsi colpevole al processo. È il suo dono. Sono cresciuti.

Tornati a casa i genitori si interrogano su come sia stato possibile non accorgersi di nulla prima di dover pagare un prezzo così alto per imparare ad accogliere le ombre del loro bravo ragazzo. Ora che il padre sa cosa non avrebbe mai voluto sapere, cosa ha fatto di tutto per non sapere, piange sul letto vuoto del figlio.

Antonella Ramassotto Vicepresidente e Socia Fondatrice Centro TeCo Torino