La mobilitazione del Comitato No Cava, il ricorso al TAR e le prime prese di posizione politiche trasformano una vicenda locale in un caso emblematico: non solo una disputa ambientale, ma una verifica concreta del rapporto tra istituzioni, quartieri e responsabilità pubblica.
Accanto al ricorso al TAR del Piemonte presentato dal Comitato No Cava di San Bernardo – accompagnato da una campagna di autofinanziamento e da iniziative di informazione nel quartiere – si apre un nuovo capitolo che va oltre il singolo procedimento amministrativo e riguarda il modo in cui si governa il territorio e si ascoltano le comunità che lo abitano.
San Bernardo non è un’area neutra sulla mappa. È un quartiere cresciuto ai margini della città industriale, segnato nel tempo da insediamenti produttivi, infrastrutture e attività estrattive che hanno contribuito allo sviluppo economico di Ivrea, ma anche a una stratificazione di criticità ambientali e urbanistiche. Le cave appartengono a una stagione storica in cui il rapporto tra città e territorio era pensato in termini prevalentemente funzionali: luoghi di estrazione da un lato, quartieri abitati dall’altro, con confini netti e poche intersezioni.
Quel modello, però, è entrato in crisi. Negli ultimi decenni San Bernardo ha visto crescere la componente residenziale e la richiesta di qualità urbana, mentre a livello generale sono cambiate le sensibilità collettive su consumo di suolo, salute pubblica e sostenibilità ambientale. È su questo scarto temporale che si innesta gran parte del conflitto attuale: una concessione rilasciata nel 2014, mai utilizzata, torna oggi ad avere effetti concreti in un contesto profondamente diverso.
Da una parte c’è il Comitato, che ha costruito la propria opposizione su un doppio piano: quello tecnico, attraverso osservazioni, rilievi e richieste di chiarimento negli iter autorizzativi, e quello civico, rivendicando il diritto dei residenti a essere coinvolti in scelte con impatti potenzialmente rilevanti sulla salute, sull’ambiente e sulla qualità della vita. Il ricorso al TAR viene presentato come un atto di extrema ratio, dopo che – a loro giudizio – le istanze avanzate nelle sedi istituzionali non hanno trovato adeguato riscontro.
Dall’altra parte si colloca l’Amministrazione comunale di Ivrea, che pur non essendo l’ente direttamente competente al rilascio dell’autorizzazione (attribuzione in capo alla Città Metropolitana), ha mantenuto una posizione improntata alla legittimità procedurale del percorso seguito. La linea è quella, ormai consolidata in molti contesti simili, del rispetto degli iter amministrativi e delle valutazioni tecniche espresse dagli enti sovraordinati, con un ruolo del Comune più orientato alla mediazione che alla presa di posizione netta.
È qui che finora sono emerse le differenze di fondo. Per il Comitato, la questione non è solo se l’autorizzazione sia formalmente corretta, ma se sia opportuna, attuale e coerente con l’evoluzione del quartiere e della città. Per l’Amministrazione, invece, il baricentro restava sulla cornice normativa, dentro la quale le scelte vengono ritenute legittime finché rispettano le procedure previste, anche quando affondano le radici in decisioni assunte in un altro tempo storico.
In mezzo, come spesso accade a Ivrea, c’è un territorio che porta con sé una lunga tradizione di partecipazione e conflitto civico, e che risponde con strumenti di mobilitazione “dal basso”: raccolte fondi, assemblee, volantinaggi, iniziative pubbliche. Azioni che non hanno solo una funzione pratica di sostegno al ricorso, ma che mirano a tenere aperto il confronto nello spazio pubblico, sottraendolo alla sola dimensione giudiziaria.
Con la più recente notizia, la vicenda si fa ancora più politica: il Partito Democratico ha devoluto 500 euro a sostegno della raccolta fondi del Comitato, mentre un appello rivolto a un deputato della Lega chiede almeno 2.000 euro per le spese legali. Questi gesti segnano un passaggio chiaro: la mobilitazione civica non resta confinata al quartiere, ma diventa un termometro della responsabilità politica, misurando chi sceglie di intervenire concretamente e chi resta sul piano delle parole.
Tra raccolte fondi e battaglie legali, San Bernardo ricorda a tutti che il territorio non si misura solo sui documenti: si misura su chi lo abita.
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